Più che mai mi sento di “volare basso” ricordando il sacrificio di Giovanni Falcone, della moglie e della sua scorta a ventisette anni dalla strage di Capaci. Sì, perché non riesco a togliermi dalla testa l’intervista di sabato scorso su LA7 del procuratore Antonino Di Matteo rilasciata ad Andrea Purgatori. Intanto, dalle parole del procuratore, è emersa la necessità di indagare tuttora a fondo sulla dinamica della strage del 23 maggio 1992, troppo “perfetta” per vedere in essa l’esclusiva firma della mafia; poi, e non secondariamente, quanto Falcone aveva scoperto o stava scoprendo a Roma; in apparenza lontano dai “giochi”, ma in realtà più che mai in procinto di venire a capo dei rapporti tra la mafia e servizi segreti, Gladio inclusa. Infine, e questo è fondamentale, il senso della lunghissima, inspiegabile e inquietante latitanza di Matteo Messina Denaro, pezzo da novanta della mafia che forse (ma qui Di Matteo è stato abbastanza esplicito) risulta tuttora “coperto” per via degli impronunciabili segreti dei quali è custode. In soldoni, stiamo parlando di uno Stato di diritto (il nostro) pesantemente ricattato da uno storico delinquente in grande stile. Per questo tutto l’apparato commemorativo che oggi si dispiegherà (navi della legalità con tanto di gioventù in bella mostra) lascia più che mai perplessi. Ricordare in questo modo Giovanni Falcone e chi è morto con lui senza avere catturato il boss latitante non è il massimo, davvero. Meno retorica e più fatti, ovviamente. Ma una volta di più, come per Aldo Moro, queste sono le storiche ferite di uno Stato (il nostro) tutt’altro che libero e specchiato (e impeccabile nel celebrare i suoi eroi solitari).

 

Andrea Mariotti

 

 

 

 

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