2013-09-08 17.03.21

 

Con vivo piacere, dietro consenso dell’autore, presento ai visitatori del blog lo splendido testo di Franco Campegiani  dal titolo LA POESIA DI VITO RIVIELLO,  scritto in occasione dell’incontro del 7 gennaio scorso con il pubblico che segue la diciottesima edizione dei COLLOQUI SULLA CONTEMPORANEITA’, RASSEGNA CULTURALE a cura di Natale Sciara, in Ciampino (Roma):

 

LA POESIA DI VITO RIVIELLO

Ho conosciuto e frequentato Vito Riviello, come molti dei presenti, d’altro canto, essendo egli vissuto per un lungo periodo a Frascati. Saluto la moglie Daniela Rampa, qui presente, unitamente alla figlia Lidia, che ricordo con grande simpatia. Conobbi Vito negli anni Ottanta, nel corso di iniziative artistiche da me gestite nei Castelli Romani, ed ebbi la fortuna di una sua prefazione per un mio testo poetico, Selvaggio pallido, edito nell’86 da “Carte segrete/Rossi & Spera“: il testo conteneva tra l’altro la riproduzione di opere del Maestro Umberto Mastroianni. Ho preparato una relazione sull’opera e sulla poetica di Riviello, della quale ora darò lettura.

Credo sia doveroso partire da un breve profilo biobibliografico del nostro autore. Originario di Potenza, dove nacque nel ’33, dopo le primissime esperienze letterarie, si trasferì a Roma, città alla quale poi fece ritorno al termine di una lunga parentesi castellana. Ed ecco i titoli da lui pubblicati: “Città fra paesi”, Milano 1955 (poi in “Civiltà delle macchine”, 1956); quindi “L’astuzia della realtà, Vallecchi, Firenze 1975, prefazione di Paolo Volponi; “Dagherrotipo, Scheiwiller, Milano 1978. Del 1980 è “Sindrome dei ritratti austeri”, Edizioni El Bagatt, Bergamo, mentre “Tabarin”, Rossi & Spera Editori in Roma, è dell’85.

Abbiamo poi: “Assurdo e familiare” nell’86, con prefazione di Giovanni Raboni; “Poemi delle visite”, a cura di Marco Forti e Giuseppe Pontiggia, Mondadori 1989; “Apparizioni”, Rossi & Spera, Roma 1989; “Kukulatria”, Edizioni El Bagatt, Bergamo 1991, con nota di Paolo Mauri; “Monumentanee”, Mancosu, Roma 1992, con introduzione di Giorgio Patrizi; “Il passaggio della televisione”, Edizioni Elytra, Reggio Emilia 1993.

E arriviamo a “Assurdo e familiare” del ’97, edito da Piero Manni con introduzione di Giulio Ferroni. Questo testo porta il titolo di una precedente raccolta dell’autore, qui riprodotta per intero. Dopodiché abbiamo, nel ’99, con Calice editore di Potenza, “La luna nei portoni”, mentre nel 2001, l’editrice romana Pagine pubblica “Plurime scissioni”, con prefazione di Francesco Muzzioli. Al 2003 risale “Acati”, nelle edizioni Onyx, mentre nel 2008 Lietocolle pubblica “Scala condominiale”.

Vito Riviello, di cui occorre ricordare l’intensa attività di critico d’arte e letterario, ha anche dato alle stampe i seguenti libri in prosa: “Premaman”, nel ’68; “La neve all’occhiello”, nell’86; “Manualetto del calcio sognato”, nel ’92; “Qui abitava Pitagora”, nel ’93; ed infine: “E arrivò il giorno della prassi”, nel ’99.

Ebbene, in tutti questi lavori si può tastare il polso di una poetica che definirei centrale nei vari e tumultuosi percorsi letterari del nostro tempo. La voce di Riviello è cresciuta infatti fra le stimolazioni simultanee di un surrealismo e di uno sperimentalismo fra i più acrobatici che il nostro secolo possa vantare; colti, questi, fra l’altro, nel momento del loro trapasso dal trionfalismo tecnologico del primo Novecento alla ri-flessione critica sul tema della tecnologia, avviata nella cultura post-moderna.

Nella poesia di Riviello vengono a fondersi e a riassumersi infatti i due filoni fondamentali delle poetiche del Novecento: quello estroversivo, da un lato, e quello introversivo dall’altro. Da un lato la teatralità, il vitalismo, la gestualità e il coinvolgimento scenico cari ad ogni avanguardismo; dall’altro l’affermarsi di quel nuovo psicologismo della delusione urbana, che produce solitudine, emarginazione, perdita di identità, spaesamento e spiazzamento dell’io di fronte alla massificazione ed alla reificazione delle culture metropolitane di oggi.

Ed è l’ironia la caratteristica di questa poetica estremamente corrosiva, che pone alla berlina vizi, difetti, tic, ipocrisie ed eccessi del vivere civile. Giustamente si è parlato a tale proposito di neodadaismo (ne ha parlato Giovanni Raboni, mi sembra), ma occorre tenere presente che la satira di Riviello va molto oltre i limiti o gli orizzonti di una critica del costume, ovvero del consumismo dei nostri tempi, ed investe a mio parere l’intera storia, la stessa facoltà culturale di cui è dotato il genere umano, costituzionalmente piccolo-borghese, in quanto sempre e comunque tendente allo schematismo di comodo, al conformismo, alla falsità.

Questa capacità di fare cultura, in fondo, è vista come artificio, come sovrastruttura, come follia insuperabile, ma senza intenti moralistici o gabbie ideologiche, pur avendo fatto, Riviello, una scelta di campo ben precisa (questo lo sappiamo). In fondo – sembra volerci dire Vito – i difetti piccolo-borghesi appartengono a tutti, all’umanità intera, considerata oltretutto la tendenza insopprimibile della cultura contemporanea a ridurre la varietà dei ceti sociali ad un’unica, sconfinata classe: quella borghese, appunto. Sta qui l’omologazione condannata da Pasolini e di cui parlava Marcuse con i filosofi di Francoforte.

Un fatto è certo: l’ironia di Riviello non suona come condanna, non è di tipo moralistico e si limita a disegnare un ritratto della realtà con il linguaggio della derisione, convinto che questo sia – cito una sua affermazione – “l’unico approccio possibile per difendersi dalla noia, dall’assurda normalità, dalla disperazione, dalla Storia come inganno e dalla sproporzione a cui spesso siamo condannati e della quale siamo testimoni”.

E c’è da aggiungere che questa realtà di finzioni non è vista in contrapposizione ad una verità, che per Riviello non dico sia inesistente, ma certo innominabile, visto che ogni pretesa di verità, ad un’attenta analisi, non è che una presunzione smodata. Soltanto i pazzi dicono la verità, o pensano di dirla – egli sostiene – ma ignorano “che col segreto svelato / ti trovi avvelenato davvero / perché il gusto è figlio del mistero”.

E non è vero quel che si dice delle maschere, che abbiano sempre e comunque interesse a nascondere la verità. Al contrario, è attraverso la finzione che indicano la verità: una verità che non vuole né può essere catturata in formule e schemi, ma che può e vuole balenare, apparire e scomparire, lasciando misteriosi indizi di sé.

Hipokrités è il termine con cui i greci indicavano l’attore, il teatrante, l’istrione, termine che non aveva in origine il senso patologico del travisamento radicale, dell’ipocrisia assoluta, bensì quello del far emergere per contrasto, dalla falsificazione, la verità. Ciò, d’altronde, è contenuto splendidamente nel detto popolare, secondo cui Pulcinella, scherzando scherzando, dice la verità.

Queste provocazioni hanno l’indubbio merito di mandare in frantumi le facili certezze, le ingenue credenze, le ideologie e le mitologie, il monumentalismo, il feticismo e tutto il vizio maiuscolaro del vivere sociale, conformista sempre e comunque, finanche nell’anticonformismo. Ed è per questo che a me piace vedere alcunché di socratico nell’ironia rivielliana: cosa questa che, a onor del vero, spiazzò lui stesso quando glielo dissi, nel periodo in cui l’ho frequentato. Non mi sembrò entusiasta per questo paragone e rimpiango di non aver potuto approfondire con lui questo discorso.

Bisogna considerare i travisamenti, davvero innumerevoli, subiti dalla filosofia socratica nel corso dei millenni. Io mi riferivo a quel Socrate che irrideva ogni arrogante certezza, ogni presunzione arbitraria di verità, ma che in fondo possedeva un’incrollabile fede nel daimon, nella sfuggente e misteriosa, seppure in parte conoscibile, identità di se stessi. E qui mi piace riportare un pensiero scritto da Francesco Forlani in un brillante articolo commemorativo sul poeta lucano.

“Vito Riviello, egli ha scritto, si è sempre sentito Ulisse. La sua Itaca, però, non è mai stata la sua città nativa (Potenza), quanto la Coscienza, il vero Io, perché nel suo cammino leggero non ha mai previsto il ritorno al passato, ma solo tappe in avanti nell’infinita profondità di se stesso che sembrano ricordare al mondo che quando ci si mette in viaggio per qualsiasi Itaca, bisogna augurarsi che la strada sia lunga. E la sua strada è stata lunga perché, come ripeteva spesso parlando di se stesso: Vito è sempre in viaggio alla ricerca di Vito. Vito è sempre un altro che cerca Vito”.

Ebbene, dire che questo non è socratico, nel senso più originario ed autentico, proprio non si può. La Coscienza di cui qui si parla non è altro, in fondo, che l’alter ego di cui parla lo stesso Rimbaud, laddove afferma: “Je est un autre, Io è un altro“. Un’identità che è alterità, perché ciò che è identico a se stesso è in realtà sempre diverso da sé; e viceversa. La più profonda identità è metamorfica, cangiante, indefinibile, e proprio per questo richiama l’infinito, il mistero. Non si può avere un’idea statica dell’eternità, perché è proprio essa la fonte di ciò che si muove e muta, la sorgente del molteplice, della varietà.

Scrive ancora Francesco Forlani: “Vito non ha mai avuto paura della morte. Credeva nell’eternità. Ecco perché per abbracciare amici, parenti e ammiratori del suo talento unico, accorsi numerosi al Tempio egizio del cimitero Verano all’indomani della scomparsa (avvenuta nel 2009), ha scritto un unico verso: Scusate, sono momentaneamente assente”. Non sembri fuori luogo affrontare queste tematiche parlando di un poeta burlesco come Riviello. La sua giocosità è profondamente pensosa, filosofica. La sua vena affabulatoria e deridente è in realtà coltissima e intellettualmente raffinata.

Apparentata, come dice Plinio Perilli, “alla linea satirica di Cecco Angiolieri, del Berni e del Burchiello, del Folengo e del Ruzzante, del Tassoni, del Basile e del Redi”, potremmo anche intravedere in essa le arguzie di Plauto, le salacità dei fescennini, e finanche gli sberleffi dei soldati stanchi verso i generali in pompa trionfale. Ma vi affiorano pure, come osserva Giulio Ferroni, “arcaiche maschere greco-italiche”, unitamente all'”enigmatico sorriso apulo del venosino Orazio” e all'”humus nero e celeste, cosmopolita e parigino del surrealismo novecentesco”, condito con “l’ammiccamento verbale e corporeo dell’avanspettacolo meridionale”.

“Una linea, commenta ancora Plinio Perilli, espunta dal canone letterario ufficiale, ma in vero vitalissima, che ha fiancheggiato le avanguardie novecentesche, sia pure emarginata a livello di giullarata conviviale“. Una poetica dell’assurdo e del paradossale, interrogativa e labirintica, sarcastica e mordace, che viene a coniugarsi, con timbri prettamente mediterranei e meridionali ai grandi temi del Simbolismo europeo e dell’avanguardismo contemporaneo.

Vito Riviello è un maestro dell’ironia, tra i più raffinati del Novecento letterario, e certamente – io direi – il più funambolico. Egli giuoca con il linguaggio, ed il suo giuoco semantico, in fondo, non significa altro che asemanticità, distruzione dei significati, crollo dei contenuti. Non è un caso che egli abbia aderito ai programmi sperimentalistici della Neoavanguardia ed al gruppo della rivista “Officina”. Non ne ha condiviso, però, l’orizzonte rivoluzionario, come abbiamo già detto, l’intento dichiarato di cambiare il mondo, rovesciandone la logica piccolo-borghese in favore di un potere dell’immaginazione, come era anche nelle pretese del Sessantotto.

E ciò pur avendo fatto una scelta ideologicamente affine e similare. Il suo relativismo congenito gli ha impedito di aderire a programmi troppo radicali. O forse – dipende dai punti di vista – gli ha permesso di fare una scelta ancor più rivoluzionaria e radicale, nei limiti in cui egli non ha teso a modificare la realtà, ma a guardarla con occhi disincantati, a coprirla con un velo di composta ironia, di effervescente e briosa saggezza. Positiva sempre e comunque, finanche nel pessimismo, come accade quando si cerca l’equilibrio e non lo squilibrio unilaterale.

In una sua memoria di Riviello, Domenico Donatone ha scritto: “Finimmo per parlare di salute, del fatto che – gli dissi io – Roberto Gervaso sostiene che la salute è uno stato provvisorio che non lascia presagire nulla di buono. Lui mi rispose che il signor Gervaso non solo era pessimista, ma addirittura apocalittico. Io tentai la scorciatoia dialettica dicendo che il pessimista è un ottimista bene informato, e Vito aggiunse ridendo a quella mia affermazione un largo sorriso. Quella risata era la sua inevitabile risposta al sentimento positivo che si deve mantenere sempre vivo nella vita”

Alla fine è la maschera di Pulcinella, o quella dell’intramontabile Totò, o ancor quella dell’istrionico Petrolini, a prevalere su tutto, riconducendo entro i limiti di un equilibrio amaro e comicissimo ogni eccesso dell’animo umano. C’è un pessimismo energetico, come sostiene il mio amico poeta Andrea Mariotti, che aiuta a vivere e a operare; un nichilismo non tetro, dove il volto di Dioniso rivela la sua primigenia maschera, tanto dolente, quanto ridanciana.

 

L’élite è bersagliata da infinite, sottilissime ironie nella poesia rivielliana: si pensi all’uso tanto ampio del francesismo, acuta satira nei confronti del linguaggio e del mondo aristocratico. Ma più in generale è, non tanto il potere in sé, ma la violenza del potere, lo strapotere, ad essere bersagliato. E con esso l’inclinazione a dominare, a prevaricare, a porsi sul piedistallo, a insuperbire.

E pensare che l’uomo pretende di somigliare a Dio! Forse lo potrebbe, suppongo io, se sapesse accendere la scintilla che Lui gli ha dato, e invece la spegne. Per cui Riviello grida (questa volta grida): “Ora non gli somigliate più. / A voi stessi andate somigliando / sempre più sbagliando abissi”. Anzi, “Ora si rischia il peggio / il meglio s’è rischiato. / Di non somigliare a voi / per somigliare a niente / così quando toglierete le tende / troverete niente”.

Questa poesia postmoderna, come acutamente la definisce Giulio Ferroni, si presenta pertanto con delle forti valenze antropologiche che le impediscono il cosiddetto “ritorno al privato” affermatosi con l’esaurirsi del furore avanguardistico. L’orizzonte individuale è indubbiamente fortissimo nella poesia rivielliana, ma non nel senso di ripiegamento dell’io su se stesso annullando o assoggettando il mondo esteriore.

Al contrario, qui il singolo soffre di una solitudine sconfinata e sente tutto il peso della propria condizione di numero nella società di massa che abbiamo creato. E’ una visione comunque cosmopolita, quella di Riviello, legata ai grandi temi del collasso della cultura attuale. Un surrealismo che tenta di cogliere – come osserva Ferroni – le “sproporzioni” della realtà: una realtà vivida e dilagante, esposta in primo piano, che mostra vistosamente i suoi eccessi, i suoi difetti, le sue interne contraddizioni.

L’azione comica e giullaresca di Riviello s’incentra sulle parole, e sono confronti verbali esilaranti, contrasti di termini presi da lingue antiche e moderne, che hanno significati diversissimi, ma che magari si somigliano nel segno e nel vocalismo fonetico. Il risultato è, come già detto, quello di una voluta confusione semantica, di una sorta di babele linguistica, in un delirio balbettante che rivela lo spiazzamento dell’io di fronte all’immensa dinamicità degli eventi e delle cose.

Giuocando sulla fatuità del linguaggio, Riviello vuole dirci che tutto è apparenza, tutto è non essere. Eppure questo menestrello del nulla e del vuoto non giunge alla disperazione, perché sa tenersi astutamente a galla degli abissi.  Ritengo che quest’opera corrosiva sia salutare, perché facendo tabula rasa di ogni pregiudizio, lascia libero il campo per una possibile ricostruzione dei valori. Purché fondata sull’azzeramento delle esaltazioni e delle ipocrisie.

Il filosofo Michel Foucault è giunto per questi motivi a una sconcertante profezia: la civiltà verrà distrutta dal linguaggio quando questo diverrà babelico, interrompendo totalmente i propri rapporti con le cose. Il corto circuito accadrà. E allora dovremo forzatamente riappropriarci del linguaggio mitopoietico, del linguaggio originario ed originante dei simboli, per tentare nuovi percorsi e avventure culturali.

 

Franco Campegiani

 

P. S. mia la foto qua sopra, scattata all’ interno del Museo Nazionale Romano (in base alla quale è possibile osservare un Dioniso a mosaico)

 

 

11 Responses to “”

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Arguta analisi e profonda, quella di Franco Campegiani,su un poeta che non conoscevo. Ha invogliato a saperne di più. E questo non è poco, per chi come me tiene l’occhio più ai classici che agli accademici contemporanei. Grazie infinite, allora e un grazie anche a te Andrea perché ne sei stato veicolante mezzo. Mirka

  2. Ho letto con molto interesse la nota critica di Campegiani in merito alla poesia di Vito Riviello. Si tratta di una disamina puntuale e molto dettagliata, pertinente ed efficace, come sa ben districare il caro e autorevole critico, già da lungo tempo.
    Mi congratulo vivamente.

    Ninnj Di Stefano Busà

  3. Sandro Angelucci ha detto:

    Questa relazione – alla cui esposizione orale, purtroppo, non ho potuto assistere, mi è stata, poi, resa nota dallo stesso Franco. E, di questo, lo ringrazio perché mi ha permesso di conoscere le sempre sue preziose riflessioni.
    Ora, la trovo qui, nel blog di un caro e comune amico, e approfitto per esprimere brevemente alcune mie considerazioni. Non conosco la poesia di Riviello (confesso la mia mancanza) ma mi sembra di aver capito che siamo nel postmoderno; un “furore avanguardistico” – come si legge – che, però, non cade nelle contrapposte trappole dell’isolamento di un ritorno sconsolato al passato o dell’astrazione come fuga in chissà quali paradisiache isole di verità. E trovo interessante il riferimento alla babele del linguaggio: una confusione, a quanto pare, voluta dal poeta. Dice Franco: “Giuocando sulla fatuità del linguaggio, Riviello vuole dire che tutto è apparenza, tutto è non essere. Eppure questo menestrello della parola (come lo definisce) non giunge alla disperazione…”, al nichilismo.
    La “sconcertante profezia ” di Foucault si sta – a mio avviso – già avverando ma c’è una civiltà, una coscienza superiore ed interiore dell’io (inteso non relativisticamente) che, forse, potrà salvare anche il mondo, a patto che l’omologazione non prevalga. Ma, anche in questo caso – non si deve mai dimenticare – ci sarà sempre (e grazie a Dio, aggiungo io) una coscienza spirituale universale che, violentemente o pacificamente (non possiamo saperlo) riporterà l’equilibrio.
    Pessimismo?, Ottimismo?: fate voi. Ciò che importa – per quanto mi riguarda – è il totale affidamento al mistero dell’amore vero.

    Sandro Angelucci

  4. andreamariotti ha detto:

    Do il bentornato nel presente blog all’amico Sandro Angelucci, poeta che sinceramente stimo e capace di affiancare al lavoro poetico un impegno critico costante. Un abbraccio a Sandro da parte mia

  5. andreamariotti ha detto:

    In effetti, Mirka, questo testo critico di Franco Campegiani risulta particolarmente efficace nell’invogliare alla lettura di un poeta quale Vito Riviello, arguto e spiazzante come pochi. Non ho avuto occasione di conoscere personalmente Riviello al pari di Franco, e tuttavia l’ho avvicinato anch’io negli anni Novanta, in occasione di rassegne letterarie laddove la sua voce poetica mostrava sempre un timbro inconfondibile. Un abbraccio

  6. Devo ammettere i miei limiti umani, anch’io non conoscevo a fondo la scrittura di Riviello, nel sentirlo, attraverso la critica introduttiva di Franco Campegiani, mi sono fatta l’idea che è ancora vicino a noi e attualissimo, malgrado l’assenza fisica, mi convince che la poesia è un’arma per non essere dimenticati. Infatti tornerò con attenzione sui versi di Riviello facendone un excursus, mi sembra che meriti la ns. attenzione.

    Ninnj

  7. andreamariotti ha detto:

    Questo commento rende onore alla grande poetessa più volte ospitata in questo blog; e naturalmente a Franco Campegiani, capace di suscitare con il suo scritto un interesse vivo, non di maniera per la poesia di Vito Riviello.

  8. claudio fiorentini ha detto:

    Con tutti i poeti che ci sono al giorno d’oggi, è veramente difficile conoscerli tutti. A volte si incontrano anche poeti validi, ma nella quantità, può capitare di lasciarsi sfuggire la qualità. E’ successo a me nei primi anni novanta, quando incontrai Riviello per la prima volta, al Polmone Pulsante. Ricordo che non mi convinse perché presentava tre poetesse, a mio avviso, di discutibile talento, da allora lo etichettai frettolosamente senza andare oltre, cioè senza neanche pormi il problema di leggere le sue poesie. Questa presunzione mi impedì per molti anni di leggerlo, e solo di recente ho iniziato a scoprirlo. Giunge opportuna, quindi, la preziosa recensione di Franco (a Ciampino non potevo esserci, per quanto avrei voluto), che mi aiuta in questa riesplorazione… Grazie!

  9. Roberto De Luca ha detto:

    Io alla suddetta presentazione ci sono stato e ho potuto godere di una vera serata di poesia, nel senso che il bravo Franco Campegiani è riuscito, tra l’altro, a cogliere e a far cogliere al numeroso pubblico presente, lo spontaneo senso cosmopolita della poesia di questo autore. Questo il motivo principe della vicinanza umana all’uomo moderno, traviato da un mondo che gli ruota intorno a velocità vertiginosa. Un mondo che sfugge al suo controllo e a cui la sua mente riesce a malapena a dare esatte collocazioni per via dell’immenso materiale rotante. Non ho letto molto di Vito Riviello, ma mi sembra che la sua poesia sia anticipatrice di moderne visioni (certo con tutti i lati positivi o negativi che siano) proprio per questa sua capacità di volare alto sopra ai fatti, realistici e spesso deliziosamente quotidiani, appartenenti all’ Uomo in quanto Uomo e non all’Uomo ancorato a una realtà, sia essa nazionale o di provincia. Di questo suo europeismo o cosmopolitismo è testimone una splendida poesia (di cui, mi si perdoni, non ricordo il titolo) recitata da sua figlia Lidia. Una poesia che parte da Pechino per giungere a Stoccolma e oltre, citando apparenti luoghi comuni e oggetti appartenenti alle reatà toccate, le quali, sotto il vento della sua voce poetica, si trasformano in originalissime forme che recano il senso dell’antico spirito, forse di sopravvivenza, ma anche di amore, di sofferenza o gioia di vivere, comune ai diversi popoli. Un poeta poco campanilista e poco nazionalista dunque, sardonico, ironico e tagliente che io stesso, forse in maniera azzardata, avrei paragonato per alcuni aspetti al gioiosamente dissacrante Prevert.

  10. andreamariotti ha detto:

    Con piacere pubblico questo interessante commento del nostro caro Roberto De Luca, che saluto cordialmente.

  11. Franco Campegiani ha detto:

    Ringrazio tutti con vera commozione e faccio miei i tanti spunti critici, le tante annotazioni che provengono da tutti voi, penne e menti raffinate, allenate all’esercizio critico. Vi abbraccio nell’abbraccio ben più ampio e vigoroso della poesia e dell’anima del grande Vito Riviello.

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