Innegabile l’importanza dei sei quartetti per archi Op. 18 (1798-1800; pubblicati nel 1801) nello sviluppo della musica cameristica di Beethoven. Tali quartetti, dedicati al principe Lobkowitz, nel loro evidente tributo al magistero di Haydn e Mozart, segnano nel contempo il colpo di reni del genio di Bonn verso quelle avventure dello spirito che troveranno in prossimità della morte la loro ineffabile apoteosi nella serie delle ultime partiture per archi (Op.127, 130, 131, 135). Dei suddetti sei quartetti, è precisamente l’ultimo, in si bemolle maggiore, ad imporsi all’ascolto. Esso ci riserva infatti uno Scherzo (penultimo movimento) che da subito colpì per la sua audacia; quasi un vestibolo dell’Adagio-allegretto da Beethoven stesso intitolato “La Malinconia” (ultimo movimento del quartetto). Qui davvero siamo al cospetto della prima meditazione trascendentale del musicista in rotta con il canone dei suoi grandi maestri; volendo alludere alla tensione indefinita, tutt’altro che sentimentale, piuttosto spinta verso l’imponderabile in virtù di un sottofondo sonoro di enigmatica gravità, ferito da vere e proprie stilettate (gli improvvisi “sforzando” e “pianissimo” in partitura). Recentemente ho scritto che Mozart è alato e purissimo; ma Beethoven rimane per eccellenza nostro compagno di viaggio inaudito e di profondità immane e non facile (nel senso che, com’è ben noto, è richiesto un ascolto della sua musica concentrato e solingo, soprattutto riguardo ai quartetti per archi, laddove è possibile cogliere il soliloquio della sua anima).

 

Andrea Mariotti

 

 

2 Responses to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con te, Andrea, circa la grandezza creativa del quartetto in si bemolle maggiore, l’ultimo dei sei quartetti per archi op.18 di Beethoven. In esso si riflettono con assoluta pienezza i tratti caratteristici dell’arte beethoveniana: la serena contemplazione dell’anima, la profondità del sentimento, la malinconia che non si tramuta in tensione drammatica, ma diventa consapevolezza della vita. “Per la prima volta con Beethoven l’elemento umano entra come argomento principale nella musica, in luogo del gioco puramente formale…Vibrare umanamente e’la qualità che si pretende dall’arte”( Busoni)

  2. andreamariotti ha detto:

    La citazione di Busoni, Fiorella, risulta particolarmente appropriata per comprendere l’essenziale, e cioè la preminenza umana (nonché creativa) di Beethoven, pensando ai grandi compositori che lo hanno preceduto e seguito: nei termini di quella vibrazione, per l’appunto, sua e soltanto sua di cui L’Inno alla Gioia è il manifesto fin troppo paradigmatico, per paradosso.

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