IL VIAGGIO FINISCE QUI

 

Il viaggio finisce qui”…così il verso incipitario della montaliana Casa sul mare: nel senso che oggi ho compiuto l’atto finale di quel “laico pellegrinaggio” relativo alla mia recente riflessione sulla tragedia di Aldo Moro (“pellegrinaggio” al quale accennavo proprio un mese fa nel presente blog): recandomi quest’oggi -dopo via Fani e via Caetani, nonché via Pio Foà 31- con un caro amico a Torrita Tiberina, nel cui cimitero è sepolto lo statista assassinato. Se vale l’assunto antropologico di impronta psichica, ebbene non posso tacere di un cupo dolore aleggiante attorno alla tomba che si vede nella foto; giacché lo spirito di Moro reclama tuttora verità e giustizia a noi tutti, a “…questo popolo ormai dissociato/ da secoli…”, per citare un verso famoso di Pasolini. Come ha scritto limpidamente Ferruccio de Bortoli nel suo recente volume Poteri forti (o quasi), “la memoria non è solo un omaggio, ma un dovere civile”, e questo enunciato dice tutto, a parer mio; risultando un piccolo e prezioso lume per me, oggi, in piena disperazione intellettuale e morale a fronte della nostra società lacerata e folta di guitti (non solo Grillo!); non a governarla, bensì colpevolmente ad inseguirla. Torniamo strettamente ad Aldo Moro. Sulla pietra tombale il suo nome e cognome in modo semplice ed eloquente. Ribadisco che al cospetto di questa tragedia noi non possiamo esteticamente consolarci come nei riguardi dell’atroce morte di Pasolini; in quanto, a seguito dell’uccisione di Moro, per dirla con Leonardo Sciascia, è fin troppo chiaro che “L’Italia è un Paese senza verità. Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti… (agosto 1978)”. Parole lapidarie e attualissime, quelle dello scrittore siciliano, giustamente riportate da Paolo Cucchiarelli nel suo libro-inchiesta Morte di un Presidente (2016), la cui lettura due mesi addietro non poco mi ha scosso (come del resto riferito nel precedente mio scritto del 18 maggio scorso). Non si scappa. Lo statista assassinato è il Convitato di pietra con il quale fare i conti per la losca e putrida partita a più mani giocata sulla sua pelle e su quella della sua famiglia nonché su quella della scorta; e, a ben guardare, storicamente anche sulla nostra; di sudditi che protestano oggi su Facebook e Twitter (per quanto può valere ciò). Basta. Al mare ci sono andato nei giorni precedenti. Oggi, con il caldo più sopportabile, ho cercato “diversi porti/ per lo gran mar de l’essere” (PARADISO, I, 112-3).

 

Andrea Mariotti

 

 

2 Responses to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    Di fronte al “caso Moro”, nel ricordo del sequestro, della prigionia e dell’assassinio dello statista italiano; nella ricostruzione degli eventi e nelle ipotesi avanzate sull’intera vicenda, non si può non tener presente la famosa, incisiva frase del teologo-umanista francese del Cinquecento, Sebastien Castellion:”Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, e’ uccidere un uomo…”

  2. andreamariotti ha detto:

    Concordo profondamente. Un caro saluto

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