RECENSIONE ALLA “TEMPRA DELL’AUTUNNO” DI FAUSTA GENZIANA LE PIANE

 

 

Con vivo piacere propongo la recensione di Fausta Genziana Le Piane alla mia silloge LA TEMPRA DELL’ AUTUNNO, focalizzata sulla terza sezione di essa, intitolata Apollo e Dioniso, non senza esprimerle il mio sentito ringraziamento per l’opera visibile in foto di cui mi è stato fatto dono (ispirata dalla settima quartina della succitata sezione):

 

LAVORO I VERSI NELLA MIA OFFICINA

 

 

Questo verso di Andrea Mariotti è tratto dall’undicesima quartina della sezione intitolata Apollo e Diòniso. Mi piace iniziare il viaggio nella poetica di questo autore con questi termini perché ben esprimono ciò che la poesia significa per lui.

Immagino il poeta lontano dal clamore della vita, da quel rumore di sottofondo di cui parla Pietro Citati in Elogio del pomodoro, chino sulle sudate carte, assorto nel suo silenzio fondo, estraneo a futile vetrina, chiuso in una stanza inondata e animata dalla musica di Mozart (d’altronde citato nella sesta quartina), Beethoven (magari il Chiaro di luna?) o Haydn, suoi amatissimi compagni di vita. Già, Vulcano, lontano dall’Olimpo, isolato nel suo buio antro, lancia lapilli, forgia le folgori per Giove (come ce lo raffigura Rubens in un celebre dipinto del XVII secolo), così come Andrea Mariotti intaglia versi, parole, rime, con feroce costanza, con ininterrotta caparbietà finché quel verso, quella parola, quella rima non siano giunti alla perfezione. Lavoro solitario, da cesellatore esperto, da accanito amante del puntiglio e della precisione da compiere in quella officina della parola e della creatività, quell’esaltazione della parola poetica e delle sue potenzialità di dannunziana memoria. Vulcano e il poeta, uniti, costruttori, domatori di metalli col fuoco, artefici per eccellenza di doni splendidi per noi lettori.

La poesia di Andrea Mariotti è ricca di temi, sfumature e offre a chi legge un corposo insieme di meditazioni e riflessioni.

Il tema fondamentale della sezione è lo stretto rapporto tra forma e contenuto: è il motivo uniformante di queste composizioni. Nelle quartine, il poeta sperimenta l’ebbrezza della rima che rende musicali i versi: vengono in mente le parole di Paul Verlaine, Musica e sempre musica ancora! (Paul Verlaine, Poesie, BUR, 1999, p. 229). Ma non solo. La forma si fa sostanza. Anche se c’è la metrica della tradizione, si nota anche sempre un profondo lavoro sul lessico, sulle metafore: l’esercizio stilistico è la sostanza stessa dello scrivere.

Per quartina si intende una strofa di quattro versi, la più ricorrente nella poesia italiana; è formata di quattro endecasillabi (ABAB e ABBA). Concorre, in coppia, a formare lo schema della prima parte del sonetto (due quartine + due terzine). Ma la parola quartina esiste anche in campo musicale (ecco che ritorna la passione di Andrea Mariotti per questa somma arte) ed indica due duine riunite in un unico gruppo. Essa è la divisione doppia e binaria di una figura di nota puntata. Si indica ponendo sopra al gruppo ritmico considerato la cifra 4.

Per Andrea Mariotti la rima non è una prigione, un vincolo avulso dal contenuto, una costrizione, anzi si conforma ad esso e con esso forma un tutt’uno. Musica e poesia, poesia e musica indissolubilmente legate ci riportano alle origini della poesia stessa e alla sua naturale cadenza musicale: Per trobar si deve intendere non soltanto “comporre poesie”, ma anche “comporre musica”: i trovatori, infatti, non creano solo il testo, ma “inventano” anche la melodia (Ulrich Molk, La lirica dei trovatori, il Mulino, 1986, p. 51).

Dice Stefano Zecchi nel suo brillante saggio intitolato L’artista armato, edito da Mondadori nel 1999, a pagina 30: La forma è un’unità conoscibile; dove non c’è forma non c’è unità conoscibile, ma solo un vuoto movimento di sensazioni e percezioni che non sintetizzano un senso. L’arte senza forma è questo nulla di senso.

Ma, analizzandoli, ci accorgiamo della ricchezza di risorse ritmiche, di abilità sonore e lessicali dei bei versi di Mariotti.

Nella prima quartina, per esempio, si osservi il ripetersi ravvicinato di due verbi riflessivi: dannarsiaffidarsi…e l’insistente rincorrersi di consonanti quali la “n” e la “m” (daNNarsi, aNiMa, uN, aMore, seNza, argoMeNti, veNti, coMe, ecc). Proviamo a leggere ad alta voce: ne ricaveremo un senso musicale di profonda risonanza interiore. Il poeta riflette, considera, parla con se stesso accompagnato da un sottofondo che è quasi una NeNia soMMessa, una caNtileNa ripetitiva.

Si considerino gli avvii di alcune quartine, d’un tratto (II), per esempio, oppure oh (III), altrove perché (I): sembra che il poeta, dopo aver a lungo silenziosamente aderito ad un colloquio con se stesso, termini il suo ragionare ad alta voce come a volerlo condividere con il lettore.

Il lessico è talvolta fantasioso: per esempio, lupesco fratello (IV). Bellissima immagine, vivace accostamento! Il fratello, l’essere umano, è affiancato ad un animale, il lupo, e ne è assimilato, assumendone le caratteristiche!

         Apollo e Dioniso è il titolo della terza sezione dell’intera raccolta e infatti queste due figure mitologiche ne sono protagoniste. Apollo, dio della luce (luce sfolgorante come nimbo! – IX), nel senso più elevato della parola come immagine di ciò che è puro, lucente, elevato e sublime: Andrea Mariotti va continuamente a caccia di bellezza. Ma non dimentichiamo che Apollo è anche inventore della musica…Dioniso, dio dell’esaltazione dei sensi, del vino e dell’allegria: il rosso, non è poco, l’ho trovato: / a tavola si spande con gran fiato / di marasche dal rovere vaniglia / serbando…evviva l’aulica bottiglia! (X). Dice Giuseppe Conte nelle sue riflessioni sul mito (Il passaggio di Ermes, Ponte delle Grazie, 1999, p. 18) che i miti adombrano tutti una verità, la verità della ricerca eterna del senso delle cose, dell’universo, del mistero inesauribile della vita.

Anche l’amore è oggetto di pensieri profondi: la donna non è mai descritta fisicamente. Quando Andrea Mariotti parla d’amore allude sempre ad un dolcissimo sentire, un ragionar d’amore, anche in questo caso si tratta di una riflessione pacata, sulla durata di questo sentimento, i suoi argomenti, la sua bellezza. È un rapporto difficile, quello con la donna, fatto di attese, rinunce, incomprensioni. Si legga l’ultima quartina: Quand’è che arriverà…(XII). Immaginiamo il momento: il crepuscolo della vita – maledetta sera – morire soli – Le forze cominciano a mancare, le energie anche, si è un po’ svogliati, depressi, si è deboli di gamba, i problemi di salute fanno capolino. Malinconia. Nostalgia. Si pensa agli amori andati, agli amori perduti: come dice Massimo Ranieri nella celebre canzone dal titolo Perdere l’amore, (…) Quando si fa sera / Quando tra i capelli / Un po’ d’argento li colora / Rischi d’impazzire / Può scoppiarti il cuore (…). Si rischia d’impazzire, sì, perché un uomo, anche se troppo solo, può avere il cuore ancora giovane, aspira ad amare e ad essere corrisposto, ma non cerca più le fiamme della passione, no, niente più guerre né tempeste né follie. Abbandonato il tempo delle conquiste, forse è tempo di una tenera guerra (per rimanere in termini canori, dice Jacques Brel in La chanson des vieux amants), di un’affinità elettiva, di un calmo amore ambasciatore / di una corrispondenza duratura in cui ci si conosce intimamente, in cui l’uno prende la mano dell’altro per andare verso l’ultima meta, in cui si affaccia ancora un po’ di mistero e si rispetta il reciproco silenzio. Un’acqua cheta, un’acqua calma. Tutto sommato, domani è un altro giorno.

Nella terza quartina il poeta afferma con risolutezza: Sì, la vista di un cielo di cobalto / dà pace…ma il cuore è comunque e sempre avido di slanciarsi verso l’alto! Ma questo alto è…altro! È l’altrove (V), l’ideale, l’elevazione spirituale che ci porta in mondi ricchi di bellezza:

 

(…)

Invólati ben lungi da questi miasmi impuri;

Sali a purificarti nell’aere superiore,

E bevi come un puro e divino liquore,

Il fuoco trasparente di quegli spazi limpidi.

(…)

 

Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, I fiori del male, Mursia, Élévation, p. 32.

 

È l’azzurro:

 

Del sempiterno azzurro la serena ironia

bella indolentemente al pari dei fiori

schiaccia il poeta impotente che impreca al suo genio

in mezzo a un deserto sterile di dolori.

(…)

 

Stéphane Mallarmé, Poesie- Poésies, 1991, Feltrinelli, L’azur, p 35.

 

L’occhio di Andrea Mariotti è attento a ciò che lo circonda, alla natura, alle stagioni e gioisce dello spettacolo della natura: la vista di un cielo di cobalto, luminoso, rasserena, dà pace, sorprende sempre, il vento pungente accompagna il solitario andare, le stelle splendono, illuminando il cammino. Ma c’è una presenza notturna che tanto stimola la fantasia del poeta: la civetta. Quella che Per la discesa cieca / leva il suo canto che non desta orrore…(VII), sì, proprio quella che era l’uccello di Atena, dea della saggezza. Una delle principali figure mitologiche (la troviamo in Africa, in America, in Asia e in Europa), uccello notturno, in relazione con la luna, non può sopportare la luce del sole: è il simbolo della saggezza, della conoscenza razionale, della riflessione che domina le tenebre (Victor Magnien, Les mystères d’Eleusis, Paris, 1950), che si oppone alla conoscenza intuitiva; ha il ruolo di protettrice. Insomma, per i Celti questo animale doveva avere sicuramente delle facoltà particolari: le civette furono anche accompagnate da streghe…Dunque, quali sono i protettori di Andrea Mariotti?

L’autunno – settembre per esempio è menzionato in altri componimenti – è una stagione amata da Andrea Mariotti: ma non si creda che si tratti di un periodo triste, monotono che non porta frutti, al contrario. Non è l’età o il tempo del tramonto, ma stagione quieta adatta alla scrittura.

In questa sezione il poeta riflette sul senso del trascorrere del tempo, il tono è lieve, ironico, scherzoso, mai drammatico: pensiamo a termini quali allegria (III) oppure lieto (VI) o ancora giocondo (XI), il Tempo regala sempre a piene mani la sua romantica fretta in giorni che corrono veloci giù per la discesa della vita. La poesia di Andrea Mariotti è permeata di moderazione, di assennata via di mezzo. Per il nostro poeta, come per Stendhal, la bellezza è data da diversi modi di essere felici, dall’espressione della dilatazione metafisica del tempo che ruba la vita e questa sezione ne è la testimonianza. Se il mito attraversa il tempo, direi che il Tempo non può essere a sua volta narrato senza mito: sono parole di Giuseppe Conte (op. cit., p. 42) a proposito del rapporto tra mito e tempo che ben si addicono al lavoro poetico di Andrea Mariotti. Continua Conte sempre a pagina 42: Si dice che il mito è ciclico, il tempo lineare: il mito è il paradigma, il ritorno, l’istantaneo e l’eternamente presente: il tempo è lo scorrere. Eppure io non credo che mito e tempo siano in contraddizione, non credo cioè alla a-temporalità del mito e alla assenza di mito nel tempo.  

La solitudine e il silenzio avvolgono l’anima del poeta. “Beata solitudo, sola beatitudo”, così ho trovato scritto sulla facciata di un maso in Trentino: soltanto separandosi dal mondo e dagli altri è possibile trovare il piacere della tranquillità dell’animo che la scrittura esige. Torniamo a ciò che ho detto all’inizio di questo mio scritto e il cerchio si chiude.

 

 

 

 

Fausta Genziana Le Piane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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