Ieri sera sul tardi, 4 ottobre, prima di coricarmi, ho fatto in tempo a leggere nella edizione on line della rivista San Francesco Patrono d’Italia un brano a mio avviso stupendo di Erri De Luca sul Poverello di Assisi. Non ho fatto in tempo a chiedere esplicita autorizzazione per presentare il brano in questione (ma il mio copia/incolla verrà tollerato–spero- per la bellezza del testo di De Luca, da far assaporare ai visitatori del blog; quale occasione di riflessione, per credenti e non credenti, sulla figura di Francesco, più che mai viva e attuale (mia la foto qua sopra):

Ho saputo di lui…

Aveva un coraggio infiammabile e all’inizio impugnò armi. La gioventù ha attraversato spesso l’esperienza di battersi per vivere o morire. Le guerre, nemiche delle madri e delle spose, davano al genere maschile un tempo per conoscersi in battaglia, sapere di sé notizie certe di viltà o valore.

Oggi non più, le guerre moderne fanno comode stragi di civili indifesi, più che di combattenti. Chi spara tra le case è più bandito che soldato. Conobbe prigionia ma non bastò a distoglierlo dai campi di battaglia, fu invece una febbre a sbalzarlo di sella dandogli una tutt’altra visione di se stesso. Chi ha imbracciato le armi può arrivare al gesto violento di ripudiarle, alla scelta solitaria del disarmo. Si va in coro alla battaglia alzando armi e bandiere, ma si dà addio alla guerra in uno spogliatoio deserto, in una retrovia di se stessi. Fece la mossa di un azzeramento, premessa di altre riduzioni al minimo. Si ritirò in disparte, si fece muratore a riparare luoghi sacri dismessi. Si riconobbe nel verso di Isaia (58,12): “E si costruiranno da te rovine antiche, fondazioni di generazioni e generazioni solleverai e ti chiameranno riparatore di breccia, colui che restaura sentieri per dimorare”.

Il resto è risaputo, scrisse la formula di una vita rinnovata, una regola da abbracciare più che da seguire, l’entusiasmo di chi lasciava ogni faccenda per seguirlo. Il sentimento dell’ammirazione è più saldo dell’amore e commuove al punto di tentare ogni mezzo per fare come. L’ammirazione costringe a trasformarsi: non per possedere la persona amata, ma per esserne all’altezza. Inaugurò gesti rimasti impressi nelle generazioni, la messainscena della natività, poi ridotta a formato di presepe nello spazio domestico. Si dice che ammansì un lupo , ma con molto più rischio gli riuscì di ammansire gli uomini.

Da cieco dettò “Il cantico di frate sole”, omaggio alla maggiore forza di natura. Dal buio della privazione fece squillare il suo ringraziamento. Considero alla pari il solo Borges che intuì :”La magnifica ironia di Dio/che mi diede tutt’in una volta i libri e la notte”.

Da morto cambiò posto varie volte. Da vivo obbedì all’autorità religiosa ma pure al comandamento personale di convertire a nuova regola i cristiani scoraggiati. Altri suoi contemporanei tentarono riforme forzando i tempi e i modi, inguaiandosi con eresie e scomuniche. Lui riuscì a trasformare gli animi e gli intenti senza spettinare il suo vescovo. Questa virtù politica fu opera di prestigio degna delle altre. L’addio alle armi gli aveva inculcato la più invincibile mansuetudine.

Erri De Luca

12 Responses to “”

  1. Sandro Angelucci ha detto:

    Grazie, amico mio: è davvero un’ottima occasione di riflessione quella che mi offri con la lettura di questo testo di De Luca.
    Un’interpretazione della scelta estrema di Francesco (a me piace chiamarlo così) più che mai attuale, e ciò per almeno tre ragioni. La prima: non si può ripudiare ciò che non si conosce; e, oggi, “chi spara tra le case” dimostra di non avere neppure nemici, se non se stesso. La seconda: l’addio alla guerra si dà “in uno spogliatoio segreto”, dopo essere stati “sbalzati di sella”, magari picchiando anche violentemente a terra, ma mai, restando comodamente seduti sul divano davanti ad uno schermo che propina immagini virtuali di guerre reali. La terza: (quella di cui dovrebbero fare tesoro i nostri politici) riuscire “a trasformare gli animi e gli intenti senza spettinare” il potere, di qualsiasi genere esso sia.
    Ecco: mi sembrano questi i punti rilevanti dell’articolo di Erri De Luca; uno scritto che non può che fare bene ricordando a tutti – credenti e non credenti – che, forse, il corso della storia avrebbe potuto essere differente. Non è successo, non succede e, credo, mai succederà, ma di anime come quella di Francesco, l’umanità – ne sono certo – non potrà fare a meno, da qui all’eternità.

    Sandro Angelucci

  2. andreamariotti ha detto:

    Non posso che far mie le tue riflessioni su Francesco, caro amico. Vorrei solo aggiungere un accenno a quel gesto di perenne freschezza compiuto dal Poverello d’Assisi nella piazza dell’Arcivescovado, quando si denudò degli abiti paterni avendo in mente un altro cammino…ma che dico: non solo un gesto di perenne freschezza, ma anche spiazzante a futura e incessante memoria.

  3. Franco Campegiani ha detto:

    Sappiamo, carissimo Andrea, che Adamo ed Eva nell’Eden non si accorsero di essere nudi finché non mangiarono il frutto che dette loro la facoltà di conoscere e separare il Bene dal Male. Così è detto nel Genesi, e la situazione peggiorò fuori dall’Eden, con Caino ed Abele. Il denudamento di Francesco nella piazzetta dell’Arcivescovado, possiede il grande valore simbolico (ed anche reale) di rifiuto, non del mondo, ma di quelle regole fratricide degli uomini che tendono alla prevaricazione, all’ostilità, alla guerra e ad ogni sorta di separazione. Possiede, quel denudamento, pertanto, il grande valore di un recupero dell’innocenza perduta, tornando alle condizioni originarie della fratellanza tra gli uomini e tra gli uomini ed il creato intero.
    In parte ha ragione Erri De Luca a ricordare che le guerre sono nemiche delle madri e delle spose, ma quante volte Eva ha offerto la mela ad Adamo? L’umanità, nel suo insieme, ha scelto di uscire dall’Eden, ma Francesco dimostra, con quel denudamento (simbolico e reale), che si può tornare nell’Eden, azzerando il principio dell’odio che ne ha determinato la perdita, per tornare al principio dell’amore universale. Per questo, come sostiene Sandro Angelucci, nostro comune amico, di anime come Francesco l’umanità non potrà mai fare a meno. Perché fin quando esisterà lo squilibrio materialistico, che spinge gli uomini ad arraffare ricchezze e beni d’ogni tipo, è giusto che ci sia anche chi dimostra con l’esempio che si può fare tranquillamente a meno di tutto per poter vivere in armonia.
    Quella di Francesco è indubbiamente una scelta radicale. Per noi, che abbiamo scelto di vivere nel mondo, con responsabilità sociali e magari con figli a carico da inserire nel consesso umano, il discorso si fa più complesso, perché può sembrare che l’accesso all’Eden ci sia vietato per sempre, o che – fuor di metafora – siamo condannati senza vie di scampo alla perdizione totale. Non è così, a parer mio, per il semplice motivo che l’amore deve sapersi far carico dell’odio e l’armonia della disarmonia. Il vero Bene non esclude il Male dai propri confini, ma lo include e se ne serve per i propri fini. Per cui l’Eden è sempre presente, sia pure posto fra parentesi nella vita umana. Sta all’individuo sciogliere le parentesi per porlo di nuovo in azione.
    Ti saluto con affetto, caro Andrea, grato come sempre per le occasioni di riflessione che ci offri nel tuo blog, in continuazione.

  4. roberto De Luca ha detto:

    Che dire, caro Andrea, di questo magnifico, quanto mai realistico, scritto di Erri De Luca? Spirito sensibile volto a indagare e a dare il suo contributo culturale e sociale ai nostri tempi, mi sembra che egli abbia saputo individuare quanto di più buono e di importante c’era ed è sopravvissuto sino a noi nella figura di San Francesco, colui che noi tutti avvertiamo più come Fratello che come santo. Tra l’altro è mirabile il pezzo quando dice “si va in coro alla battaglia alzando armi e bandiere, ma si dà addio alle armi in uno spogliatoio deserto, in una retrovia di se stessi”. La cosa la si potrebbe interpretare in molti modi differenti ma potrebbe anche voler dire che si, ci vuol coraggio per andare in battaglia, ma altrettanto ce ne vuole nel vedersela con se stessi, quando si è chiamati a fare la scelta giusta, poiché anche per andare verso il Bene ci vuol coraggio, eccome! E in questo senso il nostro Francesco resta un raro esempio da seguire, o perlomeno da tenere in mente come fautore, come tu stesso asserisci, di perenne freschezza. Un abbraccio, Roberto

  5. Loredana ha detto:

    Aveva un coraggio infiammabile…credo che questa sia la chiave di lettura della vita di Francesco. Coraggio per combattere, per ricominciare da capo da povero, per poter scrivere “la formula di una vita rinnovata”. Coraggio per contagiare gli altri che lo seguiranno con entusiasmo perché “l’ammirazione costringe a trasformarsi”…e da cieco, coraggio per inneggiare alla luce del sole. La sua povertà non era una farsa ma era una scelta, la sua nudità era scomoda, la sua protesta era profonda…ha ragione Sandro, quando dice che di anime come quella di Francesco l’umanità non potrà fare a meno. Grazie Andrea, per aver pubblicato questo bellissimo articolo. Un abbraccio.

  6. andreamariotti ha detto:

    Mi fa piacere, Loredana, che tu abbia letto il brano di Erri De Luca; magistrale, secondo me, nell’esprimere l’effetto profondamente spiazzante delle scelte del Poverello d’Assisi. Passato su questa terra, non su Marte (e soprattutto questo, mi sembra, lo scrittore ha voluto ricordarci). Un abbraccio anche da parte mia.

  7. andreamariotti ha detto:

    C’è soprattutto un punto del tuo commento, caro Roberto -che porti lo stesso cognome dello scrittore cui mi sono sentito di dare spazio nel blog- che trovo felice: quando affermi che sentiamo Francesco fratello, più che santo. Non potevi dir meglio, a parer mio. Un abbraccio

  8. andreamariotti ha detto:

    Splendido mi pare questo tuo commento, carissimo Franco, per umano e filosofico equilibrio. Grazie davvero. Mi sento di risponderti con questi semplici miei versi del 1995 tratti dalla raccolta Lungo il crinale (Bastogi Editrice Italiana, 1998):

    FRANCESCO

    sul pulpito non sali,
    non ami la lezione;
    sei palpito, mattino,
    odore della rosa

    del passero visione

    Un abbraccio, con particolare soddisfazione da parte mia per gli spunti di riflessione che lo scritto di Erri De Luca ha suscitato.

  9. maria rizzi ha detto:

    Mio caro Andrea,
    stavolta citi un passo di uno dei miei autori preferiti, dell’autore di un libro “Montididdio”, tutto in dialetto napoletano, che svettò in cima alle classifiche
    sorprendendo tutti. E’ lo scrittore che osa dire il vero, squarciare il velo che offusca la realtà. E, nel caso del fratello Francesco, per usare le parole del suo omonimo, osa mettere in rilievo le fasi più importanti della sua vita, così didattiche in tempi di paura, di assenza di ‘grandi febbri’, di oscurità. In questo splendido brano che ci proponi si apprende la forza di chi ha saputo scegliere il misticismo per ‘ammansire gli uomini’… quale espressione dolorosa!; di chi ha lanciato il ringraziamento per gli elementi del Creato, che non gli era più concesso di ammirare; di chi ha tentato le rinforme con il coraggio della serenità spirituale, senza incorrere nelle scomuniche.
    Credo sia un estratto che dovrebbero leggere molti cristiani, per crescere in una fede pura e incontaminata.
    Ti ringrazio in quest’occasione con autentica commozione…

  10. andreamariotti ha detto:

    Ti ringrazio, cara Maria, per l’informazione ricevuta, a beneficio di tutti. In effetti ignoravo l’esistenza di tale libro di Erri De Luca. Sulla bellezza del brano presentato, di acuta concretezza, che altro aggiungere? Un abbraccio

  11. Paolo Buzzacconi ha detto:

    Caro Andrea, sono veramente felice di questo tuo articolo che attraverso il bellissimo brano di Erri De Luca ci spinge a riflettere sulla figura del Poverello di Assisi, i cui pensieri sono di una profondità tale da attraversare indenni secoli di storia e da poter essere condivisi da chiunque a prescindere dallo stato sociale, dallo schieramento politico e addirittura dalla presenza o meno della fede. Sono da poco tornato da Falconara dove ho partecipato alla serata conclusiva del concorso letterario “Laudato sì o mì Signore” indetto dall’associazione Universum Marche e dedicato appunto a San Francesco che si è tenuto presso la Biblioteca storica Francescana. Il fatto straordinario è stato che in ognuna delle tre sezioni del concorso – Lingua, Dialettale e Religiosa – è emersa in egual misura la spiritualità del grande Santo, la sua capacità di annullare l’egoismo insito nella nostra fisicità fino a farci sentire parte del mondo e riuscire così a vedere l’amore in ogni cosa. Un percorso solo apparentemente semplice, perché impone a chi lo sceglie la negazione del proprio orgoglio, delle proprie ambizioni personali e di tutto ciò che ha un valore solamente terreno. Credo che in un momento come quello che stiamo attraversando, dove l’arrivismo è divenuto l’unico “credo” della nostra classe dirigente, il messaggio di San Francesco rappresenti un ideale in cui gli uomini di buona volontà possono riconoscersi, un prezioso punto di partenza per tutti coloro che vogliono ridare dignità, libertà e giustizia alla nostra società. Un grazie di cuore, dunque, e un caro saluto a te e a tutti gli amici del blog. Paolo
    p.s. complimenti per la tua lirica “Francesco”, dolce e toccante

  12. andreamariotti ha detto:

    Caro Paolo, ti ringrazio a mia volta per questo tuo commento limpido e vibrante. Non ho consultato le fonti francescane, ma pare che il Poverello di Assisi dicesse di se stesso “un pazzo da slegare!”. Sì, davvero avremmo bisogno di uno spicchio della celestiale follia di Francesco…tornando su questa terra, all’ordo rerum, devo dire che mi è piaciuto un articolo di Antonio Scurati apparso sul quotidiano La Stampa di oggi; laddove lo scrittore ci ricorda che una rifondazione civile del nostro disastrato paese non può che essere -anzitutto- una rifondazione culturale, dopo il “lugubre edonismo” che ci trasciniamo dietro dagli anni Ottanta (anni in cui qualcuno intuì lo strapotere sottoculturale della televisione, capace di vellicare la pancia degli italiani). Un abbraccio

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