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Con grandissimo piacere propongo (vedi notizia del 19/6/2016 nel presente blog) il seguente scritto di Novella Bellucci, letto dalla docente e studiosa in occasione delle CELEBRAZIONI LEOPARDIANE del 29 giugno scorso:

 

«Dare pregio alla vita»: l’orizzonte etico di Giacomo Leopardi

 

Per me la letteratura, la letteratura che per me conta, la letteratura cui con il passare dei miei anni ho riconosciuto un valore sempre più essenziale e necessario, è collegata al senso che, con una semplificazione dei cui rischi sono consapevole, definisco etico. Mi rendo conto che il termine etico/(morale) è di per sé portatore di molte ambiguità e si presta a generalizzazioni se non a banalizzazioni (a partire dal significato stesso: cosa si intende per morale? Il concetto che si collega al termine si considera assoluto o relativo? A quest’ultima questione rispondo con parole leopardiane che affermano la non esistenza di “una morale, eterna, assoluta”; Zib. 2264). Tale rischio (di banalizzazione) è ancora più forte se applicato all’opera letteraria, in quanto potrebbe far presupporre un approccio di tipo contenutistico che è lontanissimo dalle mie intenzioni.

Come guida per un percorso che io per prima avverto come periglioso, ho scelto Simone Weil; è su alcune sue riflessioni, relative al tema in questione (Morale e letteratura, 1944) che appoggerò la mia argomentazione. Per ora, mi limito  dichiarare un collegamento tra morale e valore/responsabilità. E cerco conferma nell’autore che è al centro della mia analisi, Giacomo Leopardi:

..lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune o privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che danno pregio alla vita; le illusioni dell’animo…(la citazione è dall’operetta Dialogo di Timandro e di Eleandro).

Dare pregio alla vita: questa potrebbe essere, nella mia prospettiva, una definizione della letteratura declinata entro un orizzonte etico. Dare pregio alla vita portandone in luce, da strati profondi e sovente sommersi, significati non sempre chiari; e conferendo loro valore, svelandone sensi e contraddizioni (le opinioni potrebbero anche essere false, ammette Eleandro, le immaginazioni vane). E non c’è bisogno di sottolineare che “dare pregio” non vuol dire evidenziare gli elementi positivi, ma piuttosto contribuire a potenziare la vita e, attraverso la parola poetica, illuminare alcuni nuclei essenziali delle dinamiche individuali e collettive e dare loro senso.

Se al conoscere, come comprensione dell’uomo e del mondo si attribuisce una dimensione etica in quanto ogni avvicinamento a una verità, pure parziale, è intrinseco a tale dimensione (ancora una volta mi appoggio alle parole leopardiane: “le verità hanno due facce, diverse o contrarie anzi infinite”; Zib. 2527-8) tutta la grande letteratura ha a che fare, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore, con l’ambito morale, in quanto partecipa della conoscenza e dell’interpretazione del mondo.

E’ vero tuttavia che alcuni autori esprimono esplicitamente la loro appartenenza a una scrittura letteraria impegnata moralmente nel momento in cui ad essa attribuiscono, talora pagandone prezzi alti di frustrazione e di vero e proprio dolore, un valore testimoniale.

Leopardi è uno di costoro. E tra i più grandi. Della sua eccezionalità in tale dimensione fa fede l’affermazione di Yves Bonnefoy: “l’insegnamento e l’esempio di Leopardi … conferisce ai suoi scritti un valore pedagogico e parenetico non presente in altri poeti”

Ed è per questo che per molti dei suoi studiosi (o anche lettori) può diventare un compagno inseparabile di vita, un collettore di pensiero, di comportamento, di relazioni umane. A Leopardi va riconosciuta una dimensione particolare che lo rende singolarmente esemplare. Non solo egli ha scritto opere grandi e dunque portatrici intrinsecamente di valore: egli ha riflettuto in prima persona sulle potenzialità etiche della poesia (sul suo giovare alla vita: essa “aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci accresce la vitalità”; Zib. 4450); ha negato esplicitamente, pur in forma paradossale, riconoscimento a una letteratura priva di tensione etica, civile, umana, una letteratura decorativa e occasionale; ha impegnato la sua intera esistenza nel pensiero e nella scrittura poetica offrendo una testimonianza del valore (e della necessità) della poesia, pur riconoscendone la precarietà, come per ogni manifestazione umana. Chi “à fait ménage” con Leopardi (rubo la citazione – che ho impressa da quando la lessi per la prima volta- da una lettera inviata a Giacomo da Giampietro Vieusseux) ha sperimentato quel senso del sacro che Moravia riconosceva al poeta nell’estremo saluto a Pasolini: “Il poeta dovrebbe essere sacro”.

Nel pensare al tema che sto svolgendo in queste pagine, e ritornando sull’esemplarità sottolineata da Bonnefoy, mi è tornata alla mente la figura del capro espiatorio che, ispirandomi al suggerimento di René Girard, ho utilizzato una ventina d’anni fa nell’introdurre il mio lavoro su Leopardi e i contemporanei: oggi potrei declinare tale figura insistendo per un verso sull’elemento vittimario che la biografia del nostro poeta sembra esaltare, per l’altro riconoscendo a tale elemento l’enorme carica di valore simbolico  giunta fino a noi attraverso la traduzione di quella esperienza biografica così radicale (di per  se stessa portatrice di messaggio morale) in scrittura alta, in qualche modo emblematica dell’atto stesso della poesia, della sua forza, della sua energia, delle sue infinite potenzialità inesorabilmente connesse alla sua fragilità.

Da principio faccio tappa, per questo mio percorso, che, sia chiaro, non presume né esaustività né organicità, sul tema che potrebbe avere come titolazione:

  1. I libri poetici

Leggo ancora dal  Timandro ed Eleandro:

Se alcun libro morale potesse giovare, dice E. a T., io penso che gioverebbero massimamente i poetici; dico poetici, prendendo questo vocabolo largamente; cioè i libri destinati a muovere la immaginazione; e intendo non meno di prose che di versi.

Sono le parole, assai note per chi frequenta Leopardi, con cui Eleandro risponde alla affermazione del suo interlocutore, Timandro, il quale è convinto che i libri giovino alla “specie umana” e specialmente i libri appartenenti al genere morale. Eleandro con gentile ironia sposta l’individuazione del giovamento dai libri dichiaratamente morali ai libri che nascono senza alcuna esplicita finalità etica, i libri di grande poesia. E prosegue:

Ora io fo poco stima di quella poesia che letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora, gli permetta di ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna.

Non sarà da trascurare il fatto che Giacomo volle che il Dialogo di Timandro e di Eleandro fosse posto come testo finale del primo libro delle Operette a mo’ di postfazione (carteggio con Stella). Dunque, ad esso attribuì la funzione di consuntivo esemplare della sua opera filosofica e poetica insieme; di testimonianza d’autore. In questo brano (dove tra l’altro, viene espresso il definitivo oltrepassamento della secolare separatezza fra poesia e prosa: poetica è ogni scrittura che muove l’immaginazione) egli afferma che i grandi libri poetici giovano alla specie umana perché incoraggiano al bene. Un criterio originale di giudizio estetico per la poesia viene qui indicato (quanto distante dalle declinazioni romantiche italiane, a partire dal trittico manzoniano: vero, utile, interessante) nel lascito della poesia, nella sua potenzialità generativa: non è poesia degna di questo nome se non quella che lascia un sentimento nobile, capace di rimanere attivo per almeno mezz’ora. L’indicazione della durata (pur nell’evidente declinazione ironica) non è affatto superflua: tanto più è convincente la definizione del libro morale/libro poetico quanto meno è assolutizzante. Il rifiuto degli universali, il relativismo  che Giacomo ormai sa essere la dimensione del vivere, pensare, operare nel mondo impedisce che la nobiltà possa avere stanza definitiva nell’animo di chi è stato toccato dalla grande poesia: la dimensione temporale (più che modesta) rimanda a una complessiva visione del mondo dove non sono estinte la magnanimità e la virtù e la nobiltà, ma per così dire tali qualità morali vivono in un mondo ritagliato, attraversato dalla precarietà (quello delle creature d’altra specie,  quello degli uomini dabbene).

Quel magnanimo alla cui ridefinizione Leopardi ha lavorato per tutto il tempo della sua vita di scrittore (a partire dalla prima giovinezza: si pensi al ritratto di Frontone, tracciato nel 1816 che offre molti elementi dell’ideale etico destinato a permanere e raffinarsi) è un ultrafilosofo che conosce per prova la dimensione precaria, caduca, di tutto ciò che è vivente. Anche della poesia alta.

Il neologismo leopardiano (ultrafilosofia è hapax nella lingua italiana) che si fa carico del concetto dell’ oltrepassamento, dell’andare oltre, del vedere al di là del limite, del superare lo spazio e il tempo per gettare in mare la bottiglia con la lettera per chi vivrà un secolo (o secoli) più tardi, nasce per dare forma a una idea di “rigenerazione” (di rinnovamento/rinascita del genere umano) legata alla possibilità di nuovi percorsi, possibili soltanto dopo l’avvenuta conoscenza dell’ ”intiero e intimo delle cose”. L’ultrafilosofo è invenzione precoce ( Zib.115; 7 giugno 1820), poi non ripresa a livello lessicale ma certo non mai abbandonata a livello concettuale.

Riprendo la lettura del brano prima citato; Eleandro continua, sull’onda della leggerezza apparente, a determinare il tempo dell’effetto della poesia:

 

Ma se il lettore manca di fede al suo principale amico un’ora dopo la lettura, io non disprezzo perciò quella tal poesia: perché altrimenti mi converrebbe disprezzar le più belle, più calde e più nobili poesie del mondo

 

Un effetto che non può allargarsi neanche a un’ora, dunque. Il brano prosegue, con una ulteriore riduzione, interessante e tutto sommato non inaspettata (il ventiquattro è anno intriso delle impressioni derivate dal soggiorno romano):

 

Ed escludo poi da questo discorso i lettori che vivono in città grandi: i quali in caso ancora che leggano attentamente, non possono essere giovati anche per mezz’ora, né molto dilettati né mossi da alcuna sorta di poesia.

 

La precisazione si riallaccia alle tante riflessioni sulle caratteristiche delle città grandi, e dei loro abitanti, esempi paradigmatici degli effetti prodotti dalla modernità: dispersione, indifferenza, esaltazione dell’effimero; dunque, impossibilità di giovarsi degli effetti dell’immaginativa, e pertanto della poesia, anzi di alcuna sorta di poesia; qui si denuncia irreversibilmente l’incompatibilità del sistema di vita moderno, di cui la città (grande) si fa emblema, con la poesia: con la sua fruizione oltre che con la creazione. La grande città provoca un effetto di sordità incurabile che toglie ogni efficacia generativa alla poesia e ne rappresenta l’inarrestabile -e tragico- declino nel mondo dei moderni ( “la poesia non è fatta per questo secolo, è vero piuttosto in quanto agli autori che ai lettori”; Zib.4479).

E torniamo allora sul tema della potenzialità generativa della poesia. Generativa di vitalità, ma anche di verità. La poesia rivela, scopre (o scuopre) e lo scoprire ha un valore etico in quanto è collegato alla conoscenza, alla verità (di fatto ogni interrogazione di natura etica rimanda infine a una urgenza di verità, anche per chi, come Leopardi rifiuta l’assolutezza della verità). C’è un passo nella Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte che mette sullo stesso piano l’effetto della calamità, dunque del male che colpisce le creature, e il furore dei poeti lirici; la calamità alcune volte (anche qui viene bandita l’assolutizzazione) possiede una forza di rivelazione che precede di gran lunga la ragione: fa scoprire un altrove, un altrove psichico, fino a quel punto incognito; porta in una terra ignota, probabilmente disabitata (…), che corrisponde a una esperienza di oltrepassamento radicale, a una mutazione di stato e di prospettiva. Tale scoperta ha effetti tanto destabilizzanti da richiedere poi tempi assai lunghi per una operazione di razionalizzazione, o normalizzazione, che dir si voglia:

la calamità, la quale alcune volte ha forza di rivelare all’animo nostro quasi un’altra terra, e persuadere vivamente di cose tali che bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da se medesima, e le insegni all’universale degli uomini, o anche de’ filosofi solamente. E in questa parte l’effetto della calamità si rassomiglia al furore de’ poeti lirici che d’un’occhiata (perocché si vengono a trovare quasi in grandissima altezza) scuoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli

 

Tale ultima affermazione si ritroverà un anno e mezzo più tardi, nell’agosto del ’23 (Zib.3269-70) in un pensiero molto noto che rappresenta per così dire una sorta di processo di democratizzazione: non sono solo i poeti nel pieno del furore lirico ma anche i filosofi nella sublimità della speculazione e anche gli uomini comuni, i non letterati a patto che abbiano attraversato una esperienza radicale, una passione grande o anche che siano sotto l’effetto del vino. In questa pagina giustamente tanto citata, Giacomo scandisce le tappe degli effetti della conoscenza, della scoperta delle verità generali “e perciò veramente grandi ed importanti” che invano molti filosofi insieme “cercherebbero di scoprire, o d’intendere o di spiegare” senza l’effetto di quel furore di ispirazione. Sottolineo: la poesia nel furore della ispirazione rivela i rapporti e le verità generali: è questa sua proprietà che oltrepassa la conoscenza razionale, a produrre tensione verso la magnanimità (ma il lettore dello Zibaldone sa bene che questo tipo di riflessione compariva già in pensieri di anni precedenti; cfr. quello del 7 settembre 1821; 1650, sulla identificazione della facoltà del vero poeta con la facoltà e la vena delle similitudini e cioè della scoperta delle “vivissime somiglianze fra le cose” “Facoltà del grande poeta, scoprire i rapporti tra le cose anche i menomi e più lontani, anche delle cose che appaiono le meno analoghe”).

Ispirazione, immaginazione, scoperta, verità: alla poesia si collega indissolubilmente la scoperta e la conoscenza; la poesia assume su di sé responsabilità di tenore conoscitivo ed esistenziale (Brioschi).

La vicinanza fra l’altra terra rivelata dalla calamità e il paese scoperto dal furore poetico pongono sullo stesso piano i grandi temi della espressione poetica e della condizione umana.

[non a caso, nel settore Filosofia speculativa della Crestomazia della prosa Leopardi inserirà un brano dalle Notti romane di Verri, intitolandolo “Inclinazione dell’uomo al discoprire, al trovar nuove cognizioni”…..]

 

  1. Il filosofo pratico

 

E veniamo ora, ma per un breve affaccio data l’ampiezza dell’argomento, al Leopardi più dichiaratamente “morale”, al Leopardi filosofo pratico. Simone Weil scriveva nelle brevi pagine del saggio che ho citato (Morale e letteratura) che raramente gli scrittori sono mossi da una “vocazione filosofica”[…] Per Leopardi (ormai è acquisizione definitiva) non è così. In lui dalla prima giovinezza agisce la vocazione filosofica che assume le più diverse forme letterarie. E che, se pure si misura con un orizzonte metafisico (quello delle Operette, per stessa dichiarazione d’autore), trova la propria dimensione nell’ambito della filosofia morale (o pratica, per l’appunto; e qui si potrebbe analizzare il pensiero -in Zib.2492– sulla differenza fra morale pratica e morale teorica). Ciò che rende straordinario il filosofare di Leopardi è il suo inscindibile svolgersi entro le forme letterarie, il suo prendere corpo attraverso le parole della poesia (versificata o no). Il linguaggio filosofico è tutt’uno con il linguaggio poetico, il pensiero poetico si nutre del pensiero filosofico. Tale inscindibilità è frutto di un percorso complesso e non lineare che ha come punto di partenza il rinnegamento della filosofia (rinnegamento teorico, s’intende, perché il pensiero che rinnega opera di fatto su basi filosofiche; ne è limpido esempio il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica) e come tappe intermedie suoi progressivi riconoscimenti, per giungere, alla fine, a considerare quale attività umana superiore la speculazione filosofica al sommo delle sue possibilità.

I contributi critici degli ultimi decenni, alcuni dei quali già divenuti classici, hanno offerto percorsi interpretativi e approfondimenti filologici sulle opere leopardiane dichiaratamente collegate al pensiero filosofico nella declinazione di filosofia morale (penso ai fondamentali contributi sullo Zibaldone, sull’importanza dell’incontro precoce con Frontone, sui Volgarizzamenti di Epitteto, di Isocrate; penso alla valorizzazione critica del libro leopardiano di massime, il libro che raccoglie il succo della filosofia pratica, i Centundici Pensieri, unicum nel suo genere nella nostra letteratura, ecc..) E non è dunque su tale aspetto, pure centrale, che ho deciso qui di soffermarmi. [Se avessi dato un altro taglio al mio discorso avrei svolto un paragrafo titolato: Mappa dei personaggi leopardiani ispirati all’ideale etico]. Né potrò analizzare le riflessioni leopardiane, perlopiù zibaldoniche, sulla morale (sul rapporto filosofia/politica/morale, per esempio).

Propongo invece la lettura di un testo breve, incompiuto, del 1822, notissimo a chi studia Leopardi e meno a chi ne è fedele lettore. Di questo testo è evidente l’intonazione morale (perfino lo spoglio lessicale sottolinea al suo interno una particolare densità delle occorrenze del lemma “morale”). Esso appartiene a quel gruppo di scritti non compiuti noti sotto la titolazione complessiva di Prosette satiriche; mi riferisco alla La novella di Senofonte e Machiavello.

La novella richiama a un tema centrale nell’ambito del nostro discorso (ma centrale in ogni caso nell’operare leopardiano): l’interesse dell’autore (precoce e duraturo) per la scrittura comica nelle sue diverse declinazioni e la funzione attiva che ad essa deve riconoscersi nell’ambito politico, civile, sociale. Non cito il lungo, importante e molto noto, pensiero sulle armi del ridicolo (Zib.1393) A scuotere la sua “povera patria e secolo” lo scrittore pensa, nel 1821, di poter utilizzare tutti i registri letterari possibili, le armi dell’affetto, le armi della ragione, le armi del ridicolo”.

E’ l’epoca leopardiana della grande progettazione (a dire il vero epoca di lunga durata): gli scaffali del suo vivacissimo laboratorio si riempiono di disegni e di abbozzi d’opere volte a rigenerare moralmente e culturalmente l’Italia, la sua lingua e la sua letteratura. Il fascino della selva di titoli che rimandano a fogli immaginari, disordinati, non finiti, buttati dentro quegli scaffali (con il proposito o almeno la speranza di riprenderli in mano e dare loro forma e vita) è oggi per noi straordinario e ci riporta all’immensa vitalità del genio che li ha prodotti e alla sua fiducia nella scrittura letteraria (fiducia sempre pericolante ma mai venuta meno), nonché alla modernità del suo spregiudicato sperimentalismo (e tra quei disegni, fino all’ultimo, sono ripetuti i titoli con soggetto morale: Morale in versi o poema didascalico sulla morale; Galateo morale; Orazioni morali: cioè prediche e panegirici senza scrittura e senza teologia […]. ecc.). Nello scaffale dei progetti comici, colmo di materiale bellico (non cruento), di armi fatte di parole, troviamo dunque una manciata di fogli titolati approssimativamente Prosette satiriche. La lettura di tali prosette evidenzia la funzione etica, militante, attribuita da Giacomo alla scrittura comica, qui considerata nella declinazione satirica. Tutti i lettori di Leopardi sanno quanta parte dell’opera del nostro autore appartenga al comico (dalla scritture dell’infanzia alla epoca finale, dalla poesiola contro la minestra ai Paralipomeni o ai Nuovi credenti) e quanto la sperimentazione sul comico sia legata a una dimensione morale declinata secondo criteri spregiudicati, sovversivi, da Malpensante.

La Novella di Senofonte e Machiavello è un testo esemplare in questo senso. Esso, basato su una sfida pedagogica, può considerarsi appartenere a quel genere dei trattati politici cinquecenteschi impostati su criteri educativi, gli Specula principis (criteri assenti nel Principe machiavelliano). Machiavelli e Senofonte concorrono per la funzione di istitutore del figlio di Proserpina e Plutone, destinato a diventare principe. Nel secondo abbozzo del ’22, Leopardi dà forma, tramite il discorso di Machiavelli, a uno dei suoi pezzi dissacranti che consiste nell’abiura della virtù: “per vivere e non essere la vittima di tutti”, … bisogna “assolutissimamente” imparare ad esser “birbo”; dato che “il fine dei libri è ammaestrare a vivere”, bisogna dire “nudamente quelle cose che son vere”.

Tutto il discorso di M. è basato sul contrasto vero/falso, laddove il vero sta dalla parte dello smascheramento degli ammaestramenti ipocriti, volti a insegnare virtù di fatto inesistenti e di conseguenza dannose per la formazione del giovane. Dunque, tramite la tonalità paradossale della Novella (sulla stessa linea del rovesciamento del galantuomo in Virtuoso penitente del Dialogo Galantuomo e Mondo) si giunge a rovesciare il valore della virtù (già bestemmiata nel Bruto minore) e a considerare Machiavelli uno scrittore veramente morale in quanto dissacratore dell’impostazione pedagogica fondata sui principi falsamente morali, in poche parole moralistici. Ma è il finale dell’abbozzo che assume, nella mia ottica, un significato fortemente emblematico: vi si assiste infatti a un ulteriore rinnegamento, in sostanza il rinnegamento del rinnegamento, pronunciato da Machiavello –immaginiamo- a voce bassa, senza enfasi, quasi in tono di confessione rivolta in primo luogo a se stesso:

 

non ostante il mio rinnegamento degli antichi principii umani e virtuosi, fui costretto di conservare perpetuamente una non so se affezione o inclinazione e simpatia interna verso loro

 

La successione dei sostantivi, culminanti con il significativo attributo, riporta alla condizione psichica originaria di Machiavello che non può rinunziare alla sua magnanimità: “simpatia interna” (laddove simpatia andrà inteso nel suo senso etimologico, magari arricchito dalle riflessioni settecentesche che spostano il sentimento in ambito propriamente etico; ché, se se ne avesse il tempo, un paragrafo di questo mio discorso dovrebbe titolarsi “Leopardi e l’etica del sentimento” a partire dal sentimento della compassione e dai sentimenti che connotano l’uomo magnanimo e forte).

Machiavelli rappresenta la contraddizione che non risparmia neanche l’idea di morale: la società, o Mondo, impone, per chi voglia sopravvivervi, il rinnegamento dei sentimenti virtuosi i quali, non corrispondendo più alla realtà ed essendosi ridotti soltanto a parole, si sono metamorfizzati in simulacri immorali [ e a proposito di questo grande tema leopardiano -della separazione delle parole dalle cose- una riflessione di Simone Weil: “Parole come virtù, nobiltà, onore, onestà, generosità sono diventate quasi impossibili da pronunciare, oppure hanno assunto un senso spurio; il linguaggio non fornisce più alcuna risposta per lodare legittimamente il carattere di un uomo…”]. Eppure continuano a esercitare un richiamo che riporta a un’idea di morale, si potrebbe dire originaria.

In sostanza, l’enorme questione della letteratura/filosofia morale non è mai scompagnata da una forte complessità e dall’individuazione di tanti elementi contraddittori.

Concludo questa seconda tappa, con il richiamo a un suo personaggio d’invenzione, appartenente al mondo animale e dotato dei sentimenti degli umani: il topo Leccafondi. Nel presentarlo, Leopardi lo qualifica con simpatica ironia “filosofo morale e filotopo”: Leccafondi è impastato delle caratteristiche dei contemporanei del poeta, liberali, benpensanti, fiduciosi in una teleologia positiva, filantropi: ma  laddove la morale si sposa con la filantropia può assumere la specie del facile moralismo, categoria avversata dal nostro Malpensante.

La morale autentica abita i luoghi aspri della Verità che sono i luoghi discoperti dalla grande poesia e dal filosofico rinnegamento dei falsi miti.

Rimanendo nell’ambito della sperimentazione comica, l’opera che certamente rivela il culmine dell’intreccio dichiarato poesia/morale è il libro “di sogni poetici, d’invenzioni e capricci malinconici”: le Operette morali che raccolgono in una unità indiscutibile, e frammentata come l’esperienza della vita, i risultati di un pensiero formatosi a contatto dei tanti libri antichi e moderni e di una concezione della scrittura letteraria altissima e innovativa. Del fare letterario di questo autore, segnato da uno sperimentalismo anche parossistico, spregiudicato, queste operette sono forse la punta più avanzata. Mi soffermo sulla operetta numero dodici, nella disposizione dell’edizione definitiva, il celebre Dialogo della Natura e di un Islandese. L’operetta provoca una sorta di esplosione all’interno del libro che si manifesta nel mutamento di registro, di fonti, di tipologie, di personaggi, di temi. Ma non è questo che qui interessa. Piuttosto interessa che il dialogo in questione mette in scena, per la prima volta e in forma altamente poetica, un’idea basilare del sistema di pensiero leopardiano, legata a un elemento centrale del rapporto etica/letteratura sia nella direzione della responsabilità che del valore. Si tratta della esplicitazione -e rappresentazione- del Male coessenziale alla vita degli esseri, il Male nell’ordine, il male ordinario (Zib.4511). La forza dirompente che si irradia da questa operetta sta certo nel disvelamento della essenza (dunque della verità) del sistema che governa la vita ma è strettamente connessa alla alta qualità letteraria, a quello stile che solo può garantire l’appartenenza di una opera alla sfera della poesia: “e il bello stile è una filosofia, e profondissima e sottilissima” (Zib. 2728).

A questo punto credo sia venuto il momento di prendere in mano il testo di Simone Weil, intitolato Lettera sulle responsabilità della letteratura. Leggo:

 

Gli scrittori non devono essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana. Niente è così essenziale per la vita umana, per ogni uomo e in ogni istante, come il bene e il male. Quando la letteratura diventa per partito preso indifferente all’opposizione del bene e del male, tradisce la sua funzione e non può aspirare all’eccellenza

 

Mi trovo d’accordo con questa affermazione. Non la presento qui come affermazione assoluta. Non intendo difenderla come risposta univoca al quesito che fa da tema a questo mio discorso, ma solo come la mia risposta. Aggiungendovi peraltro una postilla fondamentale, che del resto non è estranea al discorso della Weil: l’eccellenza della letteratura è imprescindibile dalla qualità letteraria o poetica che dir si voglia: sono le parole che fanno la poesia.

Leopardi non è scrittore indifferente all’opposizione del bene e del male; anzi, egli indaga incessantemente con il linguaggio della sua altissima poesia le due categorie e mette al centro della sua indefessa attività di scrittore la condizione umana. Credo che sia semplicemente per questo che la sua poesia non cessa di fare presa sulla nostra vita e sono convinta che chi ha il difficile compito di trasmettere il valore della grande letteratura non debba mai cessare di testimoniare questa convinzione: la poesia dà pregio alla vita perché la tocca, la dice, ne svela l’essenza che non muta anche con il mutare delle epoche, dei costumi, delle culture: il bene e il male, per l’appunto.

In che peccai bambina?” La domanda che Saffo rivolge al mondo si fissa nella mente del lettore, producendo risonanze destinate a oltrepassare il tempo modesto assegnato dal poeta all’effetto nobilitante della lettura dei libri poetici. Potrà essere utile per penetrare al meglio il senso e il valore della canzone, studiarne le fasi di composizione, interrogare l’autografo che presenta una quantità foltissima di varianti, di elementi correttori: le parole citate compaiono nella prima versione (autografo napoletano) in questa forma: “Qual ne la prima età (mentre di colpa nudi viviam), si che inesperto e scemo di giovanezza il mio viver corresse)”.

Il percorso per giungere all’essenziale “In che peccai bambina” è sicuramente pieno di interesse, non fosse altro che per mostrare Il metodo leopardiano di lavoro e dunque la strada compiuta per giungere all’ultimo risultato.

A patto che non si sovrapponga l’analisi di quel fondamentale lavoro preparatorio al risultato finale che solo veicola senso e valore: l’interrogazione semplice, spontanea di Saffo che raccoglie quella di tutte le creature di fronte al male, al dolore immeritato.

 

 

  1. Il poeta testimone

 

Nella sua interrogazione sulle questioni legate al bene e al male, Leopardi cerca la verità. Egli sa che la verità ontologica è fuori della portata umana; ma non la verità che svela la condizione dei viventi: i perché sono destinati a rimanere senza risposta, in uno scenario privo di ogni risorsa divina o provvidenziale, nudo, ischeletrito; ma non il come: la vita di ogni creatura e dello stesso universo è precaria, segnata dal dolore e dalla corruzione, condannata alla fralezza. Domina su tutto la certezza della fine, della morte. L’ultima stagione della scrittura leopardiana si confronta di continuo con la Morte che diventa addirittura figura di una grande lirica.

 

Troppo sono maturo alla morte […] Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi sperato o desiderato al mondo […] Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altra di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi

 

Di nuovo convoco Simone Weil, a commento delle intensissime parole di Tristano, riguardo alle quali ogni interprete non può non provare difficoltà nell’aggiungere parole proprie:

 

Amare la verità significa sopportare il vuoto e quindi accettare la morte. La verità è dalla parte della morte […] La verità è legata alla coscienza della propria insuperabile miseria (La pesanteur et la grace)

 

La verità è dalla parte della morte.

Sarebbero trascorsi circa cinque anni tra la scrittura del Tristano e il momento della morte del poeta che di quel suo alter ego aveva fatto una figura immortale. Cinque anni densi di opera letteraria e di grande poesia (tra cui le due altissime Sepolcrali). E, alla fine, il capolavoro, La ginestra (non scompagnabile dalla lirica sorella, Il tramonto della luna). I versi potenti della Ginestra parlano senza alcun bisogno di essere contestualizzati. Eppure, non credo siano pochi i lettori che vanno incontro alla sacralità di questo testo senza evocare l’immagine del suo autore che offre l’ultimo immenso tributo di poesia avendo a fianco la Morte. Nessuno può leggere la Ginestra senza dare alle parole il valore di un testamento, scritto, anche grazie alla mano dell’amico Ranieri (e non è un dettaglio di poco conto), in punto di morte. Un lascito che raccoglie, sotto l’ala della verità, la summa del pensiero del suo autore e assume la responsabilità di affidare al mondo la fiducia nella poesia, nel suo valore capace di sfidare la fine e la morte.

L’appello alla verità è esplicito fin dalla celebre epigrafe giovannea “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”, la luce della verità, appunto, destinata a soccombere, ma capace comunque di resistere attraverso segni e simboli portatori di valore. Lo scenario vesuviano sconvolgente, entro il quale si consuma la tragedia di una distruzione senza scopo, la cui eco accompagna l’intera trama argomentativa del canto, è emblema potente della “inimica” natura, ancora una volta convocata a rappresentare il male nell’ordine. La rappresentazione della catastrofe viene interrotta (e rallegrata) dalla comparsa del fiore umile e gentile (il fiore del deserto): esso resiste alla sciagura che contrasta il male, che consola, facendosi compagno delle afflitte fortune dei viventi. La complessa, straordinaria architettura della lirica, cui la tessitura poetica conferisce una potenza inaudita, del tutto originale, tocca i temi centrali della riflessione leopardiana, del suo sistema morale: l’invettiva contro il “secol superbo e sciocco” e le sue ideologie, il secolo cieco, incapace di vedere la vera condizione della “mortal prole infelice”, potenziale vittima di sommovimenti e sconvolgimenti che distruggono vite (innocenti), luoghi, storia; la polemica antiantropocentrica orchestrata sullo sfondo cosmico di altissima suggestione poetica che rimanda alla infinitesima dimensione di quel “granel di sabbia,/ il qual di terra ha nome” in contatto tragico con lo scenario terrestre rappresentato con una potenza sconvolgente nel momento dell’eruzione vulcanica (vv.212-222); l’attenzione rivolta ai più deboli, i più colpiti dalla violenza cieca del male (gli indimenticabili versi che creano la figura del villanello il quale raccoglie tutte le creature umili cui questo poeta ha dato voce e forma altissima: l’artigiano, il carrettiere, la tessitrice, la donzelletta, la vecchierella, l’agricoltore). Al centro, la figura del magnanimo, dell’uomo veramente virtuoso. Si staglia con le insegne della nobiltà radicata sulla consapevolezza che si traduce in forza d’animo di fronte al dolore del vivere, che rifugge ogni occasione di male per i propri simili, che fonda la propria etica sulla convinzione della possibilità di una solidarietà totale delle creature (“umana compagnia,/ tutti fra se confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor”).

La potenza utopica di questa creazione leopardiana trova riscontro nel simbolo del fiore gentile che resiste al male, consapevole tuttavia che ci sarà un tempo in cui esso stesso verrà sommerso dalla “crudel possanza…del sotterraneo foco”. Sarebbe opportuno concludere con una torsione di prospettiva, e interrogare ora i lettori di Leopardi, i critici (anche per rendere omaggio al mio indimenticato Maestro) e riflettere sul perché siano gli anni che succedono immediatamente alla tragedia della seconda guerra mondiale, del totalitarismo, dell’olocausto -gli anni in cui il male ha soggiogato la storia irridendo con lucida gratuita crudeltà l’innocenza- che favoriscono interpretazioni leopardiane sorrette da una forte tensione etica.

Sarebbe un ulteriore paragrafo, che potrei intitolare: “L’orizzonte etico della critica leopardiana”. Ma è invece tempo di chiudere e lo faccio convocando ancora alcune parole di Simone Weil che si attagliano bene al nostro poeta:

 

Ma le opere autenticamente geniali dei secoli passati restano (diremmo nonostante le colate laviche). Sono alla nostra portata. La loro contemplazione è fonte inesauribile di un’ispirazione che può legittimamente orientarci.

 

Ecco, la poesia leopardiana, con il suo dare pregio alla vita, la orienta. E di questa bussola preziosa non finiamo di essere grati al nostro grandissimo, caro, poeta.

 

Novella Bellucci

 

P.S. ringrazio sentitamente Novella Bellucci per aver potuto offrire in lettura ai visitatori del blog il suo rigoroso e bellissimo scritto sul grande Recanatese (a.m.)

 

 

 

One Response to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    Con grande interesse ho letto di Novella Bellucci “Dare pregio alla vita”: l’orizzonte etico di G. Leopardi, uno scritto davvero notevole per l’ampiezza dei temi affrontati, la ricchezza delle notazioni culturali, il rigore e la profondità del pensiero. Bellissima la conclusiva citata riflessione di Simone Weil circa le opere “autenticamente geniali” del passato la cui contemplazione non può non orientarci nella vita.

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