Ricordo di averlo veduto per l’ultima volta nel dicembre del 1990, in un caffè letterario nei pressi di piazza Trilussa, a Roma. C’era confusione nel locale, risibile spazio vitale a disposizione; eppure lui, di spalle, mi appariva aspramente isolato, come roccia inviolabile (all’anno precedente risaliva la morte del figlio in un incidente aereo). Sto parlando di uno dei nostri più grandi scrittori del Novecento, Paolo Volponi (6.2.1924-23.8.1994); l’unico autore premiato due volte allo STREGA: nel 1965 con LA MACCHINA MONDIALE; nel 1991 con LA STRADA PER ROMA. Nel segnalare ai visitatori del blog il bellissimo video (su You Tube) di RAITV.CULTURA circa l’impegno morale dell’autore Volponi, il mio pensiero va all’ultimo grande romanzo dello scrittore di Urbino: LE MOSCHE DEL CAPITALE (1989); laddove la sua creatività raggiunge un’ acme di desolata, profetica riflessione sulla fatuità del Potere. Amico di Franco Fortini e di Pier Paolo Pasolini, Volponi lavorò a stretto contatto con Adriano Olivetti. Con certezza, possiamo quindi parlare di un arricchimento della personalità dello scrittore, a contatto con un “capitalista illuminato” quale indubbiamente è stato Adriano Olivetti; in tempi che paiono sideralmente distanti dall’epoca attuale (segnata invece dal turbo-capitalismo e dalla pirateria finanziaria). Nel precisare di trovarci al cospetto, nel caso di Volponi, di un narratore “difficile”, non conciliante col lettore, in quanto sperimentatore inesausto di temi e linguaggi (i primi intrisi al contempo di sentimento profondo della natura e di cultura industriale con nettezza declinata); nel precisare ciò, stavo dicendo, ecco che vorrei ricordare anche il poeta Volponi, meno noto del romanziere, forse, ma altrettanto grande. E così, possiamo leggere qui di seguito un suo asciutto, altissimo “notturno” da me profondamente amato, e tratto da una silloge peraltro ricca di poemetti impetuosi nella loro natura volutamente “contaminata” e contraria all’idillio:

La notte è parallela al giorno;
ne sostiene l’anelante
andatura
istante per istante.
La notte è più grande e sottile
e cede senza paura
a ogni sporgenza vile
del giorno.
La notte non è sicura,
proprio come un soggetto
che cerca sempre misura
fra origine e ritorno.
Il giorno invece è un oggetto
che pesa e si oppone intorno
alla sua stessa parvenza.
Il giorno finisce
senza…
La notte è immortale,
e non concepisce,
quale vestale
della propria assenza
continua che compatisce.

Paolo Volponi, poesia scelta dalla raccolta Con testo a fronte, Einaudi, 1986.

P.S. La foto sopra inserita non è mia (ringrazio sentitamente la persona che a suo tempo l’ha scattata per poi inoltrarmela).

4 commenti su “

  1. maria rizzi

    Caro Andrea,
    hai conosciuto Volponi, un autore che in tempi quasi non sospetti intuì lo strapotere dell’industria e cercò di opporre resistenza al degrado morale e culturale del paese.
    Di lui sapevo poco come poeta. Ricordo che era deciso a distaccarsi dalla tradizione lirica e a compiere sui versi una ricerca controcorrente, isolata , paragonabile a quella di un altro grande sperimentatore, Edoardo Cacciatore, colpevolmente ignorato.
    Nel ‘Notturno’ che tu hai scelto con tanta sapienza, si ha modo di cogliere il linguaggio strizzato, l’asprezza sonora e immaginativa…basta guardare i verbi…, la rima ripetuta, insistita che, nella sua esasperazione è il marchio dell’oppressione, dell’istanza contestativa e della forza ribelle dei versi dell’autore.
    Ma siamo davvero certi che una lirica come il ‘Notturno’ tenda al non poetico?
    In sincerità trovo che vi sia libertà rispetto alla metrica, ma nella struttura del verso breve Volponi echeggi Ungaretti…
    Il suo strumento d’insurrezione, a mio avviso, brucia come solo la poesia pura sa
    bruciare.
    E so di potermi sbagliare, caro Andrea, ma devo dire ciò che sento e ringraziarti per questo ulteriore dono. Il tributo a chi ha dato e presagito tanto.
    Un forte abbraccio.

  2. andreamariotti Autore articolo

    Cara Maria, non posso che condividere la tua percezione di un alto, toccante lirismo vibrante nei versi di Volponi qui presentati. Ma, appunto, un lirismo conquistato in essi, a mio avviso; tutt’altro che presupposto a priori, volendo alludere a quel sentimentalismo riduttivo e avvilente che nulla ha da spartire con l’autentica letteratura. Concordo con te, poi, anche a proposito di una vicinanza di tali versi a quelli di Ungaretti…forse del primo Ungaretti, a ben vedere, predominando nella poesia di Volponi un senso di nudità (riconquistata anch’essa!) che non può non far pensare al poeta dell’ Allegria. Un’ultima cosa, vorrei aggiungere: è stato a suo tempo osservato (con l’assenso dell’autore, in risposta), che nei titoli volponiani (poesia e narrativa) e, più in particolare nelle sue rime, predominante è l’uscita in “ale” (dalla Macchina mondiale vincitrice del primo Strega fino all’ultima raccolta poetica, Nel silenzio campale); il perché profondo di ciò? un’adesione radicale in chiave etico-estetica da parte dell’autore per il leopardiano Canto notturno di un pastore errante dell’Asia; laddove la rima in “ale” non può che riportare alla verità della condizione umana : “Vergine luna, tale/ è la vita mortale” (36-37). Stavo per chiudere, ma non posso che rallegrarmi con te per aver fatto nel tuo commento il nome di un altro grande, grandissimo poeta (e filosofo) siciliano non attraente per l’industria letteraria: Edoardo Cacciatore, che ho fatto in tempo a conoscere (sempre nei primi anni Novanta) prima della sua scomparsa in tardissima età…ricordo quel primo pomeriggio nella sua elegantissima casa romana, con vista sull’Orto Botanico …il suo sorriso, quasi una materializzazione dello scintillio del pensiero …Un abbraccio, cara amica.

  3. Franco Campegiani

    Lo scontro tra la notte e il giorno che la poesia di Volponi propone è in fondo lo scontro tra una visione interiore, profonda della vita ed una visione superficiale e fatua delle cose. Lo scontro ossia, in termini simbolici, tra una cultura dell’essere e una (in)cultura dell’apparire. Ed eccoci calati nelle problematiche civili dei nostri giorni, decisamente segnati dalla fatuità del vivere sociale. Francamente io non riesco a trovare nei movimenti culturali e politici che ci circondano – nessuno escluso – qualcosa che somigli vagamente al desiderio di pregnanza, di autenticità e di umanità che mi divora. Faccio il mio dovere di cittadino in cabina elettorale, ma senza alcun entusiasmo per visioni del mondo – tutte indistintamente – proiettate verso l’edonismo ed il materialismo più sconsiderati e neri. Ho ammirazione per intellettuali come Volponi e Pasolini che hanno saputo cogliere e rappresentare tali problematiche nell’esperienza drammatica del passaggio alla cultura industriale dalla cultura contadina. Personalmente, come sai, ho vissuto e vivo tuttora sulla mia pelle una scelta di vita contadina, che mi sono illuso a lungo di poter considerare alternativa, ma ho finalmente compreso che non può esserci nulla di veramente alternativo all’omologazione imperante sul piano delle scelte materiali. La vita interiore (notturna, per dirla con Volponi) va coltivata interiormente, per compensare e non per stravolgere la vita esteriore (deputata, questa, non alle espressioni dell’essere, ma a quelle dell’apparire). Sono i due piani della realtà (concreti entrambi, si badi bene), che, per quanto conflittuali, occorre bilanciare tra di loro. Ed è l’armonia dei contrari. Arriveranno tempi in cui la vita interiore, se straripante, giungerà ad invadere anche quella esteriore. E viceversa, ovviamente, dal momento che tutto è pulsazione. Ti sono grato, caro Andrea, per le stimolanti riflessioni che mi spingono a fare le tue provocazioni. Un grande abbraccio.

  4. andreamariotti Autore articolo

    Molto efficace davvero e convincente, caro Franco, questa tua lettura dei versi di Volponi nei termini di una dicotomia che non si può eludere: ossia quella fra vita interiore ed esteriore. Apprezzabile anche, conoscendo il tuo riserbo, il generoso, umano slancio con il quale hai raccontato la personale esperienza della suddetta dicotomia. Così dicendo, infatti, hai permesso a chi leggerà la lirica volponiana, di intenderla come in effetti andrebbe intesa la buona poesia: quale intelligenza concreta della realtà; a prescindere da sterili questioni di lana caprina. Volponi, in fondo, ci invita a temere meno la notte, a confrontarci con essa; e il tuo commento ha il pregio perspicuo di esortare il lettore a leggere più da vicino e in tale direzione i versi in oggetto. Mi viene in mente, ora che scrivo, il grazioso, toccante cimitero attorno all’ Abbazia di San Pietro, a Salisburgo, nel centro della città…quasi una messa in scena del dialogo fra i vivi e i morti (senza ghettizzare quest’ultimi nelle periferie delle nostre anime e agglomerati urbani). Tale dialogo, iscritto nell’esperienza antica dell’uomo, risulta ovviamente inconcepibile per le frenetiche movenze di un epoca come l’attuale che ha anteposto l’agire al pensare; il riso sguaiato al sorriso che proviene dalla consapevolezza. Ti sono a mia volta grato, caro amico, per i preziosi contributi di riflessione che assicuri a questo mio spazio. Un abbraccio.

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