9 MAGGIO 1978 – 9 MAGGIO 2018

 

 

Chi mi segue sulla Rete ricorderà forse i miei “pellegrinaggi civili” di un anno fa: prima in via Fani e poi a Torrita Tiberina al cospetto della tomba di Aldo Moro (sepolto nel cimitero della cittadina laziale non distante da Roma; cittadina in cui lo statista soggiornava volentieri nei momenti di riposo). Avevo letto, nell’aprile 2017, il libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli Morte di un Presidente e riletto L’affaire Moro di Leonardo Sciascia; per scuotere a dovere il mio animo narcotizzato dal vuoto ripetersi, negli anni e nei decenni, della narrazione “ufficiale” di quei tremendi cinquantacinque giorni…ebbene, ripensando ad un verso famoso di Montale, c’era effettivamente un’aria di vetro quel primo pomeriggio del 9 maggio 1978 all’imbocco di via Caetani a Roma. Ricordo perfettamente la moltitudine di persone silenziose, il sentimento diffuso e consapevole della gravità dell’accaduto. Mi sanguinò il cuore, il 9 maggio 1978, per quella che sentivo come una ferita inflitta al nostro paese (tale da condizionarne in chiave del tutto negativa -credo di poter dire- gli sviluppi futuri). Sviluppi riconoscibili in questo vile presente che stiamo attraversando a livello innanzitutto politico. Ma una cosa è certa, a distanza di quarant’anni esatti dal 9 maggio 1978: l’indignazione profonda e non soltanto mia per l’impronta omertosa che i vari poteri occulti e sovranazionali hanno nell’immediato e nei decenni successivi cucito addosso alle indagini sul Caso Moro.  Per questo vorrei qui rammentare ad Ezio Mauro che davvero non ne possiamo più di interviste ai brigatisti che parteciparono alla strage di via Fani e al sequestro nonché all’omicidio dell’uomo politico (riferendomi al film documentario in due dvd dell’ex-direttore di Repubblica dal titolo Il CONDANNATO, dove non manca nella prima parte il colloquio con Adriana Faranda). Dei brigatisti dissociati o tuttora piuttosto arroganti ed offensivi come la Balzerani, ne facciamo volentieri a meno; non accettando ovviamente le loro parole come unico punto di vista e fonte storica indiscutibile di tale tragedia (ieri sera perfino la “generalista” RAIUNO ha messo in discussione la cosiddetta ragion di stato e annessa narrazione grazie alla notevole docufiction con Sergio  Castellitto, nei panni di Aldo Moro appassionato docente universitario ). Dai brigatisti in conclusione ci aspettiamo soltanto il silenzio, senza più attenzione nei loro riguardi da parte del sistema comunicativo. Dallo Stato, di contro, utopisticamente ma con fermezza, tutta la verità non soltanto italiana e non più a mezza bocca sul Caso Moro (“Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa il male, né il male stesso, quanto chi lo nomina”; Giacomo Leopardi, Pensieri, I).

 

Andrea Mariotti

 

 

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