Su “Scolpire questa pace”

Inauguro questa pagina dedicata alle recensioni relative alla mia nuova silloge intitolata SCOLPIRE  QUESTA PACE,  Edizioni Tracce (2013) con il testo del poeta e filosofo Franco Campegiani, che peraltro ha curato la prefazione del libro:

“Scolpire questa pace”

(Presentazione – Libreria Odradek – 31/1/2014)

 

L’esperienza poetica di Andrea Mariotti nasce nella cultura postmoderna in modi antagonistici, direi, a quella visione liquida della società (per dirla con Bauman), che è tipica del postmodernismo e che fagocita ogni identità, ogni colore ed entusiasmo, ogni passione civile, ogni felicità privata o collettiva. La poesia di Mariotti nasce dall’interno di questa cultura, ma in termini antitetici ad essa, pur condividendone il tema centrale del disincanto, vissuto però non come crollo definitivo di ogni valore ideale.

Il titolo del libro è emblematico: scolpire questa pace. E’ un invito a lavorare, perché la pace non è raggiungibile semplicemente mescolando, omogeneizzando gli individui, le culture e i popoli tra di loro, come sta avvenendo, tra l’altro senza alcun esito pacificatore. Bisogna scolpire nell’informe masso sociale per tirar fuori l’essenza, l’anima, ovvero la sostanza etica del sano vivere civile. C’è un’impellente ricerca da fare e non possiamo permetterci di vivacchiare, di galleggiare nella melma, come purtroppo oggi accade. Poesia dunque di forte impegno civile, quella di Mariotti, non nel senso retorico ed oratorio del termine (carducciano-dannunziano per intenderci), bensì in quello sobrio, crepuscolare (leopardiano e pascoliano nello stesso tempo). Né ciò gli impedisce in rari casi, come nella poesia intitolata Open space, i toni dell’irosa invettiva.

Erede del modernismo più accreditato, di quella cultura del disincanto, appunto, che rifugge da ogni pregiudizio e da ogni esagitazione, direi che in Mariotti questa visione del mondo è divenuta più matura e guardinga, prudente, dando prova di sapersi guardare anche dagli agguati di quella esasperazione del disincanto che giunge alla disillusione radicale, non meno eccessiva e pericolosa degli ingenui e tronfi incanti, minando e annichilendo ogni sano slancio umano. Ed è un ampliamento degli stessi orizzonti problematici, perché, se è vero che il problematico non può nutrire certezze assolute, non può neppure bearsi di un’incertezza altrettanto assoluta e letale. C’è il rischio che il disincanto diventi esso stesso un incanto, un miraggio ossessivo.

Ripudiando le situazioni di stallo, Mariotti risulta impegnato in una macerazione interiore costante, epicamente sospeso tra luci e tenebre, agli antipodi di qualsiasi univocità di pensiero. L’atteggiamento è di chi sembra voler dire: Piantiamola con le astruserie, con le illusioni, con gli inutili orpelli! Stiamo con i piedi per terra, vediamo in faccia la realtà! Ne vien fuori un invito alla misura, al buon senso, a metà strada tra pessimismo ed ottimismo. Un realismo problematico, direi, che risulta refrattario verso ogni moto eccessivo dell’animo e che, se incline, per indole, alla malinconia, sa tuttavia essere vigile e combattivo nei confronti della prostrazione e dello sconforto totale.

E’ sempre vivo, in questa poesia, il sussulto del cuore: un fuoco che cova sotto la cenere e non l’incendio che divampa lasciando il nulla intorno a sé. Ci sono momenti di desolazione tragica, è vero, ma il poeta sa concedersi all’occorrenza delle pause balsamiche, refrigeranti, delle oasi di pace, degli spiragli di luce. Amante della musica, egli pone queste altalenanti metamorfosi, questa mutatio animi, come lui la definisce, sotto i numi tutelari di Beethoven e di Mozart: esuberante il primo, disincantato il secondo. Così, dopo avere esposto le ragioni del suo malumore e della sua dissidenza, mettendo alla berlina atteggiamenti e vizi piccolo borghesi della nostra gallinacea società incollata allo schermo, può concedersi momenti di autentica e non sdolcinata tenerezza, di sorprendenti moti aurorali.

Come quando due suoi amici si sposano, e suonano a festa le campane del cuore per questo amore semplice, che rammenta al poeta la capacità di incontrarsi degli umani. O come quando il ricordo di Tiziana, la nipotina di tre anni che vive in Ecuador, gli intenerisce il cuore: “il mio piccolo giardino per l’inverno, sei”. O come quando è preso da amicizia, da condivisione ideale, per l’amico Silvio Parrello, er Pecetto nei Ragazzi di vita di Pasolini. O ancora quando, in nome dell’amore universale, fa aperta autocritica: “… Chi sono stato io fino / a ieri l’altro, diciamo da una vita? / un Robespierre, amici, con una / lunga lista di teste da tagliare”. Ed ora, invece: “Sapete? sorridervi vorrei, scintillar / vedere il ghiaccio nei volti / che indossiamo; vorrei dare / senza sperperare, il cuore / aperto come ragion di vita”.

Ma l’apice di questa mutazione è raggiunto in Melodia, laddove il cuore si scioglie per una dolce figura di donna: “Canto quest’oggi una fanciulla / ebbra d’amore per la vita”. Certo, è un rapporto anche qui problematico quello che Mariotti instaura con la figura femminile. In altre poesie, come in Madrigale, il poeta torna al tema (trobadorico) dell’amore presente ed assente, della donna vicina e lontana, che attrae l’uomo presso di sé e lo respinge nello stesso tempo. Fin quando, in Deja vu, un sonetto in cui rivisita il mito di Dafne e Apollo, egli torna a tratteggiare una figura femminile inquietante e impenetrabile, di fronte alla quale è destinata a chiudersi per sempre la saracinesca del cuore, con un boato terribile, simile a quello del sisma abruzzese.

Tuttavia, come già detto, in Melodia, un arioso e luminoso incontro con l’altra metà del cielo, la problematicità del rapporto con la figura femminile raggiunge la sua acme, lasciando affiorare il contrario dell’inconciliabilità fra i sessi e dell’impossibilità di amare. Non c’è mai univocità di pensiero in questo canto problematico, ossimorico, profondamente radicato nel reale. Quelli che il poeta ci dona non sono che fotogrammi – ora dolorosi, ora gioiosi – di quella straordinaria varietà di sentimenti che suggerisce la vita. Ho parlato prima dell’amore di Mariotti per Beethoven. Eppure sentite quale amara ironia lo afferra, a proposito di quel genio musicale, in Ascoltando la grande fuga: “quale arditissima bellezza! / ardua, di sublime conforto, / sentendomi di nuovo come morto… / fuggir dove, Maestro? / … / Oh, Beethoven, insegnami a provarla / l’intima Gioia che non è una ciarla!”.

Il registro sardonico serpeggia sornione e strisciante, difficilmente riconoscibile, in molte poesie. A volte si maschera, ma non appena individuato diviene irresistibile, contribuendo a rendere assai frizzante questa poesia. Prendiamo Quella notte d’aprile, ad esempio: una subdola e sottile ironia finisce per sopraffare le nebbie arcadiche generate da una prima, superficiale lettura: “O fontanile di Campitello, / zampilla ancora l’acqua tua? / e tu, agrifoglio dei Lucrètili / monti, sempreverde barbaglio, / come parli al mio cuore! / ma ecco, all’orizzonte, bianche / del  Gran Sasso le cime: zanne / d’un elefante acceso d’ira / per l’umana miopia”. La problematicità sempre e comunque. Basti pensare al rapporto altalenante fra natura e tecnologia, che mi limito ad accennare, visto che in una breve disamina non si possono seguire tutti i tracciati di questa complessa scrittura.

La poesia di Mariotti possiede un timbro fortemente realistico, che rifugge da ogni univocità di pensiero, pur essendo incline, come già detto alla malinconia. Al di là della visionarietà fantastica e del sogno onirico, della rêverie e delle aspirazioni utopiche, è tuttavia una poesia piena d’anima. Capisco che può sembrare un controsenso, abituati come siamo a considerare i poeti dei sognatori con la testa tra le nuvole, ma non è così. La poesia vive di simboli, anche laddove punta i fari sulla vita reale. E i simboli non sono fantasiosi, ma sono profondamente veri, perché illuminano le zone profonde dell’animo umano. La poesia non guarda l’uomo con lo sguardo deviato e di comodo dell’idealista-ideologo. Lo guarda così com’è, l’uomo, e non come dovrebbe essere, o come si vorrebbe che fosse.

Ovviamente nell’uomo com’è va inserito anche il suo archetipo, la sua anima, appunto, perché un conto è l’idea astratta, di comodo, che dell’uomo ci possiamo fare, un altro conto è la sua anima reale, impastata con il sangue, con la carne, con la vita materiale. Il mondo delle idee non è il mondo dell’anima. Intendo dire che l’idealismo dogmatico è bandito da questa poesia, ma non certo lo sono le aspirazioni ideali verso un mondo più giusto, vivibile e umano. Il poeta ci indica un sogno per il quale vale la pena vivere e lottare. Un sogno da coltivare ad occhi aperti, fuori da ogni illusione e da ogni onirico incanto. Scolpire la pace, ovvero la convivenza, la fratellanza, l’amore, l’armonia.

Asciutta e decisamente contemporanea, questa poesia si presenta con un richiamo costante alle cose, con un desiderio di distanziarsi da tutto ciò che è aulico, incline alla tronfiezza, alla celebrazione, alla solennità. Una poesia corrosiva, pertanto, radicata nelle regioni del malumore e del disincanto, e tuttavia capace di slanci, di slarghi e tenerezze sentimentali. Antilirica nei contenuti, anticlassica ed antiromantica, si presenta in forme metriche spesso allineate con la tradizione melica, ma rovesciandone ogni prospettiva. Un cavallo di Troia. C’è un ritorno al sonetto, addirittura: un vezzo citazionistico, si potrebbe pensare, in linea con le poetiche postmoderne (Tansavanguardia in prima fila).

L’aria tuttavia è nuova: non manieristica, non retorica, a volte rabbiosa e mordace; a volte, si, idilliaca, ma altre volte ironica, con sfottò micidiali. Poesia realistica, priva di accensioni metafisiche, con un eloquio attento ai dettagli analitici e con versi nervosi che ne accentuano le valenze oggettuali. Irrequieta e dimessa nello stesso tempo, sempre colloquiale, questa poesia è ricca di trouvailles, di pastiches coltissimi, di satire pungenti, ed è sorvegliatissima, priva di banalità. Lo stile è ricercato e scabro; raffinato, ma non affettato; studiato, ma niente affatto arido o tecnicistico.

 

                                                                        Franco Campegiani

 

 

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Con grande piacere, pubblico qui di seguito il commento che la scrittrice Maria Rizzi, moderatrice della presentazione del 31 gennaio scorso, mi ha inoltrato all’inizio dell’anno  a lettura ultimata della mia silloge:

 

SCOLPIRE QUESTA PACE

 

 

La raccolta di poesie di Andrea Mariotti si basa sulla tendenza a ricercare

e sperimentare nuove tecniche espressive, senza mai sacrificare l’ispirazione.

La sua creazione è governata, con progressivo incremento, da un senso innato del limite, dell’ordine, dell’organizzazione dell’insieme. E di tale inopinato valore ci si avvede soprattutto dove il disegno è più palese, cioè nella strutturazione dei versi strizzata, rigorosa- per quanto lo possa consentire la natura lirica e libera dell’ispirazione-.

 

 

Mi riferisco a poesie come “Stabat Mater” :

 

“Inutilmente sfreccia un TGV,

le marionette non possono

mirarlo; dormono nel pulman,

avendo frullato senza posa”.

 

Il prefatore Franco Campegiani parla di lirica civile e non potrebbe esistere definizione più idonea alla nuova opera di Andrea Mariotti, così aderente alle poche ragioni e ai troppi errori dell’epoca in cui viviamo.

Va detto che, anche nei versi più legati alle tematiche sociali, si apprezza la piena maturità, lo splendore opimo e prezioso del discorso poetico dell’autore, sostenuto da una capacità inesausta di variazione nell’ambito di uno stile inconfondibile.

 

La silloge è divisa in sette sezioni, che corrispondono ad autentici salti artistici. Si parte dalle “Dissidenze”, caratterizzate da titoli provocatori come

“Le palle di Mozart”, “Sputnik”, La Gorgone di Foligno”, nelle quali l’apparente materialismo si coniuga con aspetti che oserei definire ‘mistici’. Il poeta, nell’ottica dello sperimentatore, fa sì che gli entusiasmi ottimistici lascino il posto a riflessioni sulla vanità della vita, intrise di malinconia, d’ironia, di stanchezza.

Un’altra sezione, che sembra aver carattere di breve album nel quale Andrea Mariotti sfoga con misura il proprio lato irriverente è “Poppe e sismi”, nella quale troviamo liriche come “Il preveggente Kubrick”:

 

“Avvistate le frappe

il cinque gennaio duemilaennove:

befana, orsù, leva le chiappe!”

Ma dopo le vacanze dai sentimenti, le arguzie, le magnifiche impertinenze, l’autore torna con levità rara sui passi degli affetti familiari, degli amori più o meno vicini, nella sezione “Mutatio animi”.

 

La sobrietà verbale, l’intensificazione delle risonanze profonde della parola, la rinuncia a qualunque ricerca di effetto ne fanno versi rappresentativi dell’ultima, grande incarnazione della sua scrittura.

Cito “Tiziana”, dedicata alla nipotina:

 

“Mi manchi cuoricino. Qua in Italia

i nostri, di cuori, nel caldo torrido

di agosto sono di non dismesso

amianto. Ripenso al tuo braccino

per coprirti il viso la prima

volta che ci siamo visti, il mese

scorso…”

 

Andrea Mariotti nella sua raccolta non rinnega le forme classiche, tant’è che una sezione è dedicata al “Caro endecasillabo…”.

E, incredibilmente, è proprio un sonetto, “Deja vù”, che con il suo respiro potente, la sua sagacia nutrita di tenera ribellione, porta, sulla cresta dei versi, i relitti del nostro esistere verso un lido insperato: la poesia del futuro. La plastica fissità del metro classico è estranea alla poetica del nostro autore. Non si può cogliere nelle sue liriche nulla di quella staticità

che in Germania passa per ‘romantica’. L’evento del loro nascere si configura come un evento lontano da effetti calcolati, da schematismi, anche quelli delle avanguardie.

In una silloge trasgressiva, originale, sanguigna, come “Scolpire questa pace”, Andrea Mariotti mantiene integra, purissima la musicalità.

E non potrebbe essere diversamente, visto il legame del Nostro con la musica classica e vista la sua formazione leopardiana.

Maria Rizzi

 

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Riporto adesso la breve ma qualificata recensione sulla mia silloge di Antonio Spagnuolo,  poeta e critico letterario responsabile di un prestigioso blog, in esso apparsa il 25.1.14, all’indirizzo:

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/

ANDREA MARIOTTI : “Scolpire questa pace” – ed. Tracce – 2013 – pagg. 72b – € 10,00
Nella quotidianità che circonda , rivissuta in prima persona , alcune immagini suggestive rincorrono pennellate dal colore intenso e culturalmente elevato. Poesia che affonda i sentimenti negli smarrimenti che i misteri serbano, nella storia individuale o collettiva, modellando metafore ed incipit nel ritmo equilibrato del verso. Il divenire resta nella pienezza del contemplare , nel tempo che si snocciola per incontrare vibrazioni o tormenti , impressioni o illusioni , preghiere o invettive. Il mondo poroso e ruvido ha quelle dimensioni che agganciano per incastri dello spazio , fuori luogo o fuori abissi. “Lo stile è ricercato e scabro; raffinato ma non affettato; studiato, ma niente affatto arido o tecnicistico . – scrive Franco Campegiani nella prefazione – Vivo è il sussulto del cuore : un fuoco che cova sotto la cenere e non l’incendio che divampa lasciando il nulla intorno a se”. Il gesto poetico cerca gli intrecci che lievitano nell’accettazione del destino , nella speranza dell’abbraccio, in quelle pause che rendono luminose la melodia tentata.
ANTONIO SPAGNUOLO

 

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Ed ecco la recensione (26.6.14) a Scolpire questa pace di Tea Ranno, narratrice da me particolarmente stimata:

 

La pace che permane

 

 

Scolpire questa pace sofferta e non in vendita. Parole severe, amare, che ci portano con semplicità dentro la poetica di Andrea Mariotti e ce ne fanno intendere i moti più intimi.

Scolpire è termine drastico, manifesta l’atto del togliere per definire una forma corrispondente a un pensiero, a un’idea: di bellezza talvolta, o di equilibrio, di armonia; in ogni caso implica il sottrarre, il privare dell’eccesso per rendere alla figura la sua perfezione.

E’ possibile scolpire la pace? Inciderla, specificarla, darle veste di coerenza? Smussarla negli spigoli? Darle liscia pelle, e lucentezza, e splendore?

“Beethoven, può scolpire questa / pace”.

E’ possibile, dunque.

Ma quale pace?

Non quella di cui si colmano la bocca quanti s’accucciano sotto la più conveniente bandiera. E neppure lo slogan gridato ad angolo di piazza perché se ne avverta più forte il clamore. Piuttosto la pace sofferta, silenziosa, conquistata un tanto al giorno a prezzo di rinunce, quella che scarta l’ovvio e si nutre di fame, che non si ossida e non perde la faccia, che non avvampa di vergogna, che si pone come ragione di vita: “(…) e di bellezza / nel frattempo vivrò, di quella / pace che avverto dentro di me”.

Pace e bellezza. Un vivere degno, quasi privo delle lusinghe dell’amore, orgoglioso, che si compiace del riserbo e cerca interlocutori poco usuali, un castagno, per esempio: “Salute a te, o venerando Castagno / (…) / volgendoti le spalle nel crepuscolo / ho percepito, credo, un moto tuo / di affetto per noialtri condannati / alla stoltezza”, o una quercia: “sicché t’abbraccio socchiudendo gli occhi… / o roverella invisa alle bufere, / insegnami a resistere alla pena / di vivere insabbiato”, o un fontanile, a cui il poeta si rivolge con tenerezza: “zampilla ancora l’acqua tua?”. Un discorrere con la Natura che guarda impotente allo scempio perpetrato dall’uomo: “ma ecco, all’orizzonte, bianche / del Gran Sasso le cime: zanne / d’un elefante acceso d’ira / per l’umana miopia”.

La pena del vivere insabbiato… il moto di pena verso noialtri condannati alla stoltezza… un elefante acceso d’ira per l’umana miopia… Ci sembra di sentirla forte la voce del poeta, che denuncia, irride e s’impenna, abrade la superficie del banale e infila aghi sotto le unghie di questa nostra società così pronta a esaltare il niente. Una voce che non si smezza in vaghezze o evasioni virtuali, che si adegua alla contemporaneità pur assorbendo del passato la polpa, la verità che nessuna “tecnoarpia stridente” può confutare; che mantiene coerenza d’impianto e non si priva d’ironia nel porgerci le pagliuzze spigolate qua e là: “Più che suora / una biglia, nel chiostro / ridotto in flipper. / Me la sono svignata vedendola / incollata ad uno schermo: / avrà cliccato su Perseo punto com?”.

Ma non solo di denuncia è capace Andrea Mariotti. Dai suoi versi emana anche una profonda malinconia. Che non si annacqua in lirismo d’occasione, piuttosto s’innerva in una specie di rudezza, nel bisogno di non soccombere al dolore ma di trovare comunque uno spiraglio, un rigo da cui prendere aria, luce.

Aria, luce, l’indispensabile presenza di un interlocutore che si fa compagno, anima capace di accogliere sfoghi, dubbi, di parlare a voce bassa cercando la confidenza, un pudico tu per tu in cui ci si intende senza bisogno di spiegare.

E’ questo che ci piace nella poesia di Andrea: la varietà di temi, di metri, la padronanza del verso che non ingabbia l’estro ma se ne fa ulteriore respiro. E il passo deciso, lo scandaglio della realtà nella sua incertezza – “Dimmi, foresta: dove stiamo andando? / che rimarrà, del nostro Belpaese?” – il disincanto amoroso – “e cos’altro poter dire di noi / due, troppo diversi per durare?” – il ragionare intorno a questo presente sempre un poco sbilenco, zoppo di senso talvolta, e però così pieno di bellezza, di una gioia che pure è possibile: come si spiegherebbe altrimenti l’invocazione: “Oh, Beethoven, insegnami a provarla, / l’intima Gioia che non è una ciarla!”.

Non è una ciarla l’intima gioia: “Mi manchi, cuoricino (…) / (…) / il mio piccolo giardino per l’inverno, sei”.

E così tutto si ricompone: la denuncia e l’invettiva, l’amore col contagocce, una bellezza che palpita nelle minime cose, e uno sguardo che va oltre i sismi e le digressioni per farsi pace, per dare pace.

Tea Ranno

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II Concorso Nazionale di Poesia “Mario Arpea”, Rocca di Mezzo 9 agosto 2015

Sez. C) Poesia Edita, secondo Premio Trofeo

ad Andrea Mariotti

motivazione:

La silloge “Scolpire questa pace” di Andrea Mariotti mette in risalto la complessità di un orizzonte sociale nel quale il divenire poetico sa amare, soffrire, indagare le penombre introspettive, abbandonarsi o avvalersi di una esatta ragione. Dalle sette sezioni in cui è articolata l’opera scaturisce un universo autentico capace di indicare una possibile resistenza al male del vivere e alle meschinità del mondo contemporaneo; la variegata capacità lirica è un significativo modello di efficacia lessicale e di pregnanza stilistica.

PER LA GIURIA: DANIELA QUIETI

 

 

Scolpire questa pace, Andrea Mariotti. Edizioni Tracce, giugno 2013

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