Sulla attualità della poesia di Giorgio Caproni

 

 

ARPEGGIO

 

Cristo ogni tanto torna,

se ne va, chi l’ascolta…

Il cuore della città

è morto, la folla passa

e schiaccia – è buia massa

compatta, è cecità

 

 

…su tale poesia inclusa nel Muro della terra (1975) ho insistito di recente nel mio intervento critico presso il Liceo Scientifico E. Majorana di Roma riguardo all’opera in versi di Giorgio Caproni (prendendo naturalmente le mosse dai Versicoli quasi ecologici della scorsa Maturità). Avendo infatti affrontato nel 2015 (sempre al Majorana) la poetica di P.P. Pasolini con particolare e doverosa attenzione alle Ceneri di Gramsci, non è stato difficile giorni addietro mostrare agli studenti la marcia in più e di bruciante attualità del poeta Caproni rispetto a Pasolini. Avvalendomi di un felice enunciato di Geno Pampaloni circa l’assenza di “bacilli sociologici” nella poesia del grande Livornese, ho insomma cercato di far comprendere bene come questo poeta non abbia mai dismesso la lira, anche nel caso della polemica condivisa con l’amico Pasolini in merito ai processi di alienazione delle coscienze connessi al consumismo. Senza intervenire a gamba tesa sulla scena letteraria al pari di Pasolini -forte quest’ultimo d’una “poesia della ideologia” nelle citate Ceneri– Caproni nella sua fiera riservatezza ha coltivato per tutta la vita “il baco della letteratura” (per usare le sue stesse parole a proposito della prima giovinezza) distante dalle mode (anche dalla terzina dantesco-pascoliana ricreata da Pasolini proprio nelle Ceneri); crescendo quindi per forza endogena nel tempo. Davvero la mirabile rima “passa/massa” del poeticissimo Arpeggio del 1965 qui riportato è farina tutta caproniana, di un poeta-musicista (rammentiamo il diploma conseguito in gioventù a Genova in violino e composizione) che nella sua suprema maniera metafisica della tarda maturità e vecchiaia ha dato conto -e a quali altezze espressive!- del Nulla, anzi del Poco, ripensando ad una acuta osservazione di Italo Calvino. Poeta arioso, esatto, geometricamente elegante, “cerimonioso” e amaramente ironico è stato l’ultimo, memorabile Caproni; e oggi tutto ciò appare sempre più chiaro a lettori di diverso palato, ben al di là dei confini nazionali.

 

Andrea Mariotti  (ottobre 2017)

 

P.s. il breve scritto in oggetto è apparso su numero extra di dicembre della Rivista Kenavò, fondata e diretta da Fausta Genziana Le Piane

 

 

 

2 Responses to “”

  1. Francesco ha detto:

    Condivido quanto affermi sulla poetica di Caproni, giustamente ritornato in auge dopo la traccia all’esame di maturità. Nei suoi versi si trova quanto è necessario per esprimere un emozione, non una parola in più.

    Grazie Andrea, per questo articolo.

    Francesco

  2. andreamariotti ha detto:

    Un caro saluto a te. Francesco

Leave a Reply