Nel libro di Fausta Genziana le Piane A colloquio con… (youcanprint, 2020), figura, fra le altre, una mia intervista di cui offro alla lettura le prime due domande e risposte…A/M:

 

1) Leopardi oggi: quale fascino può esercitare sui giovani?

2) Quale sua poesia preferisci e perché?

 

 

  • 1) Riguardo a Leopardi, non mi soffermerei troppo sullo stereotipo (comunque motivato) del Recanatese compagno di strada degli adolescenti malinconici e inquieti, ripensando a poesie come Alla luna, La sera del dì di festa, Le ricordanze, Il passero solitario tanto per fare qualche esempio…no, la faccenda è più complessa, sotterranea, direi: c’è, nella grande lirica leopardiana, una durevole freschezza immediatamente fruibile dai giovani meno attratti, per capirci, dal fitto nozionismo sotteso a un testo come il dannunziano Alcione (che pure rimane alla base del nostro Novecento poetico). Detta freschezza leopardiana, cultura che si è fatta sangue e respiro, e quindi non più esibita bensì piena di forza creaturale, risulta poi irrobustita da quello che un grande studioso come Walter Binni ha chiamato “pessimismo energetico” del nostro poeta-pensatore; pessimismo via via sempre più potente fino all’approdo altissimo della Ginestra. E del resto già De Sanctis aveva osservato bene il miracolo di una poesia che nel momento in cui ci pone di fronte ad uno scomodo “Vero”, simultaneamente ci fa amare di più la vita. Leopardi a mio avviso andrebbe sentito vicino a Stendhal, per quella “gioventù del cor” evocata dal Recanatese nei suoi versi del 1826 e comune a entrambi (uniti peraltro a livello di pensiero dalla condivisione del materialismo filosofico di matrice illuministica). Da rammentare a questo proposito come Paolina Leopardi, sorella e confidente del poeta di Recanati, fosse una appassionata lettrice dello scrittore francese, che Giacomo incontrò a Firenze nel 1827 nonché nel 1832 presso il Gabinetto Vieusseux.
  • 2) Il canto leopardiano da me maggiormente amato e considerato è senz’altro La ginestra (1836); e questo perché in tale canto si può cogliere al massimo grado una compiuta fusione tra pensiero e poesia. Per capirci meglio: non dobbiamo dimenticare che l’Infinito (di cui in questo 2019 si festeggia il bicentenario) rimane un portentoso miracolo d’intuizione poetica che spiazzò in qualche modo il nostro “giovane” poeta; talché egli l’anno dopo, nel luglio 1820, ritornò nello Zibaldone a riflettere da filosofo sui piaceri dell’immaginazione, nel vivo di quella sua teoria del piacere di materialistica matrice che non dovrebbe essere ignorata leggendo l’immortale idillio (al fine di non fraintenderlo in chiave spiritualistica). Ma, tornando alla Ginestra, ecco che qui ci troviamo al cospetto di un canto testamentario dal quale muove verso il lettore un messaggio di saggezza estrema; nei termini di un invito ad opporsi al bellum omnium contra omnes, condividendo tutti un destino di morte che uniti ci dovrebbe vedere nei fatti e consapevoli dinnanzi alla furia della Natura simboleggiata dallo sterminator Vesevo. Questo canto dalle strofe “tentacolari” (Binni), ci mostra tutta la sapienza artistica e la sprezzatura di un poeta che, vicino alla morte, ormai non distingue più fra lirismo e discorsività, fra pietas e sarcasmo; donde uno stile poetico di plastica consistenza, potente e magmatico, incandescente come la lava del Vesuvio e prepotentemente moderno, distante cioè da quel classico decoro cui Leopardi si era in precedenza attenuto. Non per niente sono diversi anni che offro al pubblico la lettura interiore, ossia a memoria, della Ginestra, cercando di comunicare a chi mi ascolta il suo umanistico fuoco che molto fa riflettere e commuovere nel senso più alto del termine (Andrea Mariotti).

 

 

 

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