Dopo aver veduto il bel film di F. Ozon Angel (2007), incuriosito ho letto il romanzo dallo stesso titolo di Elizabeth Taylor pubblicato nel 1957 e dal quale il regista ha preso le mosse. Non conoscevo la scrittrice inglese (omonima della celebre diva), e devo dire che la lettura è stata interessante e tutta d’un fiato, giacché mi è piaciuta l’ironia di cui la Taylor fa buon uso nel raccontare -fonte ispirativa la figura di Marie Corelli- il destino sopra le righe di Angel Deverell, quindicenne dagli occhi verdi e non poco astiosa, sepolta viva in uno squallido sobborgo londinese (in epoca edoardiana) ma dotata di una poderosa fantasia. Quella fantasia che la porterà in pochi anni a diventare una scrittrice di enorme successo a livello popolare, disprezzata dalla critica per gli eccessi melodrammatici dei suoi libri. Elizabeth Taylor rappresenta efficacemente un animo, quello di Angel, imperioso e goffo, non privo di cadute pacchiane; sostanzialmente perso in se stesso e quindi negato alla vita relazionale. Mi sono segnato il seguente passo al riguardo (dopo che Angel è riuscita a sposare un pittore di poco talento e scapigliato): “Come tante donne romantiche e narcisiste, Angel rifuggiva l’atto sommo dell’amore. Fosse stato per lei, sarebbe vissuta in un mondo di corteggiamenti e baciamano. Il sesso pareva un fatto estraneo, era un rovesciamento improvviso, non una continuazione delle gioie di essere corteggiata, e prima di poterlo sopportare doveva diventare una persona diversa, cosa di cui non sempre era capace, neanche per amore di Esmé. Quel dialogo disperato con se stessa durante il quale scrive, pensava lui, vale anche in amore”. Vittima dunque del suo “possente errore”, diciamo così, Angel invecchia, nella reggia diroccata acquistata al colmo della ricchezza, Paradise House, fedele fino all’ultimo respiro a se stessa; malata e ischeletrita, ormai abbandonata dal suo pubblico; fra gatti, pavoni e pareti scrostate. La parte finale del romanzo mi è sembrata la più bella, per la divaricazione quasi crudele fra un tempo di mutati costumi e gusti e la chiusura della protagonista, amante degli animali e fondamentalmente misantropa. L’ironia della Taylor si fa lieve a questo punto, e non poca pietas si posa sulla sua discutibile eroina. Dall’ultima di copertina del libro che ho finito di leggere, si apprende peraltro che esso è stato incluso dallo “Spectator” un una lista comprendente capolavori del dopoguerra della statura di Lolita, Herzog e Il signore delle mosche. Ecco come talvolta un buon film, quello ricordato all’inizio di Ozon, ci mette sulle tracce di un gran bel libro.

 

Andrea Mariotti

 

 

 

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