ulivo

XI Edizione della mostra itinerante di Poesia in Libertà a cura di Paolina Carli; Toffia (Rieti), 16 agosto 2014

GIUSEPPE  UNGARETTI,  POETA-SOLDATO  DELLA GRANDE GUERRA:  DALL’ALBERO NUDO MA FOLGORANTE DELL’ ALLEGRIA AL RESPIRO DISTESO E PREZIOSO DEL SENTIMENTO DEL TEMPO

 

“Giovani della mia generazione in anni oscuri di totale delusione politica e sociale, sarebbero stati pronti a dare la vita per Ungaretti, e cioè per la poesia”. Queste, all’incirca, le parole del critico Carlo Bo pronunziate a Roma il 4 giugno 1970 presso il cimitero del Verano, dove il grande poeta fu sepolto . Parole non bisognose di commento alcuno, naturalmente; proferite da uno studioso che, a parer nostro, meglio di tutti ha mostrato lo sviluppo della poesia ungarettiana dal folgorante esordio dell’Allegria fino alla seconda, splendida raccolta poetica intitolata Sentimento del Tempo, del 1933. Ebbene, le parole di Carlo Bo credo vadano più che mai meditate oggi, nel tempio traboccante di poeti sulle tracce di un gruppo sparuto di lettori di poesia. Mattina, infatti, del 1917, la lirica di soli due celebri versi (“M’illumino/ d’immenso”), non è stata scritta in tempo di pace: a perenne monito di coloro che, accantonando la storia, assolutizzano il grande dono poetico ungarettiano; comodo alibi, al dunque, per struggimenti enfaticamente liricheggianti sine die. Mattina, in realtà, non può che essere ricondotta -sempre all’interno dell’Allegria– alla precedente lirica Veglia, del 1915: “Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore/ Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” (Cima Quattro, 23 dicembre). Ecco perché giustamente si parla di dono, in merito a questo primo indimenticabile libro di Giuseppe Ungaretti; laddove manca qui lo spazio per citare altri stupendi “versicoli” in esso più che mai vibranti e vivi; “rami” di quell’albero nudo, cioè il primo tempo della poesia ungarettiana: secondo un’immagine critica di Carlo Bo, per l’appunto, a dir poco illuminante. Illuminante, tale immagine, in quanto sintetizza il fertile lavoro di “sabotaggio letterario” compiuto da Ungaretti con i suoi “versicoli” nei confronti della maniera poetica italiana in quel tempo dominante; oscillante fra Carducci, Pascoli, crepuscolari e futuristi; nonché Gabriele D’Annunzio. Così dicendo non si intende qui far torto, naturalmente, all’autore dei Canti Orfici (pubblicati esattamente cent’anni fa, nel 1914), vale a dire Dino Campana; probabilmente il più visionario dei nostri poeti del secolo passato; rimanendo comunque ben ferma la nostra riserva critica circa quel lavoro sulla lingua poetica carente nel poeta di Marradi; presente invece al massimo grado nei libri d’esordio dei due poeti  innegabilmente “normativi” del nostro Novecento, e cioè Ungaretti e Montale. Non altrimenti ci si potrebbe spiegare, al riguardo, la grande e perdurante amarezza nei confronti della critica maggiore di un poeta non inferiore a Ungaretti e Montale come Umberto Saba, in quanto a sentimento poetico; tuttavia non alla loro altezza, il poeta triestino, in merito -ribadiamo- al suddetto lavoro sulla lingua poetica, considerando le ineludibili novità espressive dell’Allegria e degli Ossi di Seppia. Non sarà stato del tutto un caso, ci diciamo, se una splendida poesia sabiana come A mia moglie, inclusa nella raccolta Casa e campagna (1909-10), originale e toccante, verrà giudicata “irrisolta” da Benedetto Croce, a sua volta ben poco aperto alla contemporaneità ma pur sempre un maestro della cultura europea. Ora , però, è venuto il momento di mostrare più stringentemente lo sviluppo della poetica di Giuseppe Ungaretti oggetto del presente scritto. Prendendo infatti le mosse, come già accennato, dalla suggestiva metafora di Carlo Bo (vero e proprio punto di riferimento, Bo, della nostra critica letteraria del Novecento) ecco che, in Ungaretti, l’albero nudo e solitario rappresentato dall’Allegria è da immaginare, nel tempo posteriore, trasformato in una vasta e ossigenata selva poetica con pochi paragoni nel Novecento non soltanto italiano: giacché il “versicolo” del “primo” Ungaretti si amplifica, di fatto, nel musicale e solenne discorso poetico del Sentimento del Tempo, libro in cui confluiscono non poche liriche ispirate al poeta dal paesaggio dei Castelli Romani (Ungaretti visse infatti a Marino, in provincia di Roma, a cavallo fra gli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, nel secolo scorso). La suindicata metafora critica di Carlo Bo è stata peraltro da me più radicalmente assimilata avvalendomi delle poche, fondamentali pagine (1945) su Ungaretti di un altro grande critico del nostro Novecento, Giuseppe De Robertis (vedi pagg. 405-21 dei Meridiani, GIUSEPPE UNGARETTI, VITA DI UN UOMO, Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Arnoldo Mondadori Editore); il De Robertis -stavo dicendo- ci indica infatti nelle citate pagine con precisione la poesia in cui il verso italiano –turgido di dannunzianesimo e nel contempo bigio nel suo crepuscolarismo– già riportato al “grado zero” da Ungaretti nelle precedenti e folgoranti liriche dell’ Allegria, si fa ora ritmo superbo, resurrezione metrica in potenza e in atto; ebbene, tale poesia (pag. 97 del citato volume) è quella che chiude la prima, indimenticabile raccolta ungarettiana:

 

PREGHIERA

 

Quando mi desterò

dal barbaglio della promiscuità

in una limpida e attonita sfera

 

Quando il mio peso mi sarà leggero

 

Il naufragio concedimi Signore

di quel giovane giorno al primo grido

 

 

Mi permetterò qui una mia analisi metrico-stilistica di questa lirica ( analisi peraltro già apparsa a suo tempo nel presente blog). Primo verso di Preghiera: “Quando mi desterò”; settenario tronco, a configurare un ritmo che non può distendersi in un rassicurante incipit dall’uscita piana; considerando cosa sta augurandosi tramite il verso in oggetto quell’uomo di pena che è stato Ungaretti (così come il poeta stesso si è esplicitamente riconosciuto). Secondo verso di Preghiera: “dal barbaglio della promiscuità”; endecasillabo, anch’esso tronco (e non potrebbe essere diversamente, in base alla sua emissione di senso); peraltro, un endecasillabo non canonico, ossia atono nella quarta e/o sesta sillaba, a riprova di come il poeta -volendosi affrancare da una vera e propria selva oscura– non debba preoccuparsi (modernamente) di una pre-disposizione ortodossa degli accenti del verso (e, in effetti, De Robertis e Bo non fanno che rammentarci il possente lavoro ungarettiano a vantaggio di generazioni di poeti). Terzo verso di Preghiera: “in una limpida e attonita sfera”; finalmente un endecasillabo con accenti sulla quarta e settima sillaba! dunque, nell’ambito della più dorata tradizione italiana; se non fosse per quella parola ancora ostinatamente sdrucciola sulla quale va a posarsi l’accento di quarta (“limpida”): ma il poeta comincia eccome…a riveder le stelle! Quarto verso di Preghiera: “Quando il mio peso mi sarà leggero”; graficamente distanziato nel testo, a formare una stupenda anafora con l’attacco della lirica; quarto verso, stavo dicendo, formato da un endecasillabo canonico e mirabilmente fluido; vibrante di un disteso canto con accenti sulla quarta e ottava sillaba (do per scontato, ovviamente, l’ineludibile accento sulla decima sillaba, ché altrimenti non parleremmo di endecasillabi). Ecco, con tale verso, il quarto, sta avvenendo davanti agli occhi del lettore una metamorfosi di luce. Meraviglioso davvero, questo farsi della poesia, secondo il grande insegnamento dantesco, in Ungaretti! Quinto verso di Preghiera:”il naufragio concedimi Signore”; ancora un endecasillabo, e canonico, con un significativo accento sulla sesta sillaba di una parola sdrucciola, “concedimi”, su cui va a concentrarsi tutto il senso della non scontata invocazione ungarettiana. Sesto e ultimo verso di Preghiera: “di quel giovane giorno al primo grido”; un limpidissimo e canonico endecasillabo puro come un diamante (per dirla col De Robertis); nel momento in cui la rinascita del poeta è dolorosamente avvenuta, strappata al buio; come attesta l’allitterazione basata sulla consonante g lungo il crinale del verso: verso in effetti binario nel ritmo, prima ascendente e poi discendente (a comprovare il suo puro conio diciamo così pneumatologico; con questo volendo alludere ad un respiro poetico che si offre già come senso sul piano fonematico della versificazione, in maniera non dissimile dall’endecasillabo di chiusa dell’Infinito leopardiano).

Pertanto, non ci rimane qui che ringraziare profondamente, nel centenario dell’inizio della Grande Guerra, il nostro grande poeta-soldato Giuseppe Ungaretti, per questa sua sublime poesia sulla quale ci siamo soffermati. Trovo in ultimo significativo concludere il presente scritto citando un passo di un celebre romanzo come Niente di nuovo sul fronte occidentale, dello scrittore Erich M. Remarque (scomparso anche lui nel 1970 al pari di Ungaretti): “Ma dalla terra e dall’aria fluiscono pure in noi forze di difesa: soprattutto dalla terra. A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra. Terra, con le tue pieghe, con le tue buche, con i tuoi avvallamenti in cui ci si può gettare, sprofondare. Terra, nello spasimo dell’orrore, fra gli spettri dell’annientamento, nell’urlo mortale delle esplosioni, tu ci hai dato l’enorme risucchio della vita riconquistata! La corrente della vita, quasi distrutta, rifluì per te nelle nostre mani, così che salvati in te ci seppellimmo, e nella muta ansia del momento superato mordemmo in te la nostra gioia!”. Non resta, ripeto, che ringraziare commossi il soldato semplice del diciannovesimo Reggimento di Fanteria Giuseppe Ungaretti, per essersi illuminato d’immenso in mezzo agli orrori della guerra. A Lui, in quel tempo lontano fante capace come un infante di balbettare i “versicoli” di una poesia nuda e miracolosamente rigenerata, farà piacere la dedica dantesca con la quale lo salutiamo, vivo in mezzo a noi:”…d’un fante/ che bagni ancor la lingua a la mammella”; (Paradiso, XXXIII,107-8).

 

Andrea Mariotti, agosto 2014

 

 

P.S.  La conclusione del mio scritto evidenziava già in atto una piccola intuizione poetica; tant’è che non poteva non nascerne la seguente, breve lirica:

 

A  UNGARETTI

 

del diciannovesimo reggimento

soldato semplice, combattesti sul Carso:

tu, fante, come un infante a balbettare

in mezzo a quegli orrori i versi

dettati da folgorante Musa.

 

(poesia inedita di Andrea Mariotti)

 

20/8/14- segnalo ai visitatori del blog un video-poesia dedicato a Giuseppe Ungaretti dall’artista Massimo Mancini,  visualizzabile su YouTube al seguente indirizzo: http://youtu.be/uYFiersyjbQ

 

 

2 Responses to “”

  1. Bianca 2007 ha detto:

    È veramente encomiabile e degno di lode l’impegno civile che metti in tutte le cose risuscitandole a vita, dando Vita tu stesso col proseguimento dei tuoi versi. Un grande abbraccio. Mirka

  2. andreamariotti ha detto:

    Grazie davvero, un poeta come Ungaretti andava debitamente onorato. Un abbraccio anche da parte mia

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