Intorno alle SUITES DI FINE ANNO di Roberto Maggi, Florestano Edizioni, 2018 (con introduzione di Sabino Caronia)

 

 

Del libro di Roberto Maggi in oggetto mi è piaciuto particolarmente il suo Primo movimento: Allemanda (Andante) per le ragioni che adesso dirò. La lettura attenta di esso ci permette infatti di osservare la coerente e incalzante trasformazione dell’attrito statico in attrito dinamico, riferendomi al ritmo narrativo dell’autore. Il quale fin dalle prime battute, parlando in prima persona, si mostra lucido e consapevole nel raccontarci l’asettica fine di un amore, il suo, in termini persuasivi e stilisticamente interessanti: “Mi siedo a tavola con un piccolo tonfo, il corpo sprofonda sulla sedia. E’ il 30 sera e l’anno sta per finire nel peggiore dei modi. La mia ragazza è passata per Roma, una visita lampo, un caffè in un bar spoglio e malandato, attraversato da derelitti dallo sguardo svuotato, per dirmi che non mi ama più. Così. E’ passata e se n’è andata. Dopo dieci anni in cui ci siamo meravigliosamente amati. Dopo dieci anni di andirivieni per colmare la distanza che ci separava. Adiòs”. A ben guardare già nel passo appena riportato è pienamente attiva la figura retorica dell’anticlimax, proprio nel senso di un ordine decrescente di forza, di intensità cui soggiace quel “corpo” che “sprofonda sulla sedia”. La depressione è alle porte, anzi è già in atto, tant’è che dopo una pessima e frugale cena ecco spezzarsi un dente a chi parla, evidente correlativo oggettivo che risale dal flusso della narrazione a sensificare i processi mentali del protagonista: “Perfetto, ci mancava pure la ciliegina finale. E’ il 30 sera di un mese di schifo di un anno di schifo, ho lo stato d’animo sotto i tacchi e un dente rotto. Tiro giù tutti i santi del calendario, ma la terapia da rosario ha scarso effetto. Stramazzo sul divano, esanime, con l’idea orribile di un dentista da trovare”. Del tutto naturale ripensare a questo punto al freudiano “disagio della civiltà”, in quanto l’interpretazione psicoanalitica dei sogni decodifica la caduta dei denti come paura della perdita di energia e potenza; come dire che, nel caso di Roberto Maggi, l’io narrante delle sue Suites è a tutti gli effetti e nel contempo un io narrato-in relazione col mondo, tutt’altro che solipsistico e asfittico. C’è modo e modo di dire “io”, in una narrazione dei nostri tempi; e il nostro autore, apprezzabilmente, gioca da subito a carte scoperte, facendo coincidere il ritmo in crescendo del suo raccontare -da questo primo movimento a quelli successivi del libro- con lo spirito in fondo saggio di resistenza del protagonista al disagio esistenziale, accettando la compromissione con la mondanità festaiola di fine anno. Ché anzi, proprio tale mondanità sarà l’occasione per articolare un convincente e inclusivo monologo interiore nello sviluppo del libro, monologo non privo d’ironia e autoironia, interessante e aperto nonché multiforme, come lo è sempre del resto il mondo reale con il quale ci confrontiamo e nel quale siamo immersi. Il ritmo sempre più vertiginoso del volume di Roberto Maggi, in conclusione, obbliga il lettore a una lettura attenta e mai annoiata: si sente per essere ancora più espliciti in questa prova narrativa l’adozione funzionale della paratassi per istinto musicale; una paratassi più che giustificata, avvalorata da uno sguardo critico non avulso dalle cose.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

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