Montale

 

Lui stesso ebbe a parlarne, in una trasmissione televisiva -già avanti negli anni e nel pieno della sua gloria letteraria- con nonchalance,  della lirica che stiamo per rileggere; in quanto, a parer suo, fin troppo “antologizzata”, nei decenni successivi alla prima apparizione in volume. Eppure tale lirica del 1916, scritta a soli vent’anni, forse non è esagerato avvicinarla -per forza d’intuizione poetica- al leopardiano Infinito del 1819 (idillio memorabile di un poeta di appena ventuno anni); o, ancora, alla mozartiana sinfonia in sol minore K 183, composta dal genio di Salisburgo nel 1773 a soli diciassette anni (destando per il suo fosco spirito “wertheriano” la sonora riprovazione del padre Leopold, musicista colto, nonché prezioso educatore del figlio).  Ma non perdiamo il filo del discorso: per osservare in sintesi che ci sembra opportuno e non sufficientemente scontato -rammentando il giorno della morte di Eugenio Montale (12 settembre 1981)- riproporre alla lettura questa lirica del grande Genovese; lirica dalla geniale e indimenticabile tessitura fonematica (vero e proprio biglietto da visita di un poeta che, del nostro Novecento, Nobel a parte, rimane probabilmente il più alto, almeno sino alla Bufera e altro, 1940-1954):

 

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

 

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

Eugenio Montale, da Ossi di Seppia (prima edizione 1925).

 

 

4 Responses to “”

  1. massimo ha detto:

    La continua ricerca dell’uomo di comprendere la ragione della sua esistenza, di scalare quel muro che lo separa dalla verità assoluta; ma i suoi sforzi sono vani poiché sulla sommità di questa parete ci sono aguzzi cocci di bottiglia. I cocci rappresentano l’ostacolo, l’impossibilità per l’uomo di poter interagire con quello che si trova al disopra, una frustrante realtà quotidiana, un ostacolo che ne cela la visione, quasi come la siepe leopardiana dell’ Infinito. Caro Andrea, forse non saremo mai in grado di decifrare il vero senso della natura, nella nostra condizione attuale di individualisti e opportunisti.
    Un caro saluto Massimo

  2. andreamariotti ha detto:

    Innegabilmente, caro Massimo, la poesia di Montale del 1916 in oggetto è nata come si suol dire adulta al pari di Minerva dal cervello di Giove: ma, al di là della precocità del genio poetico del grande Genovese, qui, con tale lirica, immergendoci cioè in essa con occhi limpidi, ecco che siamo come risucchiati da un vortice di pensosa negatività che ha distinto da subìto la portata umano-letteraria degli Ossi, (titolo poetico peraltro emblematico e asciutto quanto più non si potrebbe). Cosa aggiungere ancora? le tue riflessioni non fanno che confermare il valore paradigmatico di una poesia che ha fatto scuola nel secolo passato ed ha parlato a più generazioni di letterati e lettori: senza per questo cessare di farlo attualmente, ritengo. Un caro saluto anche da parte mia

  3. Bianca 2007 ha detto:

    Gli occhi del grande, l’attenzione acutissima del poeta che si espande concentrandosi sull’impercettibile fruscio di foglia o di formica. Mi ha fatto bene rileggere questa poesia, immergermi dentro, sentire ogni cosa, vederle con occhi nuovi e come da incantesimo presa per mano dal Maestro verso dimensioni sconosciute. Grazie per questa tua magnifica intuizione. Un abbraccio caro e sempre un’Evviva. Mirka

  4. andreamariotti ha detto:

    Custodivo questa vecchia foto di Corniglia, credo, vista dall’alto, lungo il sentiero che a suo tempo ho percorso godendo della bellezza delle Cinque Terre: i luoghi della prima giovinezza del poeta genovese, a lui profondamente cari; nel cui abbraccio è probabilmente nata questa lirica stupenda, trionfante su ogni processo di normalizzazione culturale (per la sua perfetta e innovativa identità di suoni e senso). Un caro abbraccio anche da parte mia.

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