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“Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone…”: questo l’incipit famoso della novella nona della Quinta Giornata del Decameron, una delle più squisite e toccanti narrazioni del gran libro. Ebbene, nel film dei fratelli Taviani ora sugli schermi, Maraviglioso Boccaccio, proprio la suddetta novella forse non a caso chiude la serie di quelle proposte allo spettatore. Diciamo non a caso in quanto nell’opera dei Taviani, assieme al meraviglioso racconto di Federigo, è inclusa un’altra novella “alta” e memorabile del Decameron, la prima della Quarta Giornata (quella degli amori infelici), con un convincente Lello Arena nella parte del “prenze” di Salerno che fa uccidere l’amante della figliola Ghismonda (“ e mandale il cuore in una coppa d’oro, la quale, messa sopr’esso acqua avvelenata, quella si bee e così muore”). Considerando inoltre un brillante Kim Rossi Stuart nel ruolo di Calandrino beffato da Bruno e Bulfamacco (novella terza dell’Ottava Giornata), diretto con tocco lieve, felicemente surreale da parte dei Taviani; per non dire di Paola Cortellesi, assolutamente incisiva nella parte della badessa peccatrice che pretenderebbe di fare la morale alle sue monachelle (novella seconda della Nona Giornata); anche qui con stile leggero, non volgare degli autori del film (ben aderenti al tono brillante, ironico e tutt’altro che greve del Boccaccio in merito a quest’ultima novella in oggetto); stavamo dicendo, considerando tutto ciò, ecco la necessità di sottolineare in tutta evidenza la volontà dei Taviani di offrire allo spettatore uno sguardo elevato ma non estetizzante nei confronti del Decameron: testo d’una attualità sconcertante, riferendoci alla multiforme esistenza degli umani  in esso stupendamente vibrante e viva. E qui rientra in gioco la vicenda di Federigo degli Alberighi da cui ha preso le mosse il presente scritto. La storia è ben nota, credo. Ridotto in miseria dopo aver inutilmente “armeggiato” (cioè maneggiato le armi per dare spettacolo) sperando di poter “acquistare” l’amore di monna Giovanna, maritata e “non meno onesta che bella”, Federigo finisce per ritirarsi in un suo poderetto non lontano da Firenze, a Campi, in compagnia del suo falcone (“de’ miglior del mondo”), segno ultimo della sua signorilità; ivi “pazientemente la sua povertà” sopportando. A questo punto della narrazione, il marito di monna Giovanna muore, e la donna, con il figlioletto, si reca a trascorrere l’estate in “contado”, in luogo non distante dal rifugio di Federigo. Ora Federigo e il figlio della donna amata fanno amicizia, in stretta compagnia del regale e umanizzato falcone: falcone che suscita l’invaghimento del ragazzo (in una campagna toscana d’altri tempi, splendidamente fotografata). Il ragazzo “infermò”, ci dice a questo punto Boccaccio; ed ecco quindi monna Giovanna recarsi a desinare da Federigo, per chiedergli in dono quel suo falcone desiderato dal figliolo per poter guarire. E come onora nella sua povertà Federigo quella donna dalla quale mai aveva avuto una sola “guatatura”? offrendole a pranzo come cibo di lei degno l’amato falcone: “non guardarmi così”, dice nel film l’attore Josafat Vagni rivolto al rapace che lo fissava con umanissima supplica… ma la decisione è stata presa, e quando Federigo, disperato per il diniego opposto alla richiesta della donna le mostra dopo il pranzo i resti del povero falcone, ecco monna Giovanna (una asciutta Jasmine Trinca in tal ruolo) offrirgli la mano come pegno d’una acquisita e definitiva consapevolezza del valore di quell’amore a lei rivolto. Il ragazzo muore, e ben presto si vedono nel film i fratelli di monna Giovanna irritati attorno a Federigo per dirgli che la donna, dovendosi rimaritare, aveva espresso la volontà ferma di sposare lui e soltanto lui, Federigo; che lietissimo, montato a cavallo, prestamente segue quegl’uomini bruschi e di poche parole. Bellissime e fresche, sottilmente liriche, queste immagini finali dell’opera dei Taviani tramite le quali si può avvertire l’eco delle parole precise della donna, nella novella: “Fratelli miei, io so bene che così è come dite, ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo” (sotteso soprattutto il ciceroniano De officiis, II, 20, nella sentenza scandita dal chiasmo a mezzo della quale il grande Trecentista suggella memorabilmente la novella). Il film di cui fin troppo dettagliatamente si è parlato finora (chiedendo venia a chi non lo ha ancora veduto) non è privo di difetti (vedi un attore come Riccardo Scamarcio “troppo bello per essere vero” -ci si perdonerà la cattiveria!-, nell’episodio della bella Catalina); per tacere della vicenda dei giovani aristocratici che si allontanano da una Firenze devastata dalla peste (1348) nell’intento di ritirarsi in campagna a ristorarsi e quindi a “novellare”; ebbene tale vicenda, com’è stato giustamente osservato, di grande valore strutturale nel Decameron (come ben sappiamo), risulta in qualche modo goffa e scadente nel film: al punto che si sarebbero potute proporre direttamente le novelle prescindendo dal banale accademismo dei giovani “novellatori” scelti dai Taviani. Tant’è. Volentieri esprimendomi a questo punto in prima persona, mi sento di abbonare ai Taviani le suddette manchevolezze per la già citata altezza di sguardo complessivamente diretto al capolavoro del Boccaccio, in tempi come gli attuali in cui ancora spadroneggiano a quel che sento i Famosi con fatua volgarità; mancando altrove pane, lavoro e dignità nel nostro paese comunque ricco d’una bellezza che non può e non dev’essere fagocitata da sterile passatismo, e dalla povertà morale e intellettuale di chi si è consacrato (e sono in tanti!) a Pluto, dìo della ricchezza. Grazie pertanto, Paolo e Vittorio Taviani, per aver risolto in immagini bellissime soprattutto la storia di Federigo degli Alberighi, a me carissima (suggerendo da parte vostra inequivocabilmente un mondo di valori focalizzato -fuor d’ogni retorica – sull’umanistico concetto della dignità dell’uomo). E grazie, ancora, per la sicura classe mostrata nell’aver compreso che non sono più questi i tempi d’una pasoliniana e “scandalosa” Trilogia della vita (pur avendo caro per quanto mi riguarda il Decameron del grande scrittore e regista): troppa macelleria anziché erotismo in giro, oggi; troppa volgarità senza confini per non apprezzare a dovere il vostro approccio “alto” a un capolavoro sublime della narrativa d’ogni tempo, stimabili Paolo e Vittorio Taviani.

 

P.S. doveroso precisare da parte mia che la foto qua sopra è stata scattata da chi scrive diversi anni addietro.

2 Responses to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    Non ho ancora visto il film dei fratelli Taviani “Meraviglioso Boccaccio”, ma vorrei aggiungere qualcosa sulla novella” Federigo degli Alberighi” da te citata, Andrea,con grande maestria: novella-emblema di quell’aristocrazia trecentesca un po’ indolente e dissipatrice, che si avviava a fondersi con la ricca e potente borghesia; novella della cortesia e della nobilta’d’animo che riflette “un mondo colto e civile, vestito un po’ alla borghese, spiritoso, elegante, ingegnoso, gentile” scriveva il De Sanctis. E, per quanto riguarda il protagonista della novella, Federigo e’una delle figure più poetiche di tutto il Decameron,incarna l’ideale cavalleresco tanto caro al Boccaccio: “non più il cavaliere della guerra, ma il cavaliere della vita” (Momigliano). Ciao, un caro saluto. Fiorella

  2. andreamariotti ha detto:

    Ti esprimo gratitudine, Fiorella, per questo tuo colto commento che integra, anzi, arricchisce a dovere il mio scritto sul film dei Taviani. Le tue raffinate citazioni in effetti stimolano una più acuta intelligenza del testo (la novella di Federigo degli Alberighi, naturalmente); testo il quale, trasfigurato nel lirismo delle immagini, non a caso chiude come ho avuto modo di osservare la poetica visione del Decameron dei fratelli Taviani. Un caro saluto a te

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