Finito di leggere il Leopardi di Pietro Citati (Mondadori, 2010), desidero esprimere qui le mie riserve rispetto a tale lavoro; pur riconoscendo subito al prestigioso critico il merito non indifferente di avere avvicinato al lettore la figura del Recanatese ( e questo, per la fascinazione che la grande letteratura esercita su Citati; dal critico mirabilmente ricreata nei suoi libri). Ma, ciò premesso, non posso tacere il mio dissenso riguardo all’inguaribile estetismo di Citati. Non altrimenti si spiegano, infatti, a mio giudizio, le pagine fin troppo cariche di citazioni letterarie che precedono l’analisi di questa o quella lirica leopardiana senza grandi novità interpretative, a ben guardare. Salvo poi farsi sfuggire del tutto il Leopardi mordace, sarcastico e scabro capace di creare una “sensificazione dei processi mentali” (così come è stato osservato da Nino Borsellino nel suo importante saggio sul “Socialismo della Ginestra“). Non piace evidentemente a Citati, in poesia, la moderna contaminazione prosastica di cui la Ginestra è fondamentale esempio. Manca, in sostanza, nel Leopardi di Citati, un adeguato soppesamento di quel sostrato filosofico di matrice illuministica che agisce nei versi come nelle prose leopardiane; e che studiosi insigni come Walter Binni, Sebastiano Timpanaro e Cesare Luporini hanno sottolineato una volta per tutte verso la metà del Novecento. Ancora: poco riguardo sussiste, nel lavoro di Citati, per gli avvenimenti storici del tempo di Leopardi; e scusate se è poco. Peraltro, le “novità” sulle malattie leopardiane colpiscono il lettore; che sente Giacomo più vicino a sé, in carne ed ossa; senza fumosità critico-letterarie, in questo caso (notevole, anzi, quella che in una parola sola è l’empatia di Citati rispetto ai grandi autori coi quali si è confrontato e che, rispetto a Leopardi, lo porta a scrivere che Giacomo “ingoiava libri”, nel tempo dello “studio matto e disperatissimo”). Come è giusto, occorre sempre sforzarsi di riconoscere la validità -ove ravvisata- di ciò che sostanzialmente non ci è piaciuto. La mia impressione, tuttavia, è che Citati non abbia scandagliato lo Zibaldone con la stessa pazienza e profondità rivolte ad esempio a Proust (e, guarda caso, le pagine più convincenti sui grandi canti pisano-recanatesi sono a mio avviso quelle riservate alle Ricordanze, non a caso “poesia della memoria” , delle “intermittenze del cuore”). Ho brevemente espresso queste mie riserve sul libro di Citati a Ermanno Carini, bibliotecario del Centro Studi Leopardiani di Recanati, che, seccamente, ha sottolineato l’importanza del testo in questione. Sarà…chi ha letto l’importante saggio di Antonio Prete, Il pensiero poetante (Feltrinelli, prima ed.1980), potrà forse condividere le mie perplessità (in questo saggio venendo fuori alla grande tutta la corrosiva critica della modernità attiva nello Zibaldone). In breve: leggendo il libro di Citati sono stato “catturato” da non poche pagine, ma parecchio ho sbadigliato; specialmente laddove il critico fa bella mostra della sua indubbia, sterminata cultura letteraria; totalizzante, e dunque tale da alimentare quella nefasta idea dello scrittore chiuso nella propria eburnea torre (proprio quello che Leopardi ha coraggiosamente non voluto per sé negli ultimi suoi anni lontano da Recanati, fino all’approdo umano, oltre che supremamente poetico, della Ginestra). Per questo motivo offro quindi a Citati il Narcissus poeticus (visibile nella mia foto), stupendo, primaverile fiore in cui mi sono recentemente imbattuto durante un’escursione in montagna: fiore dallo stesso “dolcissimo odore” della ginestra, tra l’altro; forse, in misura persino superiore.

5 commenti su “

  1. Franco Campegiani

    Andrea carissimo, è sempre arricchente leggere i tuoi eleganti e colti elzeviri, dove la sapienza dell’esteta si coniuga ad una visione aperta e problematica del mondo, ad un pensiero, ad una filosofia. Torni stavolta a parlare di Leopardi, prendendo lo spunto dal recente volume di Pietro Citati edito da Mondadori, dal cui “estetismo” dissenti, preferendo una lettura più attenta alla natura “mordace, sarcastica e scabra” del grande Recanatese, quale è possibile evincere dalla “Ginestra” e dallo “Zibaldone”. Non avendo letto il saggio del Citati in questione, non posso intervenire nel merito della polemica e delle riserve da te sollevate, ma certamente condivido la tua idea di fondo sulla corrosiva modernità leopardiana, la quale si colloca indubbiamente – da protagonista – nei grandi rivolgimenti culturali che hanno chiuso l’età romantica e, con essa, tutta intera la millenaria vicenda che si diparte dall’età classica. Il Nichilismo, in tutte le sue sfumature – di cui quella leopardiana rappresenta una ragguardevole componente – ha provocato una frattura profondissima nei tessuti culturali e storici, frattura dove sono sprofondate miseramente tutte le tradizioni di pensiero trionfalistiche. E dico tutte, ivi compreso l’Illuminismo. Devo confessarti, caro Andrea, che mi riesce difficile ravvisare una “matrice illuminista” nella poetica e nel pensiero di chi, così imbevuto del male di vivere, come fu il grande Giacomo, ha coltivato una filosofia opposta a quella delle “magnifiche sorti e progressive”. Tu sai meglio di me che i suoi orizzonti erano quelli di un radicale ribaltamento di ogni ottimismo razionalistico. Sta qui la potenza rivoluzionaria e la portata modernissima della sua straordinaria personalità di poeta e pensatore. Ma, certo, bisogna ammettere – come lo stesso Heidegger ha in fondo osservato – che tra Metafisica e Nichilismo c’è un rapporto, più che antitetico, consequenziale. A ben guardare, infatti, la tragedia nacque insieme alla metafisica agli albori della cultura greca. Sono facce della stessa medaglia e appartengono, pur differenziandosi, allo stesso processo di pensiero. Per questo io ritengo che superare il razionalismo non sia sufficiente e che, per rinnovare davvero i nostri orizzonti, occorra superare lo stesso nichilismo, tornando (per andare avanti, s’intende!) alle radici misteriche precedenti. Alle origini, ossia, della cultura universale (dove la spiritualità non era ancora degenerata in spiritualismo). Ma di questo parleremo, spero, in altra circostanza. Ti abbraccio, grato per lo spazio, per la pazienza e le attenzioni che sempre mi dedichi.

  2. andreamariotti Autore articolo

    Amico carissimo, ti sono come al solito grato per la tua lucida e costante presenza sul mio blog. Nella fattispecie, mi permetti di rammentare un punto di forza del libro di Citati da me ingenerosamente omesso nell’articolo; ossia l’insistenza del critico sulle continue contraddizioni lirico-meditative della “rapidissima” mente leopardiana, fra i Canti e lo Zibaldone. E a quale proposito dobbiamo parlare di contraddizioni, in Leopardi? mi sentirei di rispondere così. In un filosofo grande ma certamente non sistematico come il Recanatese, lirico altissimo, ecco che le punte più corrosive del suo nichilismo, se non clamorosamente smentite, risultano temperate dalle illusioni, a lui care fino all’ultimo dei suoi giorni; quelle illusioni che rimangono un bene di prima necessità per l’uomo comunque posto di fronte al proprio doloroso destino. Esemplare, in merito, quanto Leopardi scrive alla sorella Paolina da Pisa, nel 1828: “…e dopo due anni, ho fatto dei versi quest’ Aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta. Addio, addio.” (lettera del 2 maggio). Allude, Giacomo, con queste parole, alla composizione di A Silvia, dove, secondo i precetti della filosofia sensistico- materialista europea, la dolcezza squisita del canto poetico-memoriale è ciò che unicamente può consolare rispetto ai dati nudi e tremendi della malattia e della morte. Ora, tornando a quanto tu scrivi, amico mio, non esiste alcun dubbio circa la necessità di sottoporre a serrata critica quello sterile razionalismo capace di amputare le facoltà umane. Ma, a parte il puntuale riconoscimento leopardiano dei limiti di tale razionalismo (“…sentite i filosofi. Bisogna fare che l’uomo si muova per la ragione, come, anzi più assai, che per la passione, anzi si muova per la sola ragione e dovere. Bubbole. La natura degli uomini e delle cose può ben essere corrotta, ma non corretta…Non bisogna estinguer la passione colla ragione, ma convertir la ragione in passione…”; Zibaldone, 22/10/1820; 293-4); a parte detto riconoscimento, stavamo dicendo, ecco che nel mio articolo, critico nei confronti di Citati, altro non ho voluto rammentare che la testualità della Ginestra. In essa, infatti, sdegno e sarcasmo contro il “secol superbo e sciocco”, vibrano lessicalmente con cipiglio persino militaresco (così come è stato giustamente osservato): “Per questo il tergo/ vigliaccamente rivolgesti al lume/ che il fe palese…”; versi 80-1; sempre nei riguardi del suddetto secolo. Senza intendere rigidamente dal punto di vista teoretico il pensiero illuministico leopardiano sotteso ai versi della Ginestra, insomma, è anche vero che tale pensiero spinge Leopardi a immaginare una “Nobil natura” che “Tutti fra se confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor”; guarda caso i versi leopardiani più banali in assoluto per Pietro Citati (pag.407 del suo Leopardi). In tutta evidenza, senza ergersi a custodi di una supposta e perniciosa “ortodossia” leopardiana, è anche vero che così dicendo, Pietro Citati mostra di non aver compreso il pessimismo del Recanatese divenuto, all’altezza della Ginestra, agonistico, tutt’altro che rinunciatario e libresco, scolasticamente “cosmico” una volta per tutte. Non posso in conclusione che ringraziarti ancora una volta, Franco carissimo, per l’occasione che mi hai offerto di approfondire, credo, quanto scritto nel mio articolo. Un abbraccio.

  3. maria rizzi

    Cari Andrea e Franco,
    sento il dovere di rivolgermi a entrambi, perchè vi stimo e perchè portate avanti dialoghi di spessore letterario, di fronte ai quali i
    ‘profani’, come me, non possono che arricchirsi. Non ho letto il critico Citati, ma dai tuoi riferimenti, Andrea, mi sembra lontano dal fulcro della personalità di Leopardi e centrato solo su se stesso e sulle proprie idee dissacranti… come spesso accade.
    Il romanticismo, il nichilismo e l’illuminismo vengono posti storicamente in antitesi, ma in realtà, come asserisce Franco, sono consequenziali e , come affermi tu, caro amico, possono divenire complementari.
    In fondo una personalità come quella dell’illustre Recanatese non poteva non essere permeata dalla forza della ragione ed è chiaramente nichilista in molte liriche ed anche in altre opere.
    Comunque mi astengo da ulteriori inutili commenti. Vi abbraccio entrambi.

  4. Angiolina Bosco

    Caro Andrea,
    questo tuo grande interesse che ti rende attento studioso del Leopardi, ti porta a criricare un testo, quale quello del Citati, nel quale la figura del grande poeta non trova vera giustizia.
    Premetto anche io di non aver letto il libro in questione, ma sicuramente le tue impressioni sono meditate e dettate da grande competenza al riguardo. Del resto trattando della poesia leopardiana così intensa e così incisiva, così partecipe eppur così diversa dalla lirica contemporanea, non si può non notare un percorso di maturazione che culmina nel grande conclusivo quadro della Ginestra. Qui la rappresentazione degli esseri umani procede da momenti di iniziali tenebre ad un percorso di grande valore, culminando in un grande abbraccio, che rasserena e fa da scudo alla nuova consapevolezza della reale situazione umana. Per il Leopardi proprio nella Ginestra si canta l’eroismo, ossia la convinzione che quando l’uomo avrà compreso che la vita è un costante scontro con la natura, saprà annullare ogni negatività e comprendere che esiste un grande trasporto degli esseri umani l’uno con l’altro in una nuova “fraternità universale”. E’ quindi riproposta la matrice filosofica con sbocco che rappresenta chiaramente il disegno poetico del nostro autore e soprattutto un’opera quale lo Zibaldone. Ricordiamo a tal proposito un pensiero leopardiano tratto dal testo citato: “La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi…”.Sembra una filosofia negativa e rinunciataria, ma al contrario, non porta Leopardi ad abbandonare la voglia di vivere, nè ad estraniarsi completamente dalla realtà del suo tempo.
    Ecco caro Andrea, riflettendo sulle tue osservazioni, sono andata a ripercorrere il cammino che Leopardi ha compiuto anche in queste grandi opere, che, come anche tu sottolinei hanno un rilievo decisivo per comprendere e non travisare il nostro autore.

  5. andreamariotti Autore articolo

    Bentornata sul mio blog, innanzitutto, cara Angiolina. Ho apprezzato il tuo commento, non di maniera, ma, di converso, vibrante di quella passione etico-intellettuale che Leopardi ci dona (a volerlo leggere non scolasticamente o nevroticamente o, peggio, secondo quell’atteggiamento folclorico fin troppo “allergico” al pessismismo e alle sue modulazioni; per non dire di quello spirito salottiero che, squittendo, tutto banalizza per non aprirsi veramente alla vita). Io voglio soltanto esprimere, qui, l’emozione di spiazzamento continuo in me suscitata dalla lettura della Ginestra, soprattutto : “Ed alle offese/ dell’uomo armar la destra, e laccio porre/ al vicino ed inciampo,/ stolto crede così qual fora in campo/ cinto d’oste contraria, in sul più vivo/ incalzar degli assalti,/ gl’inimici obbliando, acerbe gare/ imprender con gli amici,/ e sparger fuga e fulminar col brando/infra i propri guerrieri”; versi 135-44.
    Versi sui quali riflettere, credo, i suddetti; versi che vogliono ricordarci di non “perdere” la nostra vita in risibili “guerre di posizione” dove, purtroppo, emerge tutta la nostra spietatezza. Il laico invito leopardiano è, piuttosto, per una fraternitas degli umani nella consapevolezza dell’hobbesiano homo homini lupus. Da questo punto di vista, pertanto, a prescindere da quanto è stato mirabilmente affermato da insigni studiosi del Recanatese nel Novecento, ecco che io, come uomo, come Andrea Mariotti non più giovane, dopo essermi consolato nell’adolescenza col Leopardi più indicato al riguardo; ecco che io -stavo dicendo- oggi, nell’età matura, non posso non guardare all’ultimo Leopardi, generoso ed aperto. Un abbraccio.

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