A SETTECENTO ANNI DALLA MORTE DEL SOMMO POETA

IO VENNI IN LOCO D’OGNE LUCE MUTO”, INFERNO, V, 28.

 

Mi è piaciuto intitolare così, con questo celebre verso, una mia brevissima riflessione di lettore della Commedia, oggi che siamo a settecento anni dalla morte del Sommo Poeta. Il verso in esergo in effetti da sempre io l’ho particolarmente amato, al di là della folgorante sinestesia che in esso cogliamo (a connotare l’ingresso del pellegrino Dante nell’oltretomba infernale). C’è, in questo endecasillabo, mi sembra di poter dire, oltre il significato, tutto il senso di una sfida a ciò che non è a priori e comodamente “poetico”; da piegare per l’appunto alle ragioni di uno stile impareggiabile per forza plastica e concisione, nella vastità sublime della Commedia. Dante, se ci si pensa un attimo, pone in crisi perenne con il suo arduo sperimentalismo il principio dell’astrazione lirica; principio che dopo di Lui proprio Petrarca innalzerà ai massimi livelli d’artistica resa per la sua monocorde poesia amorosa. Gianfranco Contini ha parlato memorabilmente, a proposito del poema dantesco, di “poesia della realtà”, di una “lingua battesimale” che intride le tre cantiche. Ma già Leopardi aveva scritto quanto segue, in merito al Sommo Poeta (Zib.2523, 29 Giugno, 1822): “Ovidio descrive, Virgilio dipinge, Dante…non solo dipinge da maestro in due colpi, e vi fa una figura con un tratto di pennello; non solo dipinge senza descrivere, (come fa anche Virgilio ed Omero), ma intaglia e scolpisce dinanzi agli occhi del lettore le proprie idee, concetti, immagini, sentimenti”. Ed è in forza di tutto questo, penso, che occorrerà avvicinarsi a Dante con l’animo aperto, cercando di rielaborare per quanto possibile la sua opera non soltanto nel proprio spirito ma appunto in quello del suo Autore: vale a dire non separando pregiudizialmente apparato dottrinale e poesia nel poema sacro. Per essere più chiari e come piccolo esempio per quanto mi riguarda: oggi, io, lettore della Commedia, vengo irresistibilmente catturato dal canto sedicesimo del Purgatorio, laddove grandeggia la figura di Marco Lombardo, alter ego del Poeta nel distinguere il potere temporale da quello spirituale (dottrina dei “due soli”) ; rammentandoci tale personaggio altresì la potestà del libero arbitrio in dote agli umani; ragion per cui “…se il mondo presente disvia,/ in voi è la cagione, in voi si cheggia” (Purg,16; 82-83). Ogni discorso sull’attualità perenne di Dante è davvero superfluo a questo punto, la luce del suo poema è un dono incommensurabile per l’umanità; ed io ringrazio la sorte per avermi permesso di vivere questo Settecentesimo in veste di lettore adulto della Commedia.

 

Andrea Mariotti

1 commento su “A SETTECENTO ANNI DALLA MORTE DEL SOMMO POETA

  1. Fiorella D’Ambrosio

    Nell’anniversario (settecentesimo anno) della morte di Dante Alighieri, mi associo -Andrea- al tuo ricordo del Sommo Poeta, la cui personalità, le vicende di vita, le opere costituiscono una ricchezza senza la quale non si può capire la storia della civiltà italiana dal Medioevo ai tempi nostri. Ancora oggi, chi studia o produce letteratura non può prescindere dal poliedrico patrimonio culturale di Dante da cui riceve motivi, stimoli e suggestioni di varia natura.

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