PER I SETTANT’ANNI DI NANNI MORETTI

In occasione dei recenti settant’anni di Nanni Moretti ho rivisto diversi suoi film, cercando un punto di vista equilibrato nei confronti di un autore da me particolarmente amato negli anni Ottanta; salvo poi “scomunicarlo” verso la fine del decennio successivo; così da allontanarmi sempre di più, quasi con ostilità, dal suo modo di far cinema negli ultimi anni. Ma andiamo con ordine e spero per sintesi, al fine di esprimere il mio punto di vista passato e ora trasformato nei riguardi di questo cineasta (escludendo dal presente scritto il recente “Sol dell’avvenire” sul quale mi sono espresso nei mesi passati). Il primo film del regista romano da me rivisto è stato “Palombella rossa” del 1989, uscito due mesi prima della caduta del Muro di Berlino. Un film -devo riconoscere oggi- davvero notevole, tutt’altro che datato, dove in risalto non sono soltanto i tormenti di un militante comunista ormai vedovo del suo partito; proponendo infatti la pellicola a conti fatti un affresco di una società sempre più omologata, senza più contezza del peso delle parole, con un tifo da stadio schizoide che accompagna i pallanotisti e che si fa metafora di un vivere disordinato, smarrito e in piena regressione, nel cono d’ombra del tramonto delle ideologie. Da questa pellicola letteralmente riscoperta in tutto il suo valore, ecco che ho fatto un passo indietro a livello temporale, rivedendo “Bianca” del 1984 e “La messa è finita” dell’anno successivo. Bene, proprio il secondo di tali film provocò a suo tempo in me il senso di una profonda, convinta adesione al cinema di Nanni Moretti. Eravamo nel pieno della “Milano da bere”, rammentiamolo; e la figura del prete irascibile, a tratti violento da lui impersonato, privo della parola buona e consolatrice nei confronti dei suoi parrocchiani nella periferia romana, mi entusiasmò; in quanto plastica materializzazione di uno spirito autenticamente oppositivo, merce rara in quei tempi di edonismo a buon mercato e di acritico consenso. Ricordo qui al riguardo una scena particolarmente profetica di questo film potente, a tutt’oggi per me uno dei capolavori assoluti di Moretti: quella cioè del non conciliante e malcapitato religioso, Don Giulio, più volte buttato in una fontana a testa in giù da parte di un violento, per futili motivi di parcheggio. Facendo un salto avanti, eccoci quindi al fatidico “Caro diario “ del 1993, un film molto celebrato soprattutto per il primo suo episodio, quello dello “splendido quarantenne che diceva cose giuste”: “flaneur” in vespa per le strade di una Roma estiva, deserta e naturalmente bellissima, con i suoi fantasmagorici e colorati palazzi della Garbatella…ebbene, a rivederlo “Caro diario”, ecco illuminarsi le mie trascorse riserve; giacché proprio a questo punto inizia, credo di poter dire, il disimpegno morettiano (pur piacevole e intrigante a livello del film in oggetto): disimpegno tale da porre fuori controllo il narcisismo congenito ed eccessivo di un autore artisticamente non eccelso, cui non può mancare neppure per un film quello sguardo acuto, inquieto e critico nonché profetico sulla realtà che ci circonda. Si dirà che tutti abbiamo il diritto di rilassarci; ma fino a un certo punto, si potrebbe rispondere; in quanto, non a caso, se tanto mi dà tanto, il successivo “Aprile” del 1998 sta lì, con tutta la sua negativa e macroscopica evidenza, a dispensarci un carico di narcisismo autoriale insopportabile. Sto parlando di un film che in effetti mi irritò profondamente quando uscì, inducendomi a prendere le distanze da un Moretti in piena enfasi declamatoria del proprio privato; senza più veli attoriali, senza il minimo scrupolo di dover raccontare allo spettatore una qualsivoglia “storia”; e tutto questo per la ragione epocale della nascita dell’agognato figlio! un Moretti in pantofole, insomma, e in sintesi molto presuntuoso nel credere di poterli cavalcare, i tempi del riflusso; opponendosi al berlusconismo allora imperante (e non soltanto allora…) con la famosa battuta “D’Alema, dì qualcosa di sinistra!”. Nel 2001, l’uscita della “Stanza del figlio”, Palma d’oro a Cannes, rappresentazione del dolore straziante dovuto alla perdita di un figlio e tale da sgretolare una famiglia; un buon film, dal poetico e umanissimo finale; ma non al punto di farmi gridare, rivedendolo oggi, al capolavoro: forse per gli effetti di un insufficiente lavoro di scavo nei riguardi della figura dello psicoanalista-Moretti, padre del ragazzo venuto a mancare. Di nuovo poi, negli anni seguenti, un passo indietro da parte del regista romano, sempre a parer mio per carità, con il successivo “Caimano” del 2006; all’interno del quale la storia del tribolato film che la giovane protagonista Teresa vorrebbe girare su Berlusconi è mal gestita, faticosa, statica e fin troppo frantumata; senza essere riscattata dal “botto” finale del Cavaliere-Moretti in pieno orgasmo eversivo contro i giudici che hanno osato condannarlo. Occorrerà in sostanza aspettare il 2011 per trovarci al cospetto invece del Moretti maggiore, riferendomi al suo “Habemus Papam”; film questo sì profetico per eccellenza, in grado di scuotere millenaristiche certezze, oserei dire; laddove in primo piano è poi il tema dell’umana inadeguatezza, espressa al meglio da un fior fiore d’attore quale lo scomparso Piccoli. Ecco, in “Habemus Papam” ho ravvisato, rivedendolo, la stessa potenza rappresentativa della “Messa è finita”; con un Moretti di nuovo nel ruolo di uno psicoanalista, e tanto per cambiare supponente: a non disturbarmi però più di tanto in questo caso; giacché, al fondo, è da cogliere forse come figura-antidoto atta a temperare la tenebrosa inquietudine sollevata dal tema del film. Ma è grazie a “Mia madre” del 2015, rivisto qualche sera fa, che ho fatto davvero pace e in profondità con il cinema di Nanni Moretti nel suo complesso. Alla sua uscita ricordo la mia solita irritazione per l’apparente staticità del film, per la sua altrettanto apparente insistenza sugli affetti privati, ossia la madre di Margherita e Giovanni (una bravissima Margherita Buy e lo stesso Moretti) che lentamente si spegne. Ben poco a suo tempo avevo compreso di questo film severo e nobilissimo, di coerente e affilata e integrale laicità! qui Nanni Moretti è stato grande e felice nell’affidare alla Buy il ruolo della protagonista, una regista (evidente alter ego dell’autore) impegnata socialmente ma che non crede fino in fondo -anche per via di un notevole disagio esistenziale- nel suo film; film continuamente interrotto a causa di riprese non all’altezza, condizionato dalle smanie attoriali del divo americano ingaggiato; serpeggiando in lei Margherita il dolore per la madre morente. Dolore condiviso con il fratello Giovanni, ingegnere in aspettativa e poi dimissionario; impersonato stupendamente da Moretti: capace in questo caso di farsi da parte, dando vita a una figura sobria, consapevole e profondamente laica, senza illusione alcuna sulla sorte della madre e forse, più in generale, sulla vita. L’osmosi fra pubblico e privato in “Mia madre” è in realtà incessante, funziona alla grande, senza attrito, così da costituire il vero e sottile ritmo di un film di spessore che si fa metafora, credo, con le sue “interruzioni” continue, della nostra quotidianità sempre più franta, deconcentrata e incredula.

 

Andrea Mariotti

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