SUL FLAUTO  MAGICO  di W.A.Mozart

 

 

Lo scorso 20 settembre, per la stagione live 2017-18 dei cinema, dal Royal Opera House di Londra ho potuto seguire qui a Roma la messa in scena del Flauto Magico (direttore Julia Jones, regia di David Mc Vicar, prod. Covent Garden). Lo spettacolo mi è sembrato sostanzialmente apprezzabile, con buoni cantanti e una limpida direzione musicale della sublime partitura mozartiana. Sublime sappiamo bene perché, rappresentando il Flauto un esempio insuperato di sintesi di musica “bassa” e “alta”, fra motivi popolari e cori sacerdotali di matrice bachiana, tanto per capirci. Premesso questo, andrà ascritto a merito della Royal Opera House l’avere in qualche modo dato conto a noi spettatori della geniale elevazione del Singspiel da parte di Mozart sul finire del Settecento in area austro-tedesca. Ma sarà ora necessario precisare ciò che non mi è piaciuto della messa in scena londinese. Vale a dire l’enfatizzazione del comico, ripetendo Papageno nel bel mezzo del secondo atto la sua celebre aria introduttiva all’inizio del primo. Tale ripetizione -va ribadito- non è prevista nella partitura del genio di Salisburgo, giacché Mozart è per definizione emblema di armonia ed equilibrio, compresenza (non coincidenza!) degli opposti guardati da un’altezza angelica e a noi offerta nei termini d’una misteriosa semplicità. Strizzare l’occhio allo spettatore insomma, nel caso di Mozart e del Flauto Magico in particolare, comporta a conti fatti l’essersi fatti sfuggire la superiore qualità di una musica che da sempre sconfigge la noia poiché storicamente, proprio al teatro mozartiano si deve l’irresistibile superamento in ambito europeo della staticità di quello preesistente. Questi i nostri tempi, divulgare l’universale Mozart proprio non si dovrebbe, significa banalizzarlo, essendo a priori la sua trascendentale ispirazione anche merce popolare in un unicum di ambiguità perenne.

 

Andrea Mariotti

 

P.S. questo breve testo è apparso sul numero 31 (Novembre 2017) della rivista bimestrale KENAVO’,  fondata e diretta da Fausta Genziana Le Piane (a/m)

 

 

2 Responses to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    La messa in scena di un’opera, come “Il flauto magico” che -per la musica sublime e per la meravigliosa favola narrata- rappresenta il simbolo della perfezione cui può giungere un genio qual è Mozart, dovrebbe escludere ogni forma di enfatizzazione, come tu hai rilevato, Andrea. Mi piace qui ricordare una espressione famosa di Albert Einstein: “la musica di Mozart è di tale purezza e bellezza che sembra semplicemente trovata, esistita da sempre come parte dell’intima armonia dell’universo, in attesa di essere portata alla luce”. Un caro saluto

  2. andreamariotti ha detto:

    Ti ringrazio, Fiorella, per la sensibilità e la puntualità del tuo commento. Un caro saluto

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