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Che fine hanno fatto i poeti (14 agosto 2014), di Marco Lodoli

Ogni stagione si lascia indietro qualcosa: è inevitabile, fisiologico, assolutamente sano, non possiamo trascinarci sulle spalle un bagaglio troppo pesante, ogni tanto bisogna scaricare qualche abitudine, svuotare un po’ la soffitta, aprire le finestre e lasciare entrare aria nuova. La vita incalza e non si deve consumarla nei ricordi e nei rimpianti. Però la poesia potevamo tenercela. Sono cresciuto in anni di festival poetici, pubblicazioni e riviste che si occupavano della nostra produzione in versi, in qualche modo gli italiani, anche quelli meno attenti alla storia della letteratura, sentivano che la poesia era l’anima del paese, che non era di certo qualcosa di superfluo di cui sbarazzarsi a cuor leggero. Il Novecento, solo per restare al secolo appena passato, è stato traversato da grandi poeti che in modo sintetico, profondo, ispirato hanno saputo stringere in poche righe le emozioni e i pensieri di un’epoca. Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, Quasimodo, Penna sono nomi noti a tutti, tutti avevano letto almeno qualche pagina di questi artisti italiani. Ma ancora alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta sono apparsi poeti formidabili, Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Beppe Salvia, la Valduga, Claudio Damiani e ancora tanti altri. “Somiglianze” di De Angelis o “Ora serrata retinae” di Magrelli furono casi editoriali importantissimi, libri che proseguivano e rinnovavano la nostra tradizione poetica. Poi poco alla volta l’interesse è scemato, le case editrici hanno chiuso le collane di poesia o le hanno ridotte al minimo, e oggi direi che non è rimasto quasi più niente. O meglio: ci sono ancora, e scrivono cose molto belle, quegli ultimi poeti, ma dopo di loro il silenzio. C’è stata l’esplosione della narrativa, migliaia di esordi di romanzieri, alcuni anche eccellenti, ed è proseguita, anche se in tono minore, la saggistica, sempre più terra di giornalisti e opinionisti, ma la poesia è stata sotterrata definitivamente. Dov’è finita allora quella vocazione lirica, ma anche civile, dove sono gli eredi di Pasolini, Fortini, Caproni, di quei maestri del verso e del pensiero poetante? Sono forse i rapper, i cantautori – per altro anche loro invecchiati e non rimpiazzati – sono i pubblicitari con le loro frasette che provano a rinserrare in uno slogan un vago desiderio di felicità? Non saprei, so solo che è rimasto un grande vuoto. La poesia difendeva la lingua, accoglieva amorosamente il senso della bellezza, apriva spazi mentali e sentimentali, insegnava a guardare e a commuoversi, a legare cose lontane in un’unità luminosa. Ora non c’è più niente. Il Grande Circo ha espulso i poeti, troppo malinconici, troppo intensi, troppo poveri. Ci sono solo saltimbanchi che fanno il loro spettacolo senza creare problemi.
 

8 Responses to “”

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Le Case Editrici sono poteri miseri di casta, purtroppo, che dei veramente “grandi” temono l’esordio sempre in crescita e rinnovabile da inesaurienti energie non modificabili; sdegnose sempre al vil soldo di moneta anche se questo potrebbe loro facilitare gli sforzi rispetto alla implacabile beffarda vita e dargli ben altro come valore e gloria.
    Scrivo di fretta ma è un articolo triste che fa ribollire la coscienza nel suo dovere di fermarsi col rischio, anche, d’inquinarlo con una sintassi tutta da rifare. Chiedo scusa mentre solidarizzo con tutto e ovviamente gridando un bravo all’amico Andrea. Mirka

  2. Grazia ha detto:

    In “L’attimo fuggente” si parla di alcuni alunni del rigoroso collegio Welton che, solo per leggere poesie, dovevano nascondersi in una grotta e far parte della Setta dei Poeti Estinti, Dead Poets Society, titolo originale del film.
    Anche l’autore dell’acuto scritto da te riportato, artista pregevole oltre che insegnante sensibile, dopo aver iniziato da poeta autoprodotto, ha incontrato il grande pubblico grazie al suo primo romanzo e agli articoli scritti per la Repubblica.
    La vita non è facile per Poesia e Poeti, ma la poesia non è una scelta: si è veri poeti non per mestiere o per calcolo ma nell’anima e si resta tali qualsiasi sia l’attività svolta; pronti ad affrontare la “giostra”, gli attacchi, l’indifferenza.
    Emblematica ed evocativa la tua foto.
    Un saluto

  3. andreamariotti ha detto:

    Non ho fatto altro, Mirka, che riproporre nel presente blog lo scritto di Marco Lodoli in oggetto pervenutomi ieri, associandolo ad una foto da Malebolge; esagerata o forse no…nessuna scusa, ci mancherebbe, per aver voluto commentare subìto con sintassi comunque chiara il testo di Lodoli; anzi un ringraziamento a tale proposito.

  4. andreamariotti ha detto:

    …”Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto, senza altre fatiche preparatorie”: dal DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO, di Giacomo Leopardi…
    un saluto a te, Grazia

  5. Grazia ha detto:

    ….”Io – proseguì poi don Mariano – ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”: da IL GIORNO DELLA CIVETTA, di Leonardo Sciascia

  6. Vania Dal Maso ha detto:

    che tristezza… come musicista non posso far altro che sentirmi accomunata dalle stesse sensazioni, perché lo stesso abbandono si sta verificando anche nei confronti della musica.
    Non possiamo permettere che questo accada. Nel mio piccolo continuerò a trasmettere ai miei studenti, finché ce ne saranno, l’amore per l’arte e la bellezza.
    Mi domando, inoltre, cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi se le nostre arti si estingueranno…
    Le stagioni di ogni singola esistenza possono lasciare indietro qualcosa per permettere al singolo di continuare a rivolgere il pensiero a progetti sempre nuovi, ma non si possono abbandonare forme di espressione artistica, mi rifiuto di pensarlo. Queste appartengono a tutti, vanno tenute in vita.
    Spero tanto di non essere tra gli ultimi esemplari di una specie in via d’estinzione.
    Quel che mi fa ben sperare è il tema del prossimo festival della filosofia (Modena, Carpi, Sassuolo), ovvero ‘ereditare’.
    Un saluto a te Andrea, e a chi mi leggerà

  7. andreamariotti ha detto:

    A proposito di Pasolini, Grazia, citato da Lodoli: ho sempre pensato (credo di averlo già rammentato nel blog) che, in qualche modo, dopo la sua tragica scomparsa, al posto della sua voce critica avremmo dovuto ascoltare perlomeno quella del semiologo (prima ancora che narratore) Umberto Eco, ripensando alle Lettere Luterane come acutissima analisi dell’italico costume. Ma c’è stato, diciamo così, un incidente di percorso, in quanto il poveretto (Eco), ha avuto la sventura di una notorietà mondiale con il suo romanzo Il nome della rosa (1980, se non ricordo male, dunque all’alba della “Milano da bere”). Nel frattempo cresceva l’astro di Funari con la sua “democrazia in diretta” come pure quello della Carrà, con le sue trasmissioni imperniate sul sentire più intimo delle persone esibito in tivù (e un Benigni non ancora imborghesito invitato a un “Pronto Raffaella?” a tastarla, la Carrà, senza rispondere alle sue domande…). Tornando comunque a Umberto Eco, le sue prime “critiche” battute su Berlusconi sono di qualche anno addietro; al tempo del governo Monti, se non ricordo male. Eterno “tradimento dei chierici”, non c’è che dire! è soltanto un caso fra tanti, ma emblematico, poiché un intellettuale della finezza di Eco avrebbe dovuto ubbidire all’obbligo morale di levare alta la propria voce (ovunque conosciuta) contro il degrado antropologico del nostro paese…Berlusconi, Renzi non nascono oggi, all’improvviso, nella terra delle stragi impunite e dell’uomo solo al comando. Forse non è una digressione la mia, rammentando per esempio in ambito strettamente letterario l’ultima stagione “civile” di un poeta altissimo come Andrea Zanzotto (scomparso nel 2011), non ricordato da Lodoli ma non inferiore a Pasolini e Caproni: ebbene, mi si passi il termine, il vegliardo di Pieve di Soligo dalla finissima educazione letteraria che gli procurò fama internazionale nel 1968 con un libro come La beltà , se ne uscì nel 2009 con una silloge quale Conglomerati, di rabbiosa, lucidissima e isolata ispirazione civile (una sorta di testamento spirituale del poeta, a me particolarmente caro).

  8. andreamariotti ha detto:

    Grazie per questo tuo intenso commento, Vania. Ti saluto caramente

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