A PIU’ DI UN MESE DI DISTANZA DALL’INIZIO DELLA GUERRA IN UCRAINA

Ferme restando le atrocità finora commesse da Putin in Ucraina, a distanza di più di un mese dall’aggressione russa a fronte della quale non vi può essere un comodo neutralismo da salotto, è pur vero che non bisogna stancarsi di riflettere su questa guerra, sforzandosi di prendere le distanze da una visione unilaterale di essa. Premesso altresì che la mia è la voce di un semplice cittadino italiano sgomento come tutti per la catastrofe in atto e che non sono un anti-imperialista USA per partito preso -scomodando un linguaggio forse obsoleto ma che rimanda ad un atteggiamento tuttora radicato in frange della nostra opinione pubblica- non potrò negare tutto il mio biasimo per l’improvvida definizione di Putin quale “macellaio” da parte di Biden sabato scorso a Varsavia. Magari fosse possibile considerarla frutto di un lapsus da poco conto, peraltro temperato e corretto dalla diplomazia americana (a conferma del “bipensiero” di orwelliana memoria)! per farla breve, a prescindere dalla lettura dei giornali, mi sono chiesto al riguardo quanto Biden lavori veramente per la pace, non strumentalizzando l’Ucraina e i paesi vicini e meno vicini fra i quali il nostro, direttamente interessati al conflitto in termini anzitutto e per l’appunto strettamente economici, considerando la nostra dipendenza energetica dalla Russia. E’ che non mi va giù, come ho già avuto modo di precisare, l’incremento della suddetta dipendenza all’indomani dell’annessione della Crimea (2014) da parte di un dittatore, Putin, dal quale occorreva prendere le distanze per tempo; aprendo gli occhi purtroppo accecati senza rimedio dal bagliore di una più che ventennale globalizzazione che adesso, “obtorto collo”, segna miseramente il passo. Inducendo l’Italia ad una storica ed ennesima “conversione ad U”, essendo stati ufficialmente inclusi fra i paesi “ostili” alla Russia; che tuttora paghiamo per le preziose materie prime importate. Non è questione di piangere sul latte versato, essendoci infilati in cul de sac delicatissimo che minaccia il nostro benessere acquisito; perché, come ha ricordato Ferruccio De Bortoli sul “Corriere della Sera”, i buoni sentimenti hanno un costo. Avevo sette anni e mezzo quando, in una domenica di fine ottobre 1962, all’Angelus, papa Giovanni Vigesimo Terzo anticipò di qualche ora l’annuncio ufficiale della soluzione della crisi di Cuba che aveva tenuto il mondo col fiato sospeso. Ma dei potenti d’allora e di storico spessore, non immemori del secondo conflitto mondiale e che in qualche modo ebbero a convincerci di vegliare sul serio al capezzale della pace -anche un fanciullo qual ero io in quel tempo qualcosa sentì, fu capace di intuire- soltanto una figura, oggi, mi sembra all’altezza: papa Francesco, cui augurerei di cuore un Angelus altrettanto provvido quanto irrealizzabile. Davvero nel mio piccolo auspicherei oggi (questo sì che potrebbe essere alla nostra portata!) un Enrico Mentana capace di qualche “maratona” interiore, tale da fargli per esempio accantonare la chiusura del suo telegiornale su LA7 con l’andamento della Borsa…così, quale tangibile presa d’atto di un brusco risveglio per tutti; nel senso che, come i fatti stanno atrocemente dimostrando, è la Politica a dover comandare l’economia e non viceversa: con l’incubo nucleare non più in cantina e dunque la necessità di fermare questa guerra non stancandosi di negoziare; non umiliando pericolosamente un tiranno sanguinario, fino a ieri l’altro nel novero dei nostri buoni amici.
Andrea Mariotti

 

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