A TRENTACINQUE ANNI DALLA SCOMPARSA DI ITALO CALVINO

Il diciannove settembre di trentacinque anni fa, moriva a Siena Italo Calvino, di cui è assolutamente ozioso stare a dire la grandezza nell’ambito del nostro secondo Novecento (per me, soprattutto indimenticabili rimangono al riguardo libri come “Il barone rampante” e “Le città invisibili”). Ma l’autore delle celebri “Lezioni Americane”, io intendo brevemente ricordarlo qui, quale illuminato esegeta di un poeta a me particolarmente caro, e cioè Giorgio Caproni. Mi riferisco, nello specifico, a uno scritto sul grande Livornese apparso inizialmente sul quotidiano “la Repubblica” in data 19 dicembre 1980 dal titolo “nel cielo dei pipistrelli” e poi nel volume a più voci “Genova per Giorgio Caproni”, 1986, per i settant’anni del poeta. Ecco cosa la figura di Caproni suggeriva a Calvino nel suddetto scritto: “…le doti che m’hanno sempre attratto in lui: bravura di versificatore, affabilità comunicativa e un particolare suspense fra lirica e racconto, mi sembra siano appetibili a un gran numero di lettori. C’è poi la sua presenza umana, la sua semplicità e discrezione, il suo tenersi in disparte nel pigia-pigia della letteratura italiana, che ci hanno fatto spesso pensare a lui come a una figura destinata a crescere col tempo”. Non bastasse ciò, il memorabile affondo finale: “Il nulla, grande tema della poesia e della filosofia contemporanee, ha una sua enfasi, una sua magniloquenza in cui è facile cadere. Caproni è raro che la sua esperienza del nulla voglia imporcela di forza…Le sue riuscite maggiori sono quando il senso del vuoto scaturisce da quello spazio fitto di persone e di discorsi che è il nostro POCO quotidiano. Con quanto garbo, con quanta comunicativa e leggerezza, egli ci apre davanti la vertigine dell’assenza!”. Tantissimo ci manca in effetti la grandissima intelligenza di Italo Calvino, cui devo peraltro con riconoscenza una rilettura in età matura del poema venerato dal grande scrittore, ossia il “Furioso”; riferendomi per l’appunto all’ “Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino” (Grandi Classici Oscar Mondadori). In ultimo, vorrei aggiungere che sarebbe auspicabile la lettura di quello che Maria Corti ha definito il più bell’epistolario amoroso del nostro Novecento, ossia lo scambio di lettere fra Elsa De Giorgi e lo scrittore. Non dev’essere stato un caso infatti, mi dico, se il romanzo artisticamente forse più felice di Calvino, “Il barone rampante”, venne scritto nel pieno della passione amorosa del narratore per la De Giorgi (1957); a dar ragione più che mai a queste parole dalle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”: “O Amore! Le arti belle sono tue figlie” (lettera del 15 Maggio).

 

ANDREA MARIOTTI

1 commento su “A TRENTACINQUE ANNI DALLA SCOMPARSA DI ITALO CALVINO

  1. Fiorella D'Ambrosio

    Proprio in questi giorni, Andrea -guarda caso- ho riletto ”Il barone rampante” di Italo Calvino, bellissima metafora della condizione intellettuale (la solitudine e l’impegno nella societa’) dell’uomo che rifiuta gli artifici e le convenzioni per crearsi un’esistenza piu’ libera e autentica, in pieno accordo con la natura e nel tentativo di razionalizzare il caos e la disarmonia del reale. Nell’anniversario della morte di Italo Calvino, mi unisco -nel ricordo- alla commemorazione del grande scrittore, tra i piu’ importanti del secondo Novecento italiano.

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