IN “UNA SELVA OSCURA”, PER IL DANTEDI’ DEL 25 MARZO 2022

Ero lì, nella “zona del silenzio” vicino alla Tomba di Dante a Ravenna il 15 marzo scorso quando, sul far del tramonto, ho udito i rintocchi della campana alle spalle del “SEPVLCRVM” che ogni giorno dell’anno puntualmente risuonano ispirati dagli indimenticabili versi iniziali del canto ottavo del PURGATORIO: “Era già l’ora che volge il disio/ ai navicanti e ‘ntenerisce il core,/ lo dì c’han detto ai dolci amici addio;/ e che lo novo peregrin d’amore/ punge, se ode squilla di lontano/ che paia il giorno pianger che si more”. Trovarmi in un luogo del genere in occasione del mio compleanno ha avuto in effetti un significato speciale, come mi accingo a raccontare; confidando nella pazienza di chi legge per lo spazio che mi prenderò. Tutto è cominciato nella notte di San Silvestro del 2020 allorché, in piena pandemia, me ne stavo andando a letto tranquillamente, poco dopo la mezzanotte. Ebbene all’improvviso ho preso acuta coscienza di ciò che bolliva in pentola: eravamo appena entrati, in quelle prime ore di gennaio 2021, nell’anno in cui si sarebbe celebrato il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri! Quasi elettrizzato, ho riconosciuto allora il mio dovere inderogabile di lettore e poeta: attraversare tutta la DIVINA COMMEDIA -ben al di là delle frequenti e intense letture di buona parte di essa – dal primo all’ultimo verso, con amore e disciplina, andando sempre avanti di canto in canto e di cantica in cantica, nei termini cioè di un romanzo in versi, quello della grande anima dantesca… quale occasione più giusta -nel pieno della seconda ondata pandemica e quindi con tutta la concentrazione possibile nel trovarsi forzosamente in casa- di seguire il Sommo Poeta nel suo viaggio oltremondano? In preda a una viva emozione ho cominciato pertanto a sfogliare a notte inoltrata la DIVINA COMMEDIA, alludendo ai sei preziosi volumi dei Fratelli Fabbri Editori (Milano, 1963), con presentazione di Giuseppe Ungaretti. Preziosi, tali volumi, intanto per il loro valore affettivo, essendo appartenuti ai miei genitori; e poi anche per vastità di commento ai versi danteschi e per la loro veste tipografica, ricca di riproduzioni di opere di artisti insigni dei secoli passati, diverse delle quali strettamente inerenti al “sacrato poema”. In quella notte di San Silvestro, anzi, ormai all’alba del primo gennaio 2021, il piano di lavoro si era a questo punto pienamente chiarito ai miei occhi: studio e lettura (a voce alta) del poema avvalendomi della suddetta opera dei Fratelli Fabbri (“primo tavolo”); nonché (“secondo tavolo”) del finissimo e dotto commento alle tre cantiche di Anna Maria Chiavacci Leonardi (nei “Meridiani” Mondadori, prima ed. 1991; da subito rivelatosi sostegno critico-filologico indispensabile); per finire (“terzo tavolo”) coi tre volumi che al capolavoro dantesco ha dedicato Vittorio Sermonti (INFERNO e PURGATORIO con la supervisione di Gianfranco Contini). Gennaio e febbraio del 2021 trascorsi ad “attraversare” l’INFERNO, dunque; marzo, aprile e maggio il PURGATORIO; poi la pausa estiva, per poter affrontare debitamente il PARADISO da settembre sino alla fine del 2021 …non avendo però fatto i conti con l’oste, come si suol dire; e cioè la delicata e improvvisa patologia oculare di fine agosto, tale da costringermi a un intervento chirurgico di metà ottobre scorso con ottimi risultati, per mia grande fortuna. Così, sia pure faticosamente all’inizio, poi via via sempre meglio, mi sono immerso con la massima concentrazione nel PARADISO all’inizio di novembre del 2021, concludendo il mio viaggio dantesco un mese fa, subito dopo la metà di febbraio. Consapevole di essermi già preso troppo spazio, ridurrò scandalosamente all’osso il resoconto “del ben ch’i… trovai”, all’interno della DIVINA COMMEDIA così attraversata, da semplice ma attento lettore. Intanto una visione complessiva e complessa dell’opera, mi permetto di dire; nel momento in cui, liquidato ogni retaggio di provenienza idealistico-romantica, nel mio viaggiare all’interno del poema ho cercato di abbracciare il più possibile il mondo di Dante: non separando, in esso, fede e dottrina dalla grande poesia che lo intride. Un esempio fra gli innumerevoli. Esiste un canto più “teatrale” del decimo dell’INFERNO, dominato come ben sappiamo dalla grande figura di Farinata, di plastica “magnanimità”, al punto da ergersi totalizzante agli occhi del lettore fermo magari alle emozioni forti? la mia domanda è del tutto retorica, ma funzionale per porre l’accento sulla meta del viaggio del pellegrino Dante, come la si può cogliere bene già all’inizio del suo rispondere a Cavalcante Cavalcanti, ansioso e piangente per la sorte del figlio Guido: “…Da me stesso non vegno” (INFERNO, X, 61); così da ricevere, noi lettori del poema, qui come altrove, un incessante invito alla prosecuzione del viaggio con il poeta personaggio destinato alla visione di Dio: essendo questo uno dei motivi salienti del fascino imperituro e potente di un’opera “viva” per eccellenza, quale appunto la DIVINA COMMEDIA. Prima di parlare delle “lacrime intellettuali” (per dirla col Pasolini di “Trasumanar e organizzar”) che ho versato al cospetto di diversi passi del PARADISO, non potrò tacere dell’amore particolare che da sempre nutro per la cantica di mezzo del poema, quel PURGATORIO affollato di figure di artisti e poeti incontrati dal pellegrino Dante, e dove mi è sembrato più che mai di imbattermi nella quintessenza della vera, grande poesia (intesa come del tutto parca di ornamenti nel trasfigurare ciò che immagina). Gli esempi al riguardo sarebbero innumerevoli, così che sceglierò per motivi di spazio il seguente, costituito da versi famosi: “Come le pecorelle escon del chiuso/ a una, a due, a tre, e l’altre stanno/ timidette atterrando l’occhio e ‘l muso” (PURG. III, 79-81, “canto di Manfredi”); ci possono essere, mi chiedo, parole adeguate per esprimere la bellezza di questa similitudine atta a dipingere -più che scolpire, credo- la schiera di anime, incerte nell’incedere, avvistate da Virgilio e Dante (fra le quali è per l’appunto Manfredi di Svevia)? d’altra parte il PURGATORIO è anche -lo sappiamo bene- cantica scossa, nella sua musicalità, da potenti sussulti della passione civile di Dante, e citerei a questo proposito (per tacere del celeberrimo canto sesto in cui essa esplode incontenibile) il sedicesimo, dominato dalla figura di Marco Lombardo, alter ego del Sommo Poeta nella possente esposizione in terzine della “dottrina dei due soli”, architrave del pensiero politico dantesco basato sulla armoniosa ma ferma distinzione del potere spirituale del papato da quello temporale dell’Impero. Ma veniamo all’ultima cantica del “poema sacro”, il PARADISO, sulla quale mi sono soffermato di più, prendendo doverosamente alla lettera l’Autore allorché, in principio, ammonisce chi vorrà seguirlo a questo punto del viaggio: “O voi che siete in piccioletta barcatornate a riveder li vostri litiVoialtri pochi che drizzaste il collo/ per tempo al pan de li angeli…” (PAR.II, 1-4-10-11).  Ora ho accennato più sopra alle “lacrime intellettuali” in me provocate dalla meditazione di numerosi passi della sublime terza cantica; e il primo di essi lo estrapolerò dal quattordicesimo canto di essa, frutto, secondo il Momigliano, “d’un mistico e lucido delirio” e uno dei più belli dell’intero poema. Affidando -sul punto di salire con Beatrice al Cielo di Marte- alla voce “modesta” di re Salomone la risposta da dare a lui, pellegrino, assetato di sapere se la carne risorta potrà offuscare lo splendore dei beati, ecco la similitudine di cui si serve il Sommo Poeta: “Ma sì come carbon che fiamma rende,/ e per vivo candor quella soverchia,/ sì che la sua parvenza si difende:/ così questo folgòr che già ne cerchia/ fia vinto in apparenza da la carne/ che tutto dì la terra ricoperchia” (PAR. XIV, 52-57); e come non bastasse tanta bellezza a vincere il lettore, eccolo immaginare due terzine più avanti il motivo umanissimo del desiderio delle anime benedette di riappropriarsi della propria carne: ”forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari/ anzi che fosser sempiterne fiamme” (PAR. XIV,64-66). Qui, proprio in questo punto preciso, sono stato vinto dalla più profonda commozione, senza aggiungere altro. Devo peraltro al commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi al poema (che quasi all’inizio del presente scritto ho definito nei termini più lusinghieri) l’avere inteso, credo nel senso più profondo, “osmotico” direi, la stretta fusione fra cielo e terra che il Sommo Poeta realizza nella stupenda similitudine dell’uccellino in apertura del canto ventitreesimo, laddove avviene l’ascesa al Cielo Stellato del pellegrino Dante: “Come l’augello, intra l’amate frondee con ardente affetto il sole aspetta…così la donna mia stava eretta” (PAR. XXIII, 1-8-10); anche in questo caso commozione mia profonda, percependo la forza mistica di una ispirazione poetica senza pari, nell’umanizzare (“ardente affetto”) quel sublime uccellino; ragion per cui, qui, davvero, segna a maggior ragione il passo quella “dantistica” del resto obsoleta che vorrebbe spiegare la poesia della terza cantica come totalmente dipendente dalle similitudini terrene, senza pensare che esse,”ipso facto”, sono mosse dall’alto, discese da quel mondo spirituale concepito dalla fantasia dantesca nel PARADISO. Ben consapevole dello spazio tiranno e avendone fin troppo abusato in questo scritto, provo ora a “chiudere”. Chi avrà avuto la pazienza di leggermi sino in fondo, non può che credere ad una mia profonda mutatio animi dovuta a questo viaggio all’interno della DIVINA COMMEDIA. Quella “selva oscura” -metafora delle metafore- in cui subito ci imbattiamo nel canto proemiale del poema, non raffigura forse con forza attualissima il buio in cui il mondo è precipitato da due anni a questa parte per la pandemia, buio da un mese esatto reso ancor più tragico dalla guerra in Ucraina, tale da farci pensare alle prospettive più angosciose? ecco, sono convinto di aver attraversato la DIVINA COMMEDIA in un momento storico bisognoso di essa al massimo grado; e facendo mie le parole di Giorgio Caproni, io, fresco del PARADISO dantesco, toccato nelle corde mie più profonde, “prego perché Dio esista”.

 

 

Andrea Mariotti, 25 marzo 2022

 

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2 commenti su “IN “UNA SELVA OSCURA”, PER IL DANTEDI’ DEL 25 MARZO 2022

  1. Fiorella D’Ambrosio

    Con stupita emozione ho seguito, Andrea, il tuo “viaggio” attraverso la Divina Commedia, sublime opera dantesca, ”summa”esemplare” del sapere in cui il protagonista trova la risposta a quesiti di ogni tipo: umani, filosofici, etici,scientifici, con una dialettica mirabile tra contingente ed eterno, tra cronaca fiorentina e costanti della umana “vicenda”. L’esame delle tre cantiche coglie il caratteristico ed individualizzante tema poetico che distingue l’una dall’altra. Il De Sanctis ritiene culmine dell’arte dantesca l’Inferno, mentre il Purgatorio e il Paradiso segnano una graduale dissoluzione delle forme ed un decadere dal poetico all’astratto e al filosofico. Benedetto Croce ritiene -al contrario- che la poesia di Dante non diminuisca ma cresca e “salga libera e gagliarda” dall’Inferno al Paradiso in cui “il poeta spira la sua schietta poesia, formando-più ancora che nelle altre cantiche-piccole liriche perfettissime”. Grazie, per la bella e coinvolgente pagina consegnata ai lettori.

  2. andreamariotti Autore articolo

    Grazie a te, Fiorella, per questo tuo contributo dantesco, con un caro saluto.

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