Intorno ad alcuni versi di Mariano Ciarletta, tratti dalla silloge COME RADICE (Paguro Edizioni, 2017)

 

 

Ho stillato lacrime che avrei potuto conservare

gelosamente, come prismi preziosi

per rivenderli al miglior offerente.

Ho assaggiato essenze di vita

e ho preso a pugni il dolore

nelle febbrili notti dell’anima.

Ho custodito sanguinanti ferite,

che ho ancora qui, sui palmi della vita.   (dalla poesia Strade)

 

 

ci sarà un motivo, mi dico, per apprezzare i suddetti versi non oziosamente anaforati! il Nostro, grazie ad essi, non ha forse scritto a ben guardare un piccolo salmo per la propria anima fino al potente affondo del novenario “e ho preso a pugni il dolore”? un novenario che, ripensando a Montale, come “vento del nord” spazza il cielo poetico di Ciarletta dalla tirannia dell’apocope troppo diffusa in effetti nella silloge. Mariano Ciarletta a conti fatti non ha bisogno di lodi sperticate, dotato com’è di un potenziale poetico già attivo nella raccolta (“tronfie spighe di acuta superbia”; per sottolineare una notevole giuntura che risolve stilisticamente il travaglio non solipsistico di un autore giovane d’età ma con qualcosa da dire, in merito alle strutture semantiche del suo far poesia).

 

Andrea Mariotti

 

 

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