In occasione del genetliaco di Giacomo Leopardi (29 giugno 1798), ecco qui di seguito il mio conciso scritto dedicato al grande Recanatese:

 

DALLA CONTEMPLAZIONE DELL’INFINITO ALLA IMMERSIONE COSMICA DELLA GINESTRA NEI CANTI DI GIACOMO LEOPARDI

 

Nonostante il trascorrere dei decenni che ci separano, circa l’opera del grande Recanatese, dalla fondamentale svolta critica del 1947 per merito dello studioso Walter Binni (La nuova poetica leopardiana) e del filosofo Cesare Luporini (Leopardi progressivo) -essenziale rivalutazione, tale svolta, dell’ultimo Leopardi- inveterata risulta tuttora in tanti lettori una visione riduttivamente “idillica” del poeta più importante della nostra modernità. Ora, non si dovrà negare l’esistenza di una evidente frattura, nei CANTI leopardiani, fra IL SABATO DEL VILLAGGIO (XXV) e IL PENSIERO DOMINANTE (XXVI); nel senso, però, che oggi non è più pensabile farsi condizionare ancora dalla critica di matrice crociana bollando come non poesia i versi leopardiani successivi, nei CANTI, al citato SABATO. Nei fatti Leopardi, “lo spettatore alla finestra”, aveva per sempre abbandonato Recanati, il “natio borgo selvaggio” nel 1830, accettando l’invito “degli amici di Toscana” a stabilirsi a Firenze generosamente sovvenzionato da essi. La vita a questo punto, la calda vita, irrompe nelle tetre giornate del poeta; in quanto a Firenze Leopardi inizierà nel novembre di quello stesso 1830 il suo sodalizio con l’esule napoletano Antonio Ranieri; per non dire dell’incontro con Fanny Targioni Tozzetti della quale il Recanatese si innamorerà perdutamente, non ricambiato. Né si dovrà dimenticare l’assidua frequentazione da parte di Leopardi della cerchia di Giampietro Vieusseux, volendo alludere alle polemiche acri sorte con gli spiritualisti e liberali fiorentini capeggiati da Gino Capponi e Niccolò Tommaseo. Ecco. Se è vero, in chiave di esegesi letteraria, che il cosiddetto metodo biografico non ci porterà mai di per se stesso a un fondato e intrinseco giudizio di valore intorno ad una determinata poetica, è altrettanto vero che il suindicato metodo risulterà utilissimo per sentir vibrare una ragione umana -prima ancora che stilistica- del brusco passaggio di pronuncia poetica sussistente, nei CANTI, fra i versi del SABATO (“Garzoncello scherzoso,/ cotesta età fiorita…”) e quelli del PENSIERO DOMINANTE, dal folgorante incipit (“Dolcissimo, possente/ dominator di mia profonda mente”). Un Leopardi, quello del PENSIERO, non più petrarchesco; bensì scabro, dantesco (com’è stato giustamente riconosciuto non soltanto da Binni): un poeta di fatto incamminato verso l’approdo supremo della GINESTRA. Una breve parentesi andrà aperta a questo punto sulla nuova poetica leopardiana, citando qui alla lettera il titolo del famoso saggio binniano del 1947 (poi confluito più largamente nella Protesta di Leopardi, 1973). In sintesi, la parola poetica del grande Recanatese, a partire dallo snodo espressivo in oggetto, eccola farsi più asciutta, essenziale; denotativa più che connotativa; a conti fatti non più indefinita e vaga (secondo una lunga teorizzazione e sperimentazione di essa da parte dello stesso Leopardi) e del tutto refrattaria, pertanto, alle possibili interpretazioni di tipo spiritualistico. Se consideriamo inoltre il poderoso lavoro in prosa di Leopardi fiorito tra la composizione dell’ INFINITO (1819) e il definitivo congedo da Recanati del 1830 (riferendoci ovviamente allo ZIBALDONE e alle OPERETTE MORALI), finiremo per stupirci ancor meno della possente e compiuta maturazione, nell’ultimo Leopardi, del cosiddetto pensiero poetante (titolo di un fondamentale saggio del 1980 di Antonio Prete sullo ZIBALDONE); pensiero poetante già attivo e ben riconoscibile -questa la fondamentale lezione di Walter Binni- nei versi del suddetto PENSIERO DOMINANTE e davvero esplosivo, potentemente cosmico, nella scabra e materialistica GINESTRA. Così dicendo, ovviamente, nulla vogliamo togliere al valore alto del Leopardi “idillico”, che proprio nell’INFINITO raggiunge un’acme di ineffabilità; ma, appunto, una volta di più, sarà il caso di rammentare gli umani passi, oltre che poetico-ideologici, compiuti da Leopardi per evocare, infine, il “formidabil monte”, ossia il Vesuvio, all’altezza della GINESTRA: laddove il poeta risulta sprezzatore del suo tempo, portatore di un duro ma elevato materialismo nonché caldamente propositivo; auspicante un vincolo solidaristico fra gli uomini, da opporre alla Natura “matrigna” distruttiva e indifferente alla nostra sorte. Non più la poeticissima “siepe” dell’ INFINITO, dunque, in quella vera e propria musica sinfonica che è LA GINESTRA; piuttosto il qui e ora; in chiave anti-idillica e frutto d’una immersione cosmica da parte di un poeta maturo e sommo prossimo alla morte. Un poeta quasi all’atto di scagliare una parola poetica incandescente e, ripetiamo, netta: “corpo dell’idea” (Zib., pag.aut.1657); non consolante ma stimolante al massimo grado. Soprattutto lontana anni luce da quella effusività servile e cortigiana storicamente connotata nei secoli come pezzo forte dei troppi epigoni al ribasso di Petrarca. No, il Leopardi della GINESTRA, nell’annunciare come ha sottolineato Binni la sua “scomoda novella” (“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”) in epigrafe al canto (ricreazione negativa del vangelo giovanneo), ci ricorda nella prima strofe di esso i “giardini e palagi,/ agli ozi de’potenti/ gradito ospizio”, ora ridotti in “ceneri infeconde” dal “formidabil monte/sterminator Vesevo”. E non sarà superfluo, in ultimo, ricordare -come faceva spesso Walter Binni- il passo dello ZIBALDONE (agosto del 1823) laddove il grande Recanatese osserva che la poesia “ci dee sommamente muovere ed agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma”. Osservazione, vediamo bene, espressa dal cantore dei “sovrumani silenzi”: quasi un monito per noi a non sentire riduttivamente la grande poesia leopardiana al netto di un pensiero acuto da subito e negli ultimi anni totalmente in atto, dal punto di vista artistico, fino al culmine della GINESTRA.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

P.s. il suddetto scritto sarà leggibile nel numero 36 (luglio 2018) della rivista Kenavò, diretta da Fausta Genziane Le Piane.

 

 

 

4 Responses to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    Vorrei citare, Andrea -in riferimento alla tua puntuale, condivisa analisi sul tema della rivalutazione dell’ultimo Leopardi (Binni, Luporini) e della necessita’ di superare la visione “idillica” ancora oggi prevalente tra i lettori- una nota critica di Natalino Sapegno sul poeta recanatese, che ben attiene all’argomento:
    “…Il suo messaggio e’ insieme desolato e ricco di una prorompente vitalità, amaro e stimolante, pessimistico e rivoluzionario. Il lamento nostalgico di un paradiso di perduta felicità, che egli ha in comune con gli altri lirici del tempo, si nutre in lui di una sostanza generosa di propositi eroici, di terrestri virtù”. Un caro saluto

  2. andreamariotti ha detto:

    Citazione quanto mai appropriata, la tua, Fiorella. Da parte mia, nell’intento di rimanere vicino ai Canti interrogandoli incessantemente, ecco che rimango quasi interdetto al cospetto di quella linguistica frattura, in essi, oggetto del mio scritto; nel senso che, al di là della rivalutazione dell’ultimo Leopardi ormai acclarata, è la lingua poetica leopardiana dal “Ciclo di Aspasia” in poi a costituire un fenomeno grandioso e forse tuttora non adeguatamente soppesato. Un caro saluto

  3. monica martinelli ha detto:

    E’ bello leggere questo tuo articolo, caro Andrea, nella consapevolezza del tuo amore e del tuo alacre studio nei confronti del grande recanatase che sai quanto è stato (ed è sempre) per me il maggiore riferimento nella poesia. Quando citi i saggi di Binni e Luporini mi tornano alla memoria gli anni dell’università quando ero immersa e risucchiata direi dalla lettura de I Canti e Le Operette morali, c’era sempre tanto da imparare e scoprire in quegli amati libri!
    La tua analisi sottolinea, sempre in modo perfetto e preciso, quanto sia importante anche l’aspetto biografico nell’evoluzione e nel percorso poetico e filosofico di Leopardi, concetto che condivido. Come concordo sul fatto di considerare l’importanza dell’ultimo Leopardi che sfocierà poi in quel capolavoro linguistico e filosofico che è la Ginestra, dove confrontarsi con la “natura matrigna” che solo lui sa così bene descrivere. Quindi grazie e complimenti per questo tuo testo.

  4. andreamariotti ha detto:

    Ti ringrazio per questo tuo commento, cara Monica, e mi fa piacere il tuo pensare alla Ginestra in termini specifici di “capolavoro linguistico”… piaccia o non piaccia, è la lingua che comanda la poesia, e dunque come avrebbe potuto il poeta dei “sovrumani silenzi” parlare di “giardini e palagi,/agli ozi de’ potenti/ gradito ospizio” così come ha fatto nella Ginestra senza l’ausilio di una parola poetica terribilmente netta e nata dopo profonda maturazione umana e artistica dalla stessa penna sovrana in precedenza nell’arte del “vago”? un abbraccio

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