(mia la foto, “cliccare” per ingrandire)

 

Emozione profonda ieri mattina a Napoli (prima della visita al Museo Archeologico dove ho potuto ammirare i capolavori di Antonio Canova provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo), riferendomi alla mostra IL CORPO DELL’IDEA, Immaginazione e linguaggio in Vico e Leopardi allestita presso la Sala Dorica di Palazzo Reale, ideata e curata da Fabiana Cacciapuoti, prestigiosa studiosa leopardiana. Tra gli autografi visibili, spiccava senza dubbio quello della prima stesura dell’INFINITO (di cui ricorre quest’anno il bicentenario) peraltro custodito presso la vicina Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III. Colpisce del sublime idillio vergato nel 1819, la notevole variante all’altezza del terzo verso (dal “celeste confine” a “ultimo orizzonte” più aderente alla poetica del “vago” fittamente discussa dal Recanatese nello Zibaldone); nonché il memorabile verso di chiusa senza incertezze dallo stupendo ritmo ascendente-discendente (con ictus sulla quarta, quinta e sesta sillaba). Da sottolineare l’aspetto sobrio ed elegante della mostra in oggetto, tale da rendere ancor più suggestiva l’osservazione di questa pagina preziosa a mezzo della quale il suo autore ha storicamente orientato verso il puro lirismo l’uso tradizionale degli endecasillabi sciolti. Converrà riportare al riguardo le seguenti parole di un illustre studioso quale Sebastiano Timpanaro, dall’Enciclopedia Europea (Garzanti): “Anche sul piano formale si riscontra dunque quel legame dinamico, attivo di Leopardi col classicismo, per cui egli, esteriormente assai più tradizionalista dei romantici, riesce in realtà molto più novatore”. Circa quello che rappresenta da sempre per tutti L’Infinito, superfluo parlare.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

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