Questi giorni appena trascorsi sono stati per me significativi, riferendomi ad una riflessione non superficiale sulla tragedia di Aldo Moro e della sua scorta (tragedia di carattere epocale per il nostro Paese, come giustamente osserva Paolo Cucchiarelli nel suo libro-inchiesta  Morte di un Presidente, Ponte alle Grazie, 2016). Il volume citato e da me letto con viva attenzione, consente in effetti di scrutare in modo ben più problematico e non convenzionale tale tragedia, basato com’è sulla analisi dei dati oggettivi offerti dal cadavere di Moro, corpo parlante e rivelatore, volendo procedere per riscontri scientifici; accantonando cioè il velo della retorica e della coesistenza acritica da parte nostra con la ricostruzione “storica” delle Br riguardo a quei terribili 55 giorni (a partire dal 16 di marzo 1978, giorno in cui avvenne il massacro della scorta del Presidente e il suo rapimento fino al 9 di maggio, giorno nel quale fu ritrovato Aldo Moro morto nella famigerata Renault 4 in via Caetani a Roma). Di conseguenza non posso nascondere la mia irritazione dopo aver finito di leggere la settimana scorsa il libro Eseguendo la sentenza di Giovanni Bianconi, Einaudi, 2007: libro ricco di particolari sì, anche stimolante in quanto a possibile esercizio di senso storico relativo a quel momento (considerando la nostra smemorataggine di oggi); ma sostanzialmente un testo non reattivo, responsabile a mio avviso di erogare altro cloroformio ad un Paese, il nostro, pago di ciò che crede più o meno di sapere; perché tuttora seriamente all’oscuro di verità grazie al “Melodramma d’amore allo Stato” andato in scena a far data da quel fatidico 16 marzo 1978, così come pungentemente osservato da Leonardo Sciascia nel suo Affaire Moro, Sellerio, agosto ’78. Si è già compreso come soltanto la rilettura terminata ieri dell’Affaire (peraltro raccomandato al lettore e ritenuto prezioso da Paolo Cucchiarelli per la sua inchiesta) abbia in qualche modo tamponato la mia ferita di cittadino italiano rispetto alla tragedia in oggetto; e questo grazie alla problematicità attualissima, acuta e corrosiva del pamphlet di Sciascia, in grado di far ripensare a quella “invisibile evidenza” (così nel testo dello scrittore siciliano) che imbalsamò le ricerche di Moro ancor vivo e combattivo dalla “prigione del popolo” in quei 55 giorni. Chi mi segue sa che il giorno del mio compleanno cade proprio il 16 di marzo: avevo appena compiuto ventitré anni quindi il giorno del massacro di via Fani, per tacere del fatto che la famigerata tipografia di via Pio Foà 31 era distante non più di quattrocento metri dal luogo in cui allora abitavo…per aggiungere ora da parte mia che rispetto all’atroce omicidio di Pasolini nel caso dell’uccisione del Presidente democristiano non disponiamo neppure dell’estetica via di fuga costituita dall’opera del grande scrittore e regista; dovendo per converso sbattere la testa contro un muro di gomma putrido e prosaico (nonché ad alto tasso criminoso) che tale deve rimanere, a quanto pare. Vorrei chiudere questa nota rammentando un particolare non da poco sottolineato da Leonardo Sciascia nella sua relazione di minoranza quale membro della Commissione Moro in Parlamento nel 1982 (relazione acclusa all’Affaire): il 16 marzo 1978, ossia il giorno stesso del massacro di via Fani, venne ritrovata a poca distanza in via Licinio Calvo la Fiat 130 del Presidente…a proposito della succitata “invisibile evidenza”! A questo punto mi prenderò, credo, tutto il tempo per un laico pellegrinaggio relativo ai luoghi di tale tragedia: scosso (e non più narcotizzato!) in tutta la profondità della mia coscienza per quelle vite martirizzate e offese che non ci sono più e per la storia diversa che il nostro Paese avrebbe potuto vivere (forse). Ringrazio in ultimo Paolo Cucchiarelli per il suo libro, vero e proprio sasso nello stagno atto a colpire il lettore.

 

Andrea Mariotti

 

P.S. oggi 28 maggio, mi sono recato in via Fani, iniziando quel laico pellegrinaggio cui ho accennato nel mio scritto (a/m)

 

 

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