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venerdì, Dicembre 14th, 2018

INTORNO AD ALCUNE POESIE DELLA SILLOGE “NEL FINITO…MAI FINITO”, DI IOLE CHESSA OLIVARES (PREFAZIONE E CURA DI PLINIO PERILLI) EDIZIONI NEMAPRESS, 2015

 

Giustamente nella sua Postfazione Neria De Giovanni richiama l’attenzione del lettore sulla poesia incipitaria della raccolta in oggetto, cogliendo in essa, sintetizzata, l’ispirazione di Iole Chessa Olivares nei termini di un “io poetico palesato, un passato e un presente che vanno verso un mai finito, il gioco ossimorico di effetti sensoriali che trasportano verso concetti esistenziali fin dal titolo che unisce con fulminea sinestesia la concretezza del cancello con l’astrattezza del tempo”. Peraltro Plinio Perilli nella sua Prefazione alla silloge felicemente parla di “alacrità stilistica” a proposito dei versi della nostra poetessa: quanto basta, ritengo, per sottolineare l’importanza della suddetta poesia incipitaria intitolata Sul cancello del tempo (non a caso in corsivo nel libro) della quale sarà sufficiente, dal mio punto di vista, riportare i primi tre versi:

Sul cancello del tempo
ancora cerco
ciò che inebria e tramonta

alla nostra attenzione non potrà in effetti sfuggire la reiterazione della palatale “e” (cancello, tempo, cerco) di pronuncia semiaperta nel primo e nel secondo rintocco, semichiusa nel terzo; giacché la poetessa, sul piano fonematico del suo eloquio, ha già iniziato in modo folgorante il cammino dal significato al senso: cammino in cui nulla evidentemente è dato per acquisito. Va comunque precisato che tutta la poesia esprime una forza metaforica rilevante, al punto di avermi fatto ripensare al celebre Balcone montaliano in apertura delle OCCASIONI: “Pareva facile giuoco/ mutare in nulla lo spazio/ che m’era aperto…”.
All’interno della prima sezione, nella silloge della Olivares, colpisce una poesia come Nel sonno e nella veglia, per via dell’incipit peraltro anaforato nella terza strofe (“Si va per terre estreme…si va, si va magari”); non potendo non pensare in questo caso ad una venerabile terzina (INFERNO, III, 1-3). E citando un verso della lirica incluso nella seconda strofe, davvero “il vigore di questo andare” della poetessa si fa incalzante ai nostri occhi in quanto fluido e multiforme nel contempo, capace di alludere -per la mia sensibilità musicale- nella terza e ultima strofe al capolavoro liederistico di Schubert WINTERREISE (“o su un fiocco di neve vagabondo/ a tratti, nel gelo,/ fatalità oscura”) per poi donarci, in chiusa, una fulgurazione degna di Ungaretti (“al rosso ardito delle fragole”). Così dicendo, ovviamente, nulla si vuole togliere ad una voce poetica “personalissima, con un timbro ben definito e con molte cose da dire al lettore”, secondo quanto osservato da Rocco Salerno; ben consapevoli da parte nostra della qualità di una poesia che nel suo pronunciamento genuino si mostra in ogni caso generosa di rimandi (atti a ribadire il valore della cosiddetta memoria involontaria attiva nei poeti degni di questo nome).
La prima sezione di NEL FINITO…MAI FINITO  è suggellata da una delle poesie a parer mio più agguerrite dell’intera raccolta per resa stilistica, dal titolo Sempre la nebbia (di seguito riportata nella sua interezza):

Sempre la nebbia
porta via qualcosa.
A fumi della prima fonte
terra e cielo talvolta
parlano in sordina

e viene meno l’assillo
di un esilio desolato
s’apre il tempo
per un gioco d’aria fresca

per un buon ricamo:
ogni trina una memoria
o un’attesa
remando nel velo
unico padrone

ora, partendo dalla felice paronomasia all’inizio della seconda strofe (“l’assillo/ di un esilio”) -figura retorica più che mai funzionale in questa poesia nel suggerire al lettore la presenza della nebbia- occorre dire del nostro sentirci indotti ad una pronuncia fortemente spezzata di versi “giusti” nel creare con il loro ritmo il senso di una vera e propria sospensione del reale per effetto guarda caso della nebbia; volendo alludere al plusvalore di essa come significante nella poesia in oggetto. Ben lontana dall’ozioso squarcio paesaggistico, Iole Chessa Olivares si dimostra qui capace di oltrepassare in economia di spazio il dato fisico per scrutare gli abissi dell’anima con stile egregio.
Una potente, quasi bellicosa personificazione della notte emerge poi dai versi del Singhiozzo della mente, una delle poesie più significative del libro (eponima, nella seconda sezione di esso): “Con molte lame vaga la notte/ a cadenza di schianti, bisbigli”. Una poesia capace di trovare a parer mio la sua acme nel verbo che la chiude in quarta e ultima strofe:

Qui consumata d’innocenza
una prigione di fantasmi
arranca alla gogna nell’aria
e contro il buio soltanto suo
come può cospira
per un cielo in più
ogni volta…naufragando

difficile non pensare qui alla rilevante mutazione dell’infinito sostantivato e apocopato del sublime idillio leopardiano in un gerundio, “naufragando“, in posizione a dir poco forte del verso con inevitabile corto circuito semantico e mirabile effetto plastico, che la dice lunga sulla ampiezza dei registri espressivi di una poetessa capace di sorprenderci di pagina in pagina. La lirica successiva, Nulla è come sembra, ribadisce già a partire dal titolo la problematicità di una poetica direi severamente ispirata all’occorrenza, e quindi tutt’altro che evasiva nella sua bellezza: la splendida giuntura “lampi d’epilogo” in prima strofe, ci conferma la ragion d’essere di uno STILE ALCHEMICO nel congiungere campi semantici eterogenei; e veramente ci si chiede dove finisca l’istinto e inizi il labor limae della poetessa, riferendoci ai seguenti versi della lirica in questione (seconda e ultima strofe di essa): “di accudire magone e vento/ per la lontana cruna dell’ago”, in quanto la parola magone contiene l’ago del verso successivo in posizione forte e direi più che mai pungente per il lettore alle prese con il verso finale, ossia “ la risacca del dubbio”.
Ma veniamo adesso alla terza sezione della raccolta di Iole Chessa Olivares. Tale sezione significativamente si intitola Il richiamo all’altro, e fra le notevoli poesie in essa racchiuse, ci imbattiamo in Una casa in orbita (pensando a SAMANTHA CRISTOFORETTI, prima astronauta italiana-vissuta 200 giorni nello spazio). Ebbene la poetessa, nel suo evocare la vastità delle distanze interstellari dove “si galleggia con purezza/ si insegue l’essenziale” ecco offrire al lettore un canto civile di estrema purezza, come dimostrano i versi successivi a quelli citati: “Ogni spina/ cade all’istante/ mancano le occasioni moleste/ il contagio della discordia”…tutto torna, si potrebbe dire. Non dimenticando L’Ars oraziana, la Olivares rimane a conti fatti in questo caso con i piedi ben piantati per terra, specificando l’urgenza della sua passione civile a fronte dell’infittirsi del bellum omnium contra omnes tipico del vivere incattivito d’oggigiorno. La poesia in oggetto pertanto, nel suo amor d’utopia “L’IO al guinzaglio/ di un nuovo PANELUCE/ un vero sollievo!” costituisce un dono di commovente e trasparente saggezza offerto al lettore, ben distante da un intento evasivamente celebrativo (come dire che, con i versi dedicati alla Cristoforetti, siamo nel cuore di una poesia ricca di umanissime vibrazioni). Sempre in questa stessa sezione, qualche pagina avanti ecco la poesia eponima, “Il richiamo all’altro“, dove la poetessa si interroga sul “mistero di chi siamo/ l’uno per l’altro” con intonazione appassionata ma lucida e rivolta verso l’alto (per quell’insopprimibile senso della verticalità spesso vibrante nella poetica della Olivares). Tutto ciò senza tacere dello spessore letterario di questa poesia: dal latinismo soavemente nascosto in prima strofe (“quasi strappo alle corde/ il richiamo all’altro”) al calco leopardiano della terza (“Il cuore sangue-fango”) mutuato dal canto A se stesso del Recanatese e ulteriore riscontro della succitata memoria involontaria in dote ai veri poeti.
Nella quarta sezione della silloge, dal titolo In sillabe Regina, il lettore sente la forte suggestione della poesia eponima, laddove si avverte quasi il travaglio di una partoriente in attesa della “parola intima” della Poesia. Convinti come siamo dei segni sicuri della presenza di quest’ultima a partire dal piano fonematico (piano in cui il suono promuove l’emissione di senso), come non trovare mirabile in prima strofe della lirica la massa sonora delle palatali chiuse (“bisbigli, graffi minimi/accumuli/propizi alla memoria”) a suggerire il tormentoso nascere della parola poetica, capace poi di “radicarsi/ luminosa/ in sillabe regina”?
L’ultima poesia sulla quale si soffermerà il presente scritto chiude la quinta sezione del libro della Olivares: intitolata A Maria Regina, è una commovente e non concitata apostrofe alla Madonna “uno dei soggetti più difficili, a ritrarsi, proprio per la difficoltà (e insieme la devozione) della sua resa artistica”, come ricorda Plinio Perilli. Varrà pertanto la pena di proporla alla lettura nella sua interezza:

Ogni istante
lasci il tuo trono
con noi cammini
fianco a fianco nella polvere
tra pietre lacrime oscure rovine
e “nel più della tua gloria”
l’eco di un soffio
semini
nel nostro deserto
per un verticale crescendo
aperto al “noi” dell’amore
accordo nascosto
dono improvviso
della tua grazia

“Iole ci affascina il cuore, immaginando la Vergine lasciare ogni istante il suo trono, per giungerci vicino”, chiosa Plinio Perilli di fronte all’incanto di questa poetica gemma. Da parte mia due considerazioni. Intanto il pieno manifestarsi di un insopprimibile senso della verticalità (già da me osservato in precedenza) è un dato di fatto nei versi in oggetto in virtù dello slancio dalla terra al cielo, in scintillio d’assonanza: ”nel nostro deserto/ per un verticale crescendo”. La seconda considerazione vuol essere in realtà un moto mio di riconoscenza nei confronti di Iole Chessa Olivares. Grazie ai suddetti suoi versi, infatti, ho riascoltato in una nuova luce il Graduale Sancta Maria, mater Dei di W.A. Mozart, scritto nel 1777 dal compositore ventunenne alla vigilia di un significativo viaggio che lo avrebbe portato a Mannheim e Parigi. Non c’è commento migliore a questo punto di quello di Massimo Mila: “Un capolavoro… degno di reggere il confronto con l’immortale Ave verum del 1791: non opera di commissione ma preghiera individuale, vero grido dell’anima che si raccomanda alla Vergine in questo momento della vita”. Con tali parole del grande musicologo si conclude il mio scritto dedicato alla poetessa di NEL FINITO…MAI FINITO, un libro destinato a radicarsi nell’animo di molti lettori.

 

 

 

Andrea Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato, Dicembre 8th, 2018

BIBLIOTECA NELSON MANDELA, via La Spezia 21 ROMA

Giovedì 13 dicembre ore 17.30

BIBLIOPOESIE

Rassegna di poeti contemporanei a cura di Roberto Piperno

Nel finito…Mai finito, poesie di Iole Chessa Olivares (NEMAPRESS, 2015)

Presentano Plinio Perilli e Andrea Mariotti

mercoledì, Dicembre 5th, 2018

 

 

Il 5 dicembre 1791 moriva W.A. Mozart, a trentasei anni non ancora compiuti. Ebbene, non più tardi di ieri sera ascoltavo del Maestro il Graduale Sancta Maria, mater Dei K 273, scritto nel 1777 e giudicato da Massimo Mila (mai troppo tenero con Mozart) più o meno alla stessa altezza del sublime Ave verum corpus; a rafforzare quell’idea di capolavori perfetti di volta in volta (nel caso di artisti di questa altezza) al riparo da una ingenua esegesi di matrice diciamo così evoluzionistica. A Mozart ho dedicato una poesia nel 2007 volutamente non incipriata (dal lessico “basso”), nel rispetto amorevole di una verità storica che lo vide patire parecchio, prima dell’epoca beethoveniana in cui il compositore conoscerà gli onori dei principi:

 

LE PALLE DI MOZART

 

Un funerale di terza classe
in Santo Stefano a Vienna
e poi la fossa comune:
con quell’audace “signor contino”
troppo hai sfottuto il mondo
dei potenti tre anni prima
della Bastiglia! non voglio
risvegliare in te il fantasma
di un ingombrante genitore,
il primo ad esecrare la tua vena
esplosa in lacerante sol minore.
Gentile omaggio del maggiordomo,
un calcio in culo hai preso
nel ribellarti all’arcivescovo
di Salisburgo: acqua passata, dici,
impralinato e depresso appena.

 

Andrea Mariotti, dalla silloge Scolpire questa pace Tracce Edizioni, 2013.

 

p.s. il lacerante “sol minore” cui accenno nei miei versi è la tonalità della Sinfonia mozartiana k183, scritta nel 1773 a diciassette anni e per l’appunto deplorata dal padre del compositore, Leopold, per la sua inaudita vena “wertheriana” (ricordate l’attacco musicale del celebre film “Amadeus” di Milos Forman del 1984?)

 

domenica, Dicembre 2nd, 2018

 

VI

 

Sì traviato è ‘l folle mi’ desio

a seguitar costei che ‘n fuga è volta,

et de’ lacci d’Amor leggiera et sciolta

vola dinanzi al lento correr mio,

 

che quanto richiamando più l’envio

per la secura strada, men m’ascolta:

né mi vale spronarlo, o dargli volta,

ch’Amor per sua natura il fa restio.

 

Et poi che ‘fren per forza a sé raccoglie,

i’ mi rimango in signoria di lui,

che mal mio grado a morte mi trasporta:

 

sol per venir al lauro onde si coglie

acerbo frutto, che le piaghe altrui

gustando afflige più che non conforta.

 

 

FRANCESCO PETRARCA, RERUM VULGARIUM FRAGMENTA