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sabato, 11 Gennaio, 2020

 

Avendo veduto ieri nel pomeriggio il film Hammamet di Gianni Amelio, con un Pierfrancesco Favino indubbiamente strepitoso nella parte di Bettino Craxi (prossimo alla morte), questo mi sento di dire. Che si tratta di un buon film, da vedere senz’ altro e non soltanto per la rassomiglianza stupefacente di Favino con l’ uomo politico nelle fattezze e nei gesti; ma anche e soprattutto in quanto film d’ autore, e quindi da non stigmatizzare superficialmente con l’accusa di buonismo nonché revisionismo per aver voluto scrutare in profondità l’ inesorabile declino di un uomo nell’ occhio del ciclone a seguito di Tangentopoli. Ricordo al riguardo l’ amaro e profetico giudizio di Luigi Pintor, allora direttore del quotidiano  Il Manifesto: “Mani pulite si risolverà nella metamorfosi di Craxi in Berlusconi”; tanto per renderci conto, in effetti, della recente storia italiana, di quella occupazione sempre più volgare e al ribasso delle istituzioni; che dalla ripugnante capigliatura del ministro ballerino De Michelis (pace all’anima sua) ci ha oggi portato al sempiterno e indecente spettacolo dell’ uomo in felpa nel pieno della sua bulimia comiziante. Tornando nello specifico alla figura di Craxi, ecco che a vent’anni dalla morte appare più che giustificato lo sguardo di Amelio su un uomo in precedenza potente e spregiudicato, certamente tutt’ altro che innocente per la giustizia ma comunque pur sempre un uomo, molto malato e al suo crepuscolo. Favino scava nel personaggio da par suo e il risultato è quello di un film da vedere, ripeto, non fosse altro che per ripensare al nostra storia recente senza ansie di riabilitazione di un leader su base puramente emotiva. Ma un leader, per l’appunto, il quale piaccia o non piaccia è stato Presidente del Consiglio dei ministri quale segretario di un partito fin troppo dinamico, stretto come esso era fra DC e PCI. Un leader del quale mi sembra giusto rammentare qui la sua piena iscrizione al ” partito della trattativa” all’ epoca della tragedia di Aldo Moro, in opposizione a quello della ” fermezza” rappresentato dalla DC e dal PCI. Ergo, Bettino Craxi appartiene alla storia del nostro paese, ragion per cui non rimane che deplorare una volta di più il detentore della verità rivelata, al secolo Marco Travaglio, il quale, privo di dubbi, riduce la figura del leader socialista alla sua finale vicenda giudiziaria. No, l’uomo in questione è più complesso, poliedrico e merita quindi in tutta evidenza un plus valore di riflessione storica da parte nostra a vent’anni dalla sua scomparsa. E questo è a pensarci bene il merito del film in oggetto, che, senza rigidi ideologismi e faziosità preconcette, osservando l’ uomo, ci chiama non in ultimo alla pietas in questo clima sempre più avvelenato della nostra società civile.

 

Andrea Mariotti

 

 

lunedì, 6 Gennaio, 2020

 

EPIFANIE DI CIELI

 

Timido viandante

che ti appresti a sfidare

la notte e i suoi silenzi,

non cedere alla paura

e alla tristezza…

Nella confusa coscienza

di essere in balia

di venti misteriosi

che ti trasportano

qua e là come l’erba

secca delle steppe,

non chiudere la vista

al mondo, riscopri

tesori sotterrati

ed isole smarrite:

risveglia in te attese

epifanie di cieli

 

poesia di Fiorella D’Ambrosio tratta dall’omonima silloge, Opera Edizioni, 2011

 

 

martedì, 31 Dicembre, 2019

 

Questa mia foto del 2007 scattata presso la Pasqualatihaus a Vienna (calco del volto di Beethoven da vivo) vuole essere una piccola introduzione visiva al celebre testo del poeta Friedrich von Schiller, ossia An die Freude (Alla Gioia) musicato dal genio di Bonn quale grandioso finale della Nona Sinfonia. Tale testo, adottato come “Inno europeo” dal Consiglio d’Europa nel 1972, costituisce un impagabile messaggio di pace e di fratellanza. Non alla futile spensieratezza si allude in esso, ma al risultato al quale l’uomo giunge una volta superati il male, l’odio, la cattiveria. Quale miglior messaggio per augurare Buon Anno a tutti, nel segno dell’ineludibile musica di Beethoven, genio musicale di cui in questo 2020 ormai alle porte si celebreranno i 250 anni dalla nascita?…(a/m)

 

ALLA GIOIA

 

Gioia, bella scintilla divina,

figlia degli Elisei,

noi entriamo ebbri e frementi,

celeste, nel tuo tempio.

La tua magia ricongiunge

ciò che la moda ha rigidamente diviso,

tutti gli uomini diventano fratelli,

dove la tua ala soave freme.

L’uomo a cui la sorte benevola,

concesse di essere amico di un amico,

chi ha ottenuto una donna leggiadra,

unisca il suo giubilo al nostro!

Sì, -chi anche una sola anima

possa dir sua nel mondo!

Chi invece non c’è riuscito, lasci

piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi

dai seni della natura;

tutti i buoni, tutti i malvagi

seguono la sua traccia di rose!

Baci ci ha dato e uva,

un amico, provato fino alla morte!

La voluttà fu concessa al verme,

e il cherubino sta davanti a Dio!

Lieti, come i suoi astri volano

attraverso la volta splendida del cielo,

percorrete, fratelli, la vostra strada,

gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!

Questo bacio (vada) al mondo intero

Fratelli, sopra il cielo stellato

deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?

Intuisci il tuo creatore, mondo?

Cercalo sopra il cielo stellato!

Sopra le stelle deve abitare!

 

 

 

venerdì, 27 Dicembre, 2019

 

Con piacere propongo la seguente poesia inedita di Iole Chessa Olivares, toccante e pungente a un tempo nel suo esprimere sentimenti più che mai radicati nel fondo del nostro animo (con pienezza di metaforica forza)…a/m:

 

NENIA  IN  BISBIGLIO

 

 

                                       Natale  2019

 

 

 

Forse  non viene NATALE…

 

La stella cometa

 

errando nello stupore

 

s’ interroga:  fermarsi

 

o  attendere una chiarità suprema?

 

Chissà!

 

Nella guerra per l’apice

 

aspra arrogante

 

NOI 

 

vanamente  sfuggiamo a NOI

 

in devianti frantumi, lacerazioni

 

sempre affamati,

 

mai sazi di  mondo.

 

 

Ah!  paglia e paglia e paglia 

 

per non sentire

 

per non vedere

 

ma la zanzara sale, vive con NOI

 

forza gli argini d’ogni vena

 

inferno richiama  e perduto paradiso

 

sanguinando

 

fa saltare il lucchetto  al cuore

 

trascina la spina dal rogo alle stelle.

 

 

poesia di Iole Chessa Olivares

 

 

domenica, 22 Dicembre, 2019

 

Auguri di buon Natale con i versi di Vittoria Colonna…a/m:

 

Qui non è il loco umil, né le pietose

braccia de la gran Madre, né i pastori,

né del pietoso vecchio i dolci amori,

né l’angeliche voci alte e gioiose,

 

né dei re sapienti le pompose

offerte, fatte con soavi ardori,

ma ci sei Tu, che Te medesmo onori,

Signor, cagion di tutte l’altre cose.

 

So che quel vero che nascesti Dio

sei qui, né invidio altrui, ma ben pietade

ho sol di me, non ch’io giungessi tardo;

 

non è il tempo infelice, ma son io

misera, che per fede ancor non ardo

come essi per vederTi in quella etade.

 

 

VITTORIA COLONNA

 

 

 

lunedì, 9 Dicembre, 2019

C’è un Lied di Schubert che da sempre mi tocca profondamente: Du bist die Ruh op.59, n. 3, 1823, su testo del poeta F. Rückert; di cui qui di seguito si dà la traduzione in italiano:

 

Tu sei la pace,

la dolce tranquillità,

sei la nostalgia

e ciò che l’appaga.

 

A te io consacro,

pieno di gioia e dolore,

quale dimora

gli occhi e il cuore.

 

Entra in me

e richiudi

in silenzio dietro a te

la porta.

 

Allontana il dolore

da questo petto!

Pieno sia questo cuore

della tua letizia.

 

Questo sguardo

dal tuo solo splendore

illuminato,

riempilo tutto!

 

 

ebbene tale Lied tante volte io lo ascoltato cantato da Gundula Janowitz, storico soprano d’alta scuola, accompagnata al piano da Irwin Gage, in una interpretazione che mette i brividi, in quanto a evocazione dell’anima tedesca screziata di malinconia; anima priva, per capirci, di quella solarità tipica del melodramma italiano. Ora non è un mistero che il genio di Franz Schubert abbia trovato precocissimo la sua acme proprio nei Lieder, laddove lo scavo in profondità insondabili dell’anima può avvenire anche soltanto attraverso una sottile mutazione ritmica, ferma restando la limpidezza di una melodia che però non deve essere fraintesa giacché ricca di indefinibili inquietudini. Tale Lied, insomma, richiede un ascolto raccolto e attento; non in una giornata assolata, bensì in una cupa giornata invernale, per cercare di rielaborare nello spirito dell’autore oltre che nel proprio il senso dell’opera con la quale ci si sta confrontando…così come raccomandava Robert Schumann a proposito della fruizione in generale dell’arte.

 

Andrea Mariotti

 

 

venerdì, 6 Dicembre, 2019

 

Grato ad una cara amica per la segnalazione, dopo averlo veduto, mi sento di dire due parole sul film di Polanski ” L’ ufficiale e la spia”, focalizzato sul bel noto “affaire Dreyfus” che tanto ebbe a scuotere la Francia negli ultimi anni dell’ Ottocento. Il film dell’anziano e grande regista si lascia vedere con attenzione e ammirazione, per l’ asciutta ed efficacissima ricostruzione di quel clima storico-politico in cui maturò il celeberrimo pamphlet “J’accuse” di Emile Zola sull’ “Aurore” del gennaio 1898 (con cui lo scrittore si schierava dalla parte del capitano Dreyfus, ingiustamente condannato per alto tradimento ad opera del compatto fronte dei legittimisti e orleanisti sostenitori di un Esercito allora fin troppo influente in Francia). La mia memoria a questo punto si è concentrata ieri sulla fine di Zola, morto asfissiato nella sua casa di Parigi nel 1902, per l’ otturamento forse tutt’altro che accidentale della canna fumaria nella camera da letto (giacché la morte dello scrittore venne poi di fatto rivendicata da una organizzazione nazionalista di estrema destra per il ruolo da lui avuto per l’appunto nell’ affaire Dreyfus). Impossibile di conseguenza non pensare alla vicinanza fra Zola e il nostro Pasolini, a sua volta autore di quel celebre “romanzo delle stragi” che certamente non lo aiutò a scansare la fine tragica che lo attendeva (alludendo al celebre suo articolo del 14 novembre 1974 apparso sul “Corriere della Sera” dal seguente incipit: ” Io so i nomi…ma non ho le prove”). Ecco che quindi il film di Polanski veduto ieri, altro non è che un profondo apologo sul Potere e la sua vischiosa rete di compiacenze e delazioni da sempre in auge, ieri come oggi; film da non perdere, a parer mio, considerando in che mondo e paese viviamo. Infine, una volta di più, detto film induce a riflettere sul ruolo testimoniale della Letteratura, pagato molto probabilmente con la vita da “scriptor rerum” del calibro di Zola e Pasolini, per tacer d’ altri.

 

Andrea Mariotti

 

 

giovedì, 5 Dicembre, 2019

“Le altre arti imitano ed esprimono la natura da cui si trae il sentimento, ma la musica non imita e non esprime che lo stesso sentimento in persona, ch’ella trae da se stessa e non dalla natura…” (Leopardi,”Zibaldone”, I:75). Questo pensiero leopardiano mi induce a qualche riflessione sulla musica, arte da cui sono stata attratta e sedotta nella sfera esistenziale sin da fanciulla. Gli studi intrapresi in questo campo mi hanno aiutata -nel tempo- ad approfondire le mie conoscenze, a soddisfare le attese, segnando fortemente le tappe della mia vita. Così cominciai ad incantarmi alla grazia sognante e malinconica delle composizioni di Schubert; alla personalissima musicalità dei Preludi, dei Notturni e Scherzi di Chopin; alle prodigiose Fughe di Bach; alle Sinfonie  insuperate e forse insuperabili di Beethoven; alla forza, alla potenza ed eleganza del sommo compositore W.Amadeus Mozart, l’artista più “compiuto” di tutti i tempi. A lui dedicai -a suo tempo- questi brevi versi che qui di seguito trascrivo : “Scivolano morbide/ sui tasti le agili dita/ e in un gioco virtuoso/ di ottave e terzine,/ tra ritmi febbrili/ e arie distese,/ vibrano magiche/ le note di Mozart (dalla silloge “Con la leggerezza di una nuvola”-Opera editrice -2009). La musica è arte del tempo, muta, si trasforma, trascina e travolge. “La musica e’ espressione dell’Infinito” (F.Schelling).

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

martedì, 26 Novembre, 2019

INTORNO A TRINCEA DI NUVOLE E D’OMBRE DI MARZIA SPINELLI, MARCO SAYA EDIZIONI, 2019

 

 

Di fronte allo spessore di questa silloge, risulta più che mai motivata la considerazione finale di Plinio Perilli in prefazione al libro: “ecco come e quando la poesia torna ad avere un ruolo, a far capire; non spiega ma conosce”. In effetti balza evidente fin dalle prime pagine della raccolta l’incidenza del classico enunciato di Giovenale (“facit indignatio versum”) sulla ispirazione della nostra poetessa, nei termini di un discorso intriso di passione civile, risentito ma non agitato; come del resto ho già avuto modo di osservare in un precedente mio breve scritto concentrando l’attenzione sulla poesia Tornando da Arezzo, forse il punto più alto toccato dalla Spinelli nella silloge in oggetto. Silloge che, suddivisa in varie sezioni, propone al lettore diverse angolature della parola guida trincea nel suo sviluppo tematico; talché, all’interno di esse, mi soffermerò adesso sulle poesie a parer mio più significative: guarda caso tutte dall’ampio respiro, appartenendo a Marzia Spinelli dal mio punto di vista la veste di passista più che di scalatrice o velocista; volendomi affidare al lessico del ciclismo agonistico al fine di dar conto, in qualche modo, del meditato fraseggio di uno stile che procede senza strappi (non disdegnando però gli “allunghi”) in quanto semanticamente ricco di cose da dire, e quindi per istinto sicuro, pacato. Ma è giunto il momento di avvicinarsi davvero alle poesie, non potendo non prendere le mosse dalla seguente, inclusa nella prima sezione della silloge Trincea dell’ombra:

 

 

L’ombra umida della sera avvolge come una piovra

il cielo bianco della città bella. Penetra ossa,

estremità, tutte le membra.

 

C’è attesa di Primavera, ma le ore d’inverno

ripiegano in casa e noi nella casa,

dove le valvole nuove dei radiatori

possono scegliere la giusta temperatura.

 

Tutti pensiamo –ci vorrebbe

un vento forte,

una mareggiata di luce…

ma poi rammentiamo

le tempeste che smantellano

 

non è detto possano cambiare

ciò che siamo.

 

Sappiamo l’umido humus,

la terra certa,

di altre persuasioni e meraviglie

andiamo in cerca

 

da notte a giorno, da Inverno

a Primavera stemperando

caldo e freddo,

unica vera misura

d’ingannevole eternità

 

 

necessariamente la suddetta poesia è stata riportata nella sua interezza, risultando di valore paradigmatico all’inizio della silloge di Marzia Spinelli. Così, a volo d’uccello, occorrerà intanto far cenno alla strofe incipitaria di essa, fittamente assonanzata in icastica trama; non senza sottolineare, più avanti, una quasi impercettibile osmosi tra gli umani e gli oggetti che finiscono per farla da padroni nello scenario evocato (“dove le valvole nuove dei radiatori/ possono scegliere la giusta temperatura”). La nostra poetessa che sopra abbiamo immaginato come passista, si prende in effetti il giusto tempo per toccare il punto sul quale le preme riflettere (“Sappiamo l’umido humus,/ la terra certa”): vale a dire il volgere inesorabile delle stagioni, che noi cerchiamo inutilmente di neutralizzare “stemperando/ caldo e freddo” quasi posseduti, regolati dalle “valvole nuove dei radiatori”; sicché, qui, possiamo ben parlare di una moderna e corrosiva ricreazione degli immortali versi oraziani culminanti nel celeberrimo pulvis et umbra sumus (Carmina, IV, 7, 16). Con una lirica come questa il libro di Marzia Spinelli prende pertanto posizione nel suo rapportarsi alla poesia d’oggi, configurandosi come risentita voce civile di cui non possiamo fare a meno quali lettori non fatui. Anche la poesia seguente andrà riportata integralmente, per le ragioni che subito dopo dirò (dalla seconda sezione del libro, Trincea del quotidiano):

 

Ogni giorno vesto l’armatura

porto anche l’arco, le frecce, lo scudo,

indosso il casco come l’elmo di Scipio,

e qualunque copricapo, variabile come il tempo,

a proteggere la testa, così instabile

 

riecheggia e suona ogni dì una musica nuova

scompigliata e dilatata melodia d’accadimenti,

ordinata cabaletta di ricordi, stanzetta di memoria,

sempre a passo lieve e piè veloce in un dove presente

ma lontano, umido e vischioso, dove perdo

ad ogni semaforo dell’armatura un tratto

 

e mi chiedo dove sto andando, dove vanno

tutti gli elementi, tutte le particelle della vestitura,

granelli che frantumano sotto i ponti lungo fiume

o fondigli a disciogliersi in mare,

a sfaldarsi in una risacca solo mia,

 

ma è di tutti la stessa domanda

 

se qualcosa di noi si salva dalla dimenticanza,

se in quel dopo a disperdersi a terra

c’è pace

 

 

ecco, di fronte ad una poesia del genere sentiamo di trovarci veramente nel cuore della raccolta di Marzia Spinelli. Il respiro lungo della nostra poetessa si manifesta qui potentemente, per il tramite di una enumeratio che è fraseggio sinfonico, capace di fondere pensieri e sensazioni, semafori e frastuono quotidiano nel ritmo della svestizione dell’armatura; fino ad un controllato ma pungente nichilismo che parla per tutti, voce corale che dal disagio individuale si innalza come interrogazione sulla condizione umana (“se qualcosa di noi si salva dalla dimenticanza,/ se in quel dopo a disperdersi a terra/ c’è pace”). Non si dovrà mancare di sottolineare a questo punto la consapevolezza di trovarci al cospetto di un mirabile, unitario flusso poetico che del verso libero necessariamente si nutre, in quanto compiuta musica interiore (sapiente altresì nello sfruttare al meglio pause e riprese con valore segnatamente sintattico).

In terza sezione di TRINCEA DI NUVOLE E D’OMBRE dal titolo Periscopio delle nuvole, subito dopo quella che sopra ho indicato come la poesia più alta dell’intera silloge, e cioè Tornando da Arezzo -a proposito della quale è possibile leggere la mia nota critica apparsa sul blog andreamariotti.it in data 31/5/2019 e intitolata Sul sogno insonne di Marzia Spinelli– ci troviamo di fronte ai versi altrettanto significativi di Agosto:

 

Su questa riva di mare che increspa

come la mia bocca di rabbia e vecchiezza,

su questa spiaggetta di solitudine

si bagnano tutti i sogni che non sono stati,

il vento li porta via mentre rincorro l’ombrellino

che vola e si ferma, incaglia la punta

e prosegue la corsa e si placa ancora

come volesse fuggire da me e pure tornare

sfidando il mio affanno e andando e inseguendo

incrocia un passante, sembra aiutarmi

l’uomo anziano, quasi pietoso il suo passo

volge alla mia stessa direzione,

ma poi prosegue la sua passeggiata,

non guarda quando raggiungo

il mio fuggitivo

e lo afferro e torno indietro nel deserto

di questa riva d’Occidente allo stremo

dove passa una cinese

che non offre massaggi

 

 

d’obbligo anche in questo caso proporre all’attenzione del lettore la poesia quasi nella sua interezza, per non impoverire in modo alcuno l’acme di essa, laddove una qualsivoglia “riva di mare” diviene “riva d’Occidente allo stremo”. Sicché, anche in questa occasione, dal particolare all’universale, nei termini di una desolata presa di coscienza storico-sociale che sul piano stilistico vale come efficacissima impennata. Ma questo guizzo a ben vedere altro non è che la cima di un climax per l’appunto in atto nei versi precedenti, tali da evocare uno scenario onirico e come vetrato; all’interno del quale la poetessa, parte in causa, vessata dall’inquietante ombrellino, esperisce una solitudine cocente nella sua rincorsa affannata e marcata, sul piano fonematico dei versi, dalle assonanze incipitarie aspre e chiocce (“increspa-vecchiezza-spiaggetta”).

In quarta sezione della raccolta, intitolata La lirica delle nuvole, si legge la seguente poesia, dalla prima notevole strofe:

 

Alla luna

 

La notte ti guardo

e ti vedo piena

come una donna gravida

e nel tuo solo biancore immagino

la punta dei tuoi seni

e lievi segni come rughe

mentre cerco l’orma dell’uomo

la sua impronta

pestata sulla tua sembianza di fantasma

e aspetto la tua luce estranea

lontana da questa terra scura

dove abito

dove non trovo posto

 

ora non può sfuggire qui una pungente dissacrazione dell’astro caro ai poeti, a mezzo di un lessico “basso”, antilirico per eccellenza; ma, in questo caso, mi sia concesso di non essere d’accordo con il prefatore della silloge, il quale parla al riguardo di una “sorprendente divagazione sulla Notte (niente affatto leopardiana)”. Ciò in effetti può esser vero limitandosi tradizionalmente ad una visione “idillica” dei CANTI del Recanatese con riferimento Alla luna, il testo del 1819; ma non più condivisibile allorché, all’altezza del Canto notturno del 1829-30, nel lessico petrarchesco ormai agli sgoccioli della più che matura poesia leopardiana irrompe il duro, risentito tirar le somme del pastore di fronte all’enigmatico splendore lunare, di cui eloquente spia linguistica risulta il questo iniziale in funzione per l’appunto prolettica: “Questo io conosco e sento,/ che degli eterni giri,/ che dell’esser mio frale,/ qualche bene o contento/ avrà fors’altri; a me la vita è male” (versi 100-4 del suddetto canto). Così dicendo, nulla si vuole naturalmente togliere alla forza dei versi della Spinelli in questione; giacché in essi, proprio grazie alla “memoria involontaria” della grande poesia alle nostre spalle, ecco che l’apostrofe all’astro, carica di disagio esistenziale, viene a cogliere piuttosto la sua pesantezza di “donna gravida” dai “lievi segni come rughe”, con effetti di moderna e icastica resa; corroborata dalle scelte lessicali (“mentre cerco l’orma dell’uomo/ la sua impronta/ pestata sulla tua sembianza di fantasma”).

Il richiamo appena fatto in merito alla “memoria involontaria” dei poeti, a maggior ragione andrebbe esteso a mio avviso alla poesia Passa l’Angelo, che troviamo in Tregue, quinta sezione del libro (bastando qui la prima strofe della lirica):

 

Vedi, ogni trincea si fa occasione.

Non ci abbandona l’Angelo

evocato ogni mattina per timore:

sa di essere consolazione

e non chiede altro. Lo rinnego

quando troppi sono i morti,

troppo ingiuste le perdite

 

ebbene è impossibile non riconoscere nell’attacco di questi versi un memorabile calco montaliano (“Vedi, in questi silenzi in cui le cose…”, vale a dire l’incipit in terza strofe dei Limoni; per tacere, sempre a proposito del primo verso della nostra poetessa, di “ogni trincea si fa occasione”, a ribadire l’ineludibilità del massimo poeta del nostro Novecento per chi voglia far poesia consapevole e seria. Ma interessante è per l’appunto lo scarto operato dalla Spinelli rispetto alla “disturbata Divinità” di sapore araldico evocata da Montale in chiusa della suddetta strofe dei Limoni; nel senso che, la nostra poetessa, per suo conto e originalmente, nei versi del suo Angelo, imbastisce un più elastico e quotidiano rapporto col divino a seconda delle “perdite”, non disconoscendo alla creatura alata “aura bislacca” nel suo resistere ai colpi iscritti negli umani destini, così come risulta nella conclusione affabile e un po’ ironica di questa bella poesia.

Nelle conversazioni avute con Marzia Spinelli, più volte si è sottolineata la necessità del labor limae, in poesia, considerando la pletora odierna di cantori e cantastorie; e, ovviamente, non nel senso riduttivo di un colpo di cipria assicurato in punta di penna al proprio scrivere, bensì di un non frettoloso sviluppo delle strutture semantiche del testo auspicabilmente frutto di non superficiale tensione poetica. Sicché paradigmatica appare al riguardo la seguente composizione inclusa in Trincea della parola, sesta sezione della raccolta e intitolata I colori della poesia, qui proposta quasi per intero (laddove il soggetto di essa è la “rossa…prima parola/…dal nero del dolore”):

 

 

 

…Sembra che voli, ma a metà si ferma.

Insegue la pausa giusta, quasi un riposo

sull’orlo d’un abisso.

Là afferra un gran respiro

che ha verdi venature e mezze tinte

e cono d’ombra nella luce,

simile al bosco dove s’immagina

finita

 

ma è tempo di parlare, sempre a proposito di questa stessa sezione del libro tematizzata ora come Trincea dei poeti, dei versi dedicati dalla Spinelli ad Amelia Rosselli. Versi vividi e cari, di plastica e quotidiana concretezza, atti a rievocare il disagio di un viaggio estivo in autostrada “tra Napoli e Roma” con tanto di provvidenziale sosta in autogrill per rinfrescarsi, la grande Amelia e la nostra poetessa. In fondo un lettore chiede alla poesia di farlo viaggiare, e questo a me è capitato al riguardo, leggendo e rileggendo i seguenti versi:

 

noi due diverse e vicine

cosa lavammo

se non il sudore dei versi…

 

colava sulla tua pelle,

bianca come nordica roccia,

come lacrima pura e innocente

della parola la rabbia, l’arsura impastata

 

 

mistero della poesia, che umile e concreta, senza enfatici svolazzi, riesce a toccare l’essenza della cose liberando la nostra immaginazione, se è vero com’è vero che leggendo i succitati versi ho creduto di contemplare le maestose BAGNANTI di Cezanne, più volte memorabilmente dipinte dal grande maestro!

Infine, in settima e ultima sezione (L’ombra tra le nuvole) la poesia conclusiva del libro che, dal verso incipitario “La terra è la scacchiera matta di Arlecchino”, incede fino a suggerire al lettore quanto segue, nella strofe finale:

 

L’insolita leggerezza delle nubi

è il dono della sfera, la pace fatta

dimentica di gravità

 

e qui non possiamo non cogliere il frutto di una finale elevazione, di trincea in trincea, avendo seguito il fil rouge della raccolta. Davvero torna in questo caso alla mente la memorabile definizione della “leggerezza” nelle Lezioni americane di Italo Calvino: “gravità senza più peso”. Definizione ad hoc in merito ai suddetti versi, refrattari ad un evasivo lieto fine e piuttosto sgorgati dalla penna di una poetessa matura e consapevole, capace di donarci un libro che non dimenticheremo facilmente per la profonda sua eticità.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica, 24 Novembre, 2019

Questo blog compie oggi dieci anni esatti. Ebbi a inaugurarlo proponendo una mia risentita lirica del 1993, Lacrimosa, focalizzata sulla tragedia di via Palestro a Milano dell’estate di quell’anno (segnata dalle bombe mafiose che insanguinarono il paese). Così cominciò il mio cammino on line come poeta e studioso all’indomani della crisi economica su scala globale; crisi che tanto ha inciso sulle attuali sorti italiane, considerando le fragilissime basi socio-politico-morali della nostra società connesse allo sviluppo tecnologico del secondo dopoguerra nel secolo scorso. Dopo la suddetta poesia, con regolarità il blog si è arricchito di miei e altrui contributi, segnalandosi subito, mi permetto di dire, per una sua essenziale sobrietà: una foto (una sola) a premessa del testo di volta in volta pubblicato (tant’è che questa mia idea fece breccia all’interno di un articolato e paludato sito letterario tuttora attivissimo). Negli ultimi anni questo spazio virtuale ha avuto anche l’onore di ospitare alcuni scritti di un insigne studioso scomparso nel 2017, Lucio Felici, mio maestro e amico, di cui non occorre certo rammentare l’alto magistero, da Leopardi al Belli, da Trilussa a Giorgio Vigolo per tacer d’altro. In un decennio peraltro si cambia, ci si trasforma, dal punto di vista interiore. Oggi non è più in me, a valere su questo blog, quella continuità cui ho accennato all’inizio. Raramente mi accosto alla finestra di esso, da un po’ di tempo in qua; e ancor più rari sono i contributi altrui (fra i quali mi corre però l’obbligo di segnalare la presenza costante di Fiorella D’Ambrosio). Va bene così, nel rispetto della mia onestà intellettuale che mai è venuta meno, e soprattutto della mia libertà interiore che mi ha indotto nel tempo a soppesare tutti i limiti comportamentali della società letteraria italiana (fatale riflesso di una società in profonda crisi). Non senza aggiungere, qui, che io sono per altri versi molto attivo dal 2016 su Facebook, piazza virtuale visitata da tutti e all’interno della quale mi sforzo di assicurare interventi costruttivi e meno che mai autocelebrativi. Il resto, e non è poco, sono i miei studi, la mia ricerca poetica che mi vede alla vigilia di una nuova pubblicazione sulla quale molto mi sono soffermato; in tempi in cui la mattina ci si sveglia poeti e il giorno dopo si pubblicano i propri scritti (più o meno posizionati in un mediocre scacchiere belligerante, ipocrita e cerimonioso nonché consacrato al culto del superlativo).

 

 

Andrea Mariotti