de chirico

Con vivo piacere offro in lettura una significativa, densa intervista rilasciata dal prof. Lucio Felici alla rivista ORIZZONTI CULTURALI ITALO ROMENI n.5, maggio 2015; ringraziandolo profondamente per aver voluto onorare questo blog con la sua autorevole presenza:

 

Intervista di Smaranda Bratu Elian a Lucio Felici

per «Orizzonti culturali italo-romeni», n. 5, maggio 2015

 

Per concessione dell’intervistato, si riproduce la versione originale che ha subito tagli nella pubblicazione in rivista

            

 

(http://www.orizonturiculturale.ro/it_home.html)

 

Lucio Felici, saggista e critico letterario, per decenni si è impegnato in numerosi ruoli editoriali e accademici di grande rilevanza. Dal 1964 al 1992 ha lavorato nelle Redazioni Garzanti, assumendone nel 1983 la direzione; poi è stato direttore editoriale della Giunti e della Newton Compton. Contemporaneamente ha tenuto corsi di letteratura italiana in vari atenei, da ultimo all’Università Ca’ Foscari di Venezia. La maggior parte dei suoi studi li ha dedicati a Giacomo Leopardi e a Giuseppe Gioachino Belli, e i suoi contributi su questi due autori fanno ormai parte della bibliografia di riferimento di ogni specialista; altri suoi studi riguardano la letteratura italiana dal Sei all’Ottocento, mentre nell’area novecentesca si è occupato di D’Annunzio, Vigolo, Pasolini e Calvino. Le edizioni di classici da lui curate recano l’impronta della grande tradizione filologica italiana:  citerei solo il commento ai Canti leopardiani (per la Newton Compton, Roma 1974, nuova ed. 2014) e la raccolta di Tutte le opere di Giacomo Leopardi, sia in due volumi (con Emanuele Trevi, Roma, Newton Compton, 1997, 2013) sia in cd-rom (Roma, Lexis Progetti Editoriali, 1998), oltre ai due libri L’Olimpo abbandonato. Leopardi tra «favole antiche e «disperati affetti» (Venezia, Marsilio, 2005) e La luna nel cortile. Capitoli leopardiani (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006). Per la Garzanti Grandi Opere ha diretto, con Nino Borsellino, Scenari di fine secolo (Milano 2001, 2 tomi), continuazione della Storia della letteratura italiana fondata da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno. Ha curato edizioni di poeti del Seicento, di Guicciardini, Foscolo, Manzoni e, con Claudio Costa, l’edizione Tutte le poesie di Trilussa per “I Meridiani” di Mondadori; ha realizzato grandi progetti editoriali, fra cui basta citare l’edizione Pacella dello Zibaldone leopardiano. Dal 2007 al 2014 è stato presidente del Comitato scientifico del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati e, per il suo contributo allo sviluppo e alla diffusione della conoscenza del genio recanatese nel mondo, ha ricevuto nel 2009 il premio letterario “La Ginestra” (Torre del Greco), nel 2012 il premio “Giacomo Leopardi” (Recanati).

I miei rapporti con Lucio Felici risalgono ai begli anni in cui mi dedicavo con passione a Leopardi e frequentavo i celebri convegni leopardiani di Recanati. Il nostro dialogo verterà sulle direzioni in cui la poliedrica attività di Lucio Felici ha offerto gli abbinamenti più fruttuosi:  il rapporto tra lavoro editoriale e studi letterari e il rapporto tra letteratura dialettale e letteratura nazionale.

Professor Felici, la Sua attività di saggista e critico letterario si è sempre intrecciata a quella di editore. Come è quest’abbinamento? Che cosa ha portato ciascuna di queste competenze all’altra?

Io ho mosso i primi passi in un’editoria d’altri tempi, quando alla Einaudi c’erano Italo Calvino, Elio Vittorini e Giulio Bollati, alla Mondadori Vittorio Sereni, al Saggiatore Giacomo Debenedetti, alla Bompiani Umberto Eco. Le case editrici di allora – parlo degli anni Sessanta e Settanta dell’altro secolo – erano fucine di cultura, luoghi di progetti e dibattiti più vivaci di quelli delle aule universitarie. Perciò non ho sofferto alcuno iato tra lavoro editoriale ed esercizio letterario: il primo serviva a dar forma al secondo, in termini di comunicazione verso un pubblico differenziato di lettori. Del resto, nella Garzanti – dove sono rimasto per ventotto anni con incarichi vari – entrai per vie universitarie, quando, nel 1964, Walter Binni mi offrì l’opportunità di assisterlo nella preparazione del suo Settecento letterario per la Storia della letteratura italiana diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, nota a professori e studenti come “il Cecchi/Sapegno”. Dal comitato scientifico di quella fortunatissima opera transitai nel mondo fervido delle Redazioni Garzanti, una scuola di scrittura ante litteram, dove i dizionari, le enciclopedie monotematiche (le famose “garzantine”), i manuali scolastici, li scrivevano redattori d’alto livello, i quali discutevano alla pari con gli specialisti delle singole discipline: il primo nucleo di quei redattori aveva seguito, per disposizione dell’editore, corsi di aggiornamento linguistico e filologico tenuti da Bruno Migliorini, Alfredo Schiaffini, Aldo Duro, Gianni A. Papini, Pier Vincenzo Mengaldo. Anche per le collane di classici (“I Libri della Spiga” e l’economica “I Grandi Libri”) l’apporto delle redazioni era determinante. C’era una filologia editoriale che si sposava felicemente con quella accademica.

Da editore lei ha conosciuto e lavorato con insigni scrittori e critici letterari. Qualcuno di loro ha mai influito sulla Sua attività di editore? In che senso?

È lungo l’elenco degli intellettuali che ho conosciuto e frequentato alla Garzanti, e da tutti ho appreso qualcosa. Tra i poeti, Luzi, Bertolucci, Caproni, Giudici, Raboni; tra i narratori, Volponi, Arpino, Camon, Cerami e Gina Lagorio; tra i critici, Luigi Baldacci, Carlo Bo, Franco Fortini (che era anche poeta), Geno Pampaloni, Dante Isella, Claudio Magris, Mario Lavagetto. C’erano poi i consulenti e collaboratori per le varie letterature: Aurelio Roncaglia per la filologia romanza, Nino Borsellino e Pasquale Stoppelli per la letteratura e la filologia italiana, Magris (che è anche scrittore tout court) per la germanistica, Agostino Lombardo, Nemi D’Agostino e Marisa Bulgheroni per le letterature inglese e americana, Giovanni Macchia, Lionello Sozzi e Bruno Nacci per la letteratura francese, Carmelo Samonà e Dario Puccini per la spagnola, Enrico Malcovati per la russa, Enrico V. Maltese per greci e bizantini, Giuliano Boccali per le letterature orientali.

Raboni mi è stato collega in redazione e la sua abilità nel rielaborare un testo insoddisfacente era straordinaria: da lui ho imparato a rendere chiare e leggibili certe tortuosità cui si abbandonano i professori, una sorta di arte maieutica. L’altro mio modello è stato Sebastiano Timpanaro, consulente per l’area greca e latina: grande filologo, insigne leopardista, accademico dei Lincei, a causa delle sue nevrosi aveva rinunciato all’insegnamento e faceva il correttore di bozze (forse qualcosa di più) alla Nuova Italia, e a lui è ispirato il romanzo Il correttore di George Steiner. I testi che mi arrivavano da Timpanaro, accompagnati da minuziose avvertenze e postille,  erano un esempio unico di simbiosi tra filologia e cura editoriale. È stato lui a inculcarmi una fondamentale lezione: ogni intervento redazionale, anche se si tratta di punteggiatura, deve essere preceduto da un accertamento scientifico.

In un’altra intervista, parlando dell’avventura editoriale dell’edizione Pacella dello Zibaldone leopardiano e delle resistenze da parte di alcuni filologi al “metodo Pacella”, diceva che la filologia dà buoni frutti quando si brucia nell’immedesimazione simpatetica con il mondo dell’autore. Vuole spiegare questa formula affascinante?

È in voga un certo filologismo arido, fine a se stesso, che scruta i testi avulsi dai contesti storici e biografici, come se fossero nati per autogenesi. Ci si immerge nel laboratorio dell’autore, si sciorinano occorrenze, varianti, figure retoriche, ma l’autore resta lontano, uno sconosciuto, perché per catturarlo il critico deve mettersi in umile ascolto e tentare con lui un dialogo fraterno. Se manca il rapporto empatico, la filologia e qualsiasi altro metodo d’interpretazione diventano autoreferenziali. Per restare a Leopardi, la filologia che mi appassiona è quella che conducevano Timpanaro e Pacella, o quella che fa, in modo personalissimo, Luigi Blasucci: rigorosa, penetrante, ma senza mai prescindere dal pensiero e dal vissuto del poeta.

 

Quale dei suoi lavori filologici sente più empaticamente Suo?

Non mi ritengo un filologo. Sono un lettore che tenta di interpretare i testi ricorrendo anche alla filologia; e non sta a me giudicare dove meglio mi è riuscito. Posso soltanto dire che sono affezionato alla mia lettura della canzone Alla Primavera di Leopardi: è stato il mio primo contributo leopardiano e ci sono tornato su più volte, fino a farne il centro focale di un libro del 2005, L’Olimpo abbandonato. Mi sembra che lì io abbia messo in campo tutte le mie capacità esegetiche, riconducendo l’analisi testuale della canzone ai pensieri dello Zibaldone sui miti, sulla perdita e la nostalgia delle «favole antiche», in un orizzonte filosofico e antropologico che accomuna Leopardi ai grandi romantici europei (Schiller, Keats, Hölderlin).

Quali sarebbero, secondo Lei, in questo momento di veloce trasformazione tecnologica e di mutazione comportamentale del lettore e del mercato, le principali preoccupazioni e provocazioni per un editore-filologo?

Domanda difficile, proprio perché siamo in una fase di veloci trasformazioni. La cosiddetta “rete” ci mette a disposizione testi informatizzati di diseguale affidabilità. Il libro cartaceo resiste a stento mentre avanzano gli e-book; le collane di classici si spengono l’una dopo l’altra, non hanno più mercato. Però ci sono filologi di nuova generazione che si cimentano con le attuali tecnologie e hanno cominciato a informatizzare testi classici con preziose funzioni che consentono d’interrogarli. L’ideale sarebbe che a tali meritorie iniziative si affiancassero dei redattori specializzati, come quelli delle case editrici di un tempo. Ma chi li pagherebbe?

Occupiamoci un po’ anche dei suoi autori preferiti: Leopardi e Belli. Come spiega la Sua passione per due scrittori così diversi come filosofia, temi, stile e linguaggio?

Ho detto in altra occasione che quei due autori convivono in me conflittualmente. Sono due mondi, Leopardi e Belli, distanti e incomunicanti, sicché per passare dall’uno all’altro s’impone un’inversione di rotta mentale e psicologica.

La loro creatività segue due strade opposte. Quella di Leopardi è costantemente ascensionale, parte dall’esperienza del “sensibile”, degli accadimenti interiori ed esteriori, per scalare le vette di un pensiero vertiginoso, che interroga l’altrove – la luna, il firmamento, la Natura, il Fato – sul senso dell’essere e dell’esistere; e il poeta reinventa una lingua insieme classica e moderna, che resta sempre casta, purissima, anche nei moti di ribellione e nella satira. Belli trova la sua verità di poeta, abbandonando una lingua che definisce «fradicia per sette secoli di vita» e scegliendo un dialetto infimo, quello della plebe (non popolo) di Roma. La sua è una strada tutta in discesa, è un inabissarsi nell’inferno di una subumanità tragica e buffona, nutrita di superstizione, pronta a usare il coltello senza rinunciare alla corona del rosario, avida di cibo, di vino e di sesso. Hanno entrambi una visione negativa della vita e del creato, ma «il  brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera» di Leopardi, metafisica proiezione del Male che governa l’universo, non è paragonabile al Cristo di Belli che, sulla croce, ha sparso per i potenti e prepotenti il sangue, per i derelitti il siero. Qui c’è la bestemmia che solo un cattolico in crisi poteva inventare, negando addirittura la grazia salvifica della Redenzione. Quella bestemmia il poeta la fa pronunciare dal plebeo ignorante, nel quale si è trasferito e mascherato: un’operazione mimetica ambigua, estranea a Leopardi.

Dunque non so dirle perché mi sono interessato quasi contemporaneamente a Leopardi e a Belli (ma assai di più al primo). Sono i due più grandi poeti italiani dell’Ottocento: due geni che forse, in quanto opposti, possono illuminarsi a vicenda. Ma Belli non sarà mai universale come Leopardi, per una questione di lingua connessa alla differenza d’ampiezza e profondità del pensiero e della cultura. Basti confrontare lo Zibaldone leopardiano e quello belliano: il primo è «un diario meramente interno e mentale, redatto in una prosa spontanea e non costruita … libro unico probabilmente in tutte le letterature» (definizione di Contini suscettibile di integrazioni), il secondo è uno dei tanti “magazzini” in cui si usava raccogliere sunti e tracce di letture, con rare osservazioni personali.  E, lasciando da parte lo Zibaldone , in tutta la produzione in lingua di Belli, quantitativamente superiore a quella in dialetto, non c’è nulla che faccia presagire la grandezza dei sonetti romaneschi: la si studia perché c’è il capolavoro romanesco.

Guardando le date, sin dalla Sua gioventù Lei si è interessato alla poesia dialettale, più esattamente a quella in romanesco di Belli e di Trilussa: ha scritto saggi e ha curato edizioni. Questa Sua attenzione scaturisce solo dal valore che riconosce a questi poeti oppure anche da un dovere morale, per non dire politico, di affermare i diritti culturali del dialetto?

L’essere nato e cresciuto a Testaccio, uno dei rioni più popolari di Roma, un rione pasoliniano, avrà probabilmente influito sul mio interesse per i poeti romaneschi. Di più avranno influito le mie prime esperienze letterarie, l’aver esordito in una rivista romana che si occupava anche di dialetto, e aver poi organizzato i corsi dell’Istituto Nazionale di Studi Romani. Per essi, Bruno Cagli, Nicola Merola, Eugenio Ragni ed io – con la benedizione di Giorgio Petrocchi, presidente dell’Istituto – negli anni Ottanta realizzammo dei cicli di “letture belliane”, che furono raccolte in dieci volumetti dell’editore Bulzoni. A tenere quelle letture invitammo scrittori e professori universitari (molti non romani) come Giovanni Raboni, Alfredo Giuliani, Umberto Carpi, Pietro Gibellini, Nino Borsellino, Arnaldo Di Benedetto, Ettore Paratore, Luigi de Nardis, Giulio Ferroni, Barbara Garvin, Amedeo Quondam, non i fan dilettanti che se ne risentirono. Era una provocazione puramente letteraria, che voleva restituire a Belli il ruolo di poeta assoluto, sottraendolo al folclore, agli equivoci dei culti paesani.

E rimanendo al tema dialetto vs. lingua nazionale: quale è la tendenza oggi in Italia? Si scrive poesia e prosa in dialetto sempre più o sempre meno? Esistono dati su quanto si legge in dialetto? Come interpreta tali tendenze?

Per molto tempo ho giurato sul verbo di Gianfranco Contini che, nell’Introduzione alla Cognizione del dolore di Gadda, aveva scritto: «l’italiana è sostanzialmente l’unica grande letteratura nazionale la cui produzione dialettale faccia visceralmente, inscindibilmente corpo col restante patrimonio». Poi, però, ho preso le distanze da certa esaltazione dei dialetti strumentalizzata da rozzi movimenti separatisti sconfinanti nel razzismo. Negli anni del neorealismo, i dialetti erano tornati in onore dopo la condanna decretatane dal nazionalismo fascista, ma la loro rivalutazione stava prendendo una brutta piega, complici involontari anche alcuni linguisti e critici letterari che hanno dato troppo credito ad autori dialettali insignificanti. Nella storia della letteratura italiana, i dialettali che contano sono poco più di una decina; quelli che continuano a verseggiare in dialetto sono una miriade, e a leggerli sono gli amici del quartiere (quando li leggono). Altro è il discorso sulla mescidazione lingua-dialetto, il calco di dialettismi sulle strutture sintattiche dell’italiano. In conclusione non possiamo ignorare che quello che Contini chiamava «restante patrimonio» significava tutta la tradizione toscana diventata italiana e universale: Dante, Petrarca e il petrarchismo, Boccaccio e la prosa novellistica, fino ad arrivare ai Promessi sposi del Quaranta “risciacquati in Arno”, cui taluno preferisce l’edizione del ’27 perché tinta di lombardismi più “espressivi”. Ma dall’edizione Quaranta si sviluppò una prosa nazionale moderna variamente rimodulata a diversi livelli (e sia pure con le cadute nel “manzonismo degli stenterelli” di carducciana memoria), linguisticamente atta alla comunicazione nazionale e alla trasposizione in altre lingue. La lezione manzoniana è servita anche ai suoi trasgressori: Gadda era un adoratore di Manzoni e non gli piaceva affatto di essere iscritto alla tradizione della scapigliatura lombarda.

Non conosco statistiche sulla produzione attuale nei vari dialetti, ma mi pare di capire che sia una produzione sovrabbondante e di qualità piuttosto scadente; nei casi migliori si tratta di dialettalità “riflessa” (per usare un termine di Benedetto Croce), ossia di un travestimento artificioso della letteratura in lingua.

So che si è occupato, per esempio, anche della fortuna di Belli in Francia. Ma uno dei grossi problemi (ora parlo da traduttrice) della letteratura dialettale è, mi pare, la sua ricezione limitata ai parlanti del rispettivo dialetto, e dunque a una zona geografica alquanto ristretta. Credo che la sua diffusione nazionale (nel pubblico non specialistico) sia piuttosto difficile. Ma ancora più difficile mi sembra la sua diffusione internazionale, dato che traduttori che conoscano nella sua intimità un dialetto italiano sono pochissimi. Lei che idea si è fatta sulla fortuna della letteratura dialettale italiana nel mondo e come crede che si possa migliorare?

Belli ha avuto e ha non pochi traduttori nei paesi europei. In Francia vi si dedica Jean-Charles Vegliante, che è un leopardista; in Russia – dove a scoprirlo fu Gogol’ – vi si è cimentato Evgenij Solonovič. È indubbio che si tratta di una circolazione elitaria, mentre in Italia Belli si è acclimatato anche presso lettori non specialisti di ogni regione, in seguito alla diffusione della parlata romana (narrativa, cinema, televisione) e grazie alle edizioni in grafia semplificata dei Sonetti. Se è difficile far conoscere in altri paesi i grandi classici italiani in lingua, tanto più lo è per quelli in dialetto. Però oggi al traduttore si riconosce un ruolo molto maggiore che nel passato, tanto che si tende a considerarlo un “secondo autore”. A me sembra che sia da seguire l’esempio di Vegliante, il quale, per tradurre Belli, è ricorso al francese parlato, anche a quello dei bassi strati sociali, cioè a un sistema formale che può intendere anche un lettore francese di media cultura. Perché non tentare l’esperimento in altre lingue? Ma ci vuole un traduttore filologo che abbia pratica della poesia.

Come credo che sappia, da quasi dieci anni qui, a Bucarest, ci sforziamo, con la prestigiosa casa editrice romena Humanitas, di portare avanti la collana bilingue di classici italiani “Biblioteca Italiana”, unica in Romania e una fra le poche nel mondo. Con la Sua straordinaria esperienza di editore, che destino predice a una tale impresa?

Per tutti ragionamenti che abbiamo fatto, l’iniziativa rumena è ammirevole e audacissima. Tradurre i classici significa promuovere il dialogo tra popoli e civiltà, perciò auguro alla sua impresa tutta la fortuna che merita, ma non so predirne il destino perché l’editoria di oggi è troppo lontana da quella che ho conosciuto e praticato nel secolo scorso.

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