novembre 15th, 2017

IL DON CHISCIOTTE DI LAURENT HILAIRE DA MIKHAIL BARYSHNIKOV APRE LA STAGIONE AL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

In prima mondiale questa sera

 

di Manuela Minelli

 

Questa sera il Don Chisciotte di Laurent Hilaire inaugura in prima mondiale la stagione 2017-18 del Teatro dell’Opera di Roma.

Il balletto Don Chisciotte, con la coreografia di Laurent Hilaire, ispirata alla versione originale di Mikhail Baryshnikov per l’American Ballet Theatre, da Marius Petipa e Alexander Gorsky, su musica di Ludwig Minkus, nel nuovo allestimento della Fondazione lirico-sinfonica della Capitale. Lo spettacolo è in scena al Teatro Costanzi da questa sera e fino a giovedì 23 novembre 2017.

Si tratta di un evento unico ed eccezionale, all’insegna del quale prende avvio anche la terza stagione di balletto sotto la direzione di Eleonora Abbagnato, che è enfatizzato dalla presenza di due grandi protagonisti della storia mondiale della danza, Laurent Hilaire, già étoile e Maître de Ballet associé à la Direction de la Danse dell’Opéra di Parigi e attuale Direttore Artistico del Balletto dello Stanislavsky and Nemirovich-Danchenko Moscow Music Theatre, e Mikhail Baryshnikov, un mito vivente, considerato tra i più grandi ballerini del nostro tempo.

Il Sovrintendente Carlo Fuortes, durante la conferenza stampa, ha dichiarato: “Il balletto Don Chisciotte è il primo spettacolo della nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma, inauguriamo dunque con la danza per la prima volta. Stiamo dando un segno importante. Mettere in scena un balletto ispirato alla versione di Baryshnikov è un sogno, farlo con Laurent Hilaire è un piacere immenso. Così come la presenza di due artisti di fama internazionale, Vladimir Radunsky e A.J. Weissbard, per costumi, scene e luci di speciale meraviglia. Un nuovo allestimento veramente unico che speriamo entri nel nostro repertorio”.

La Direttrice del Corpo di Ballo Eleonora Abbagnato ha dichiarato: “Il mio primo incontro con Baryshnikov è avvenuto all’Opéra di Parigi ed è stato emozionante.

Qui a Roma, insieme a Silvia Cassini, che ringrazio tantissimo per il lavoro che facciamo insieme, lo ho incontrato di nuovo e sono riuscita a convincerlo a portare la sua versione qui al Teatro Costanzi, con il suo staff fantastico composto da Yuri Vasilkov, Vladimir Radunsky, A.J. Weissbard e Laurent Hilaire, étoile straordinario cresciuto nel segno di Rudolf Nureyev, oggi in veste di coreografo. Il Don Chisciotte di Baryshnikov ha appassionato tutti ed è arrivato al cuore del grande pubblico. Spero che sarà lo stesso per la versione di Laurent Hilaire con i guest internazionali Iana Salenko, Isaac Hernández, Angelo Greco, e con i nostri ballerini, l’étoile Rebecca Bianchi, i primi ballerini Claudio Cocino e Manuel Paruccini e i solisti Susanna Salvi, Alessio Rezza, Michele Satriano. Un vero regalo per il nostro Teatro e il nostro pubblico”.

Il balletto Don Chisciotte è tratto dal romanzo di Miguel de Cervantes Don Chisciotte della Mancia. L’adattamento più celebre è quello di Marius Petipa, su musiche di Ludwig Minkus, che debuttò il 26 dicembre 1869 al Teatro Bol’šoj di Mosca, a cui fa seguito una seconda produzione per i Balletti Imperiali di San Pietroburgo, con prima rappresentazione il 21 novembre 1871. Nel 1900 Alexander Gorsky ne ricava una sua versione, aggiungendo nuove danze.

Nel tempo molti coreografi si sono confrontati con questo grande classico della danza, da Nureyev a Balanchine. Storica è la versione che Mikhail Baryshnikov crea per l’American Ballet Theatre, in scena per la prima volta il 28 marzo 1978 al Kennedy Center Opera House di Washington, e successivamente danzata dalle maggiori compagnie internazionali, tra cui, nel 1993, il Royal Ballet di Londra.

Oggi questa importante tradizione ballettistica è tutta nelle mani di Laurent Hilaire, fortemente voluto dallo stesso Baryshnikov per riallestire il Don Chisciotte ispirato alla sua versione originale per l’American Ballet Theatre. “È la prima volta che mi misuro con l’arte della coreografia in qualità di coreografo – dichiara Hilaire – e per me è un onore farlo su proposta di Mikhail Baryshnikov. Sto affrontando un balletto classico narrativo con i suoi codici, e sento che il mio compito è quello di renderli accessibili, restando nella tradizione e nella storia e allo stesso tempo comprendendo la realtà del presente. Di Baryshnikov, insieme all’azione teatrale, ho mantenuto la struttura. Ho aggiunto poi delle danze, tra cui il Fandango e la Danza delle Gitane. Ciò che mi interessa è soprattutto mantenere in vita l’esprit di Baryshnikov, tanto nell’opera in generale, quanto in alcune variazioni, come quella famosissima che egli creò per se stesso. Baryshnikov si è fidato di me, lasciandomi completa libertà, ed è esattamente con spirito libero che io mi avvicino con rispetto a questa tradizione. Inoltre, essere qui al Teatro dell’Opera con un gruppo di ballerini desiderosi di danzare Don Chisciotte mi riempie di gioia e di entusiasmo”.

Di Baryshnikov è l’idea di immaginare questa nuova produzione quasi come una favola, una storia che conserva il divertimento e l’ingenua sincerità dei racconti per bambini. Le sottili sfumature della danza classica si fondono quindi, in maniera armoniosa, con un’interpretazione del tutto nuova delle scene e dei costumi firmati dal Maestro Vladimir Radunsky. Tra i più noti autori e illustratori di libri per ragazzi, Radunsky afferma di aver colto sin da subito nel libretto classico gli elementi a lui familiari dei racconti per i bambini. Concepisce allora la scena come un gigantesco giocattolo, un enorme libro pop-up, o se si vuole, uno di quei teatrini di carta, a grandezza naturale, animato al suo interno dalla presenza di ballerini in carne e ossa, vestiti con abiti grotteschi dall’accattivante sapore fumettistico. La scenografia è creata in collaborazione con A. J. Weissbard, acclamato lighting designer e scenografo teatrale, che per Don Chisciotte progetta un sofisticato sistema scenico e di luci, così che l’idea del grande libro-giocattolo prende le forme concrete di un’installazione originalissima e dal forte impatto visivo.

Tutta la briosità, il vigore, l’allegria e il romanticismo di questa nuova produzione sono affidati alla bravura e all’interpretazione di ospiti straordinari, quali la principal dancer dello Staatsballett di Berlino Iana Salenko, il lead principal dell’English National Ballet Isaac Hernández e il principal dancer del San Francisco Ballet Angelo Greco, e al talento dell’étoile Rebecca Bianchi, dei primi ballerini Claudio Cocino e Manuel Paruccini e dei solisti Susanna Salvi, Alessio Rezza e Michele Satriano, che danzano insieme al corpo di ballo capitolino. La partitura musicale di Ludwig Minkus è eseguita dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, diretta dal Maestro David Garforth.

 

Don Chisciotte

Musica di Ludwig Minkus

Balletto in tre atti

dal romanzo di Miguel de Cervantes

Don Chisciotte della Mancia

 

Direttore David Garforth

Coreografia Laurent Hilaire

Ispirata alla versione originale di Mikhail Baryshnikov per l’American Ballet Theatre

da Marius Petipa e Alexander Gorsky

Coreografo collaboratore Yuri Vasilkov

Scene Vladimir Radunsky e A.J. Weissbard

Costumi Vladimir Radunsky

Luci A.J. Weissbard

Assistenti coreografo Patricia Ruanne e Gillian Whittingham

 

Artisti Ospiti

Iana Salenko

Isaac Hernández

Angelo Greco

 

 

Interpreti principali

Kitri Iana Salenko 15 novembre (19.00), 16 novembre (20.00), 17 novembre (20.00) / Rebecca Bianchi 18 novembre (20.00), 19 novembre (16.30), 22 novembre (20.00) / Susanna Salvi 18 novembre (15.00), 21 novembre (20.00), 23 novembre (20.00)

Basilio Isaac Hernández 15 novembre (19.00), 16 novembre (20.00), 17 novembre (20.00) / Angelo Greco 18 novembre (20.00), 19 novembre (16.30), 22 novembre (20.00) / Alessio Rezza 18 novembre (15.00), 21 novembre (20.00), 23

 

 

novembre 14th, 2017

 

Ora è ufficiale. Cosa? ma il declino impietoso del Belpaese, certificato da Eupalla (la dèa del pallone secondo Gianni Brera) non più tardi di ieri sera presso lo stadio milanese di San Siro! incredibile dictu, siamo stati esclusi dai Mondiali in Russia del 2018. E pensare che ieri sera ce abbiamo messa tutta, noi italioti, fischiando l’inno svedese prima dell’inizio della partita (nel calcio tutto è concesso più che in amore, giusto?)…neppure Pangloss potrebbe a questo punto darcela a bere. Davvero tutto è perduto e sarà un piacere, per noi, mirare a breve gli scalpi dei colpevoli di cotanto scempio! addio alla terra (non quella battuta naturalmente, si intendeva il manto erboso degli stadi)!

 

P.s. lo scrivente, preso dal plurale maiestatis in conseguenza dello stato di grave sofferenza corale, reclama per sé la lingua (quella corporale) del giornalista Alessandro Antinelli: rèo di una insopportabile narrazione da bordo campo con la quale ha spacciato per capitani coraggiosi le squallide comparse che hanno spaccato il nostro sportivo cuore. Amen

 

Andrea Mariotti

 

 

novembre 13th, 2017

 

giovedì 16 novembre 2017, ore 17-19, aula Odeion

Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza

si terrà un seminario sulla parola

“Melanconia”

con la partecipazione di:

Alberto Folin

(Università S. Orsola Benincasa, Napoli)

 

Fabio Castriota

(Società Psicoanalitica Italiana)

 

Franco D’Intino

(Sapienza – Laboratorio Leopardi)

 

che dialogheranno sulle Memorie del primo amore di Giacomo Leopardi

L’incontro fa parte del ciclo di seminari su Letteratura e Psicoanalisi

“Parole dell’Io”

a cura di Tito Baldini e Laura Di Nicola

Questo seminario è organizzato in collaborazione con il Laboratorio Leopardi

 

 

 

 

novembre 8th, 2017

 

Note letterarie

 

Echi del Decadentismo e del Crepuscolarismo nella prima produzione poetica di Salvatore Quasimodo

 

Si sa che i giovani artisti nelle loro prime opere non sfuggono quasi mai ai richiami e alle sollecitazioni letterarie di poeti e scrittori già affermati. Nel caso specifico, Quasimodo risente in “Acque e terre” degli influssi pascoliani, dannunziani e dei crepuscolari. Come esempio iniziale, vorrei citare la prima terzina della lirica “I morti” (che figura nella pergamena del Premio Nobel ricevuto da Quasimodo nel 1958) e cioè: “Mi  parve s’aprissero voci / che labbra cercassero acque,/ che mani s’alzassero a cieli “; e’ innegabile una musicalità che ci riporta ai due grandi decadenti italiani ed in particolare al D’Annunzio del Poema Paradisiaco (“Le mani“). E così, nella poesia “Nessuno“, ritroviamo -accanto a qualche eco ungarettiana- tutta la poetica del Pascoli e le malinconie di Corazzini. Sicure parentele con Gozzano, si possono individuare inoltre nei seguenti versi della poesia “Ritorni ” di Quasimodo: “Sotto il capo incrociavo le mie mani / e ricordavo i ritorni: / odori di frutta che secca sui graticci,/ di violacciocca,di zenzero ,di spigo / quando pensavo di leggerti, ma piano ,(io e te, mamma, in un angolo in penombra)” …Riassumendo, vorrei dire che tutta l’esperienza familiare e siciliana di Salvatore Quasimodo irrompe negli schemi lirici di “Acque e terre“, dove – accanto ad una ricerca di espressione personale e classica, che ha fatto parlare di una grecità siciliana -ritroviamo evidenti richiami letterari che riaffioreranno, insieme ad altre nuove suggestioni culturali, anche nelle successive raccolte del poeta.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

 

novembre 6th, 2017

 

SUL FLAUTO  MAGICO  di W.A.Mozart

 

 

Lo scorso 20 settembre, per la stagione live 2017-18 dei cinema, dal Royal Opera House di Londra ho potuto seguire qui a Roma la messa in scena del Flauto Magico (direttore Julia Jones, regia di David Mc Vicar, prod. Covent Garden). Lo spettacolo mi è sembrato sostanzialmente apprezzabile, con buoni cantanti e una limpida direzione musicale della sublime partitura mozartiana. Sublime sappiamo bene perché, rappresentando il Flauto un esempio insuperato di sintesi di musica “bassa” e “alta”, fra motivi popolari e cori sacerdotali di matrice bachiana, tanto per capirci. Premesso questo, andrà ascritto a merito della Royal Opera House l’avere in qualche modo dato conto a noi spettatori della geniale elevazione del Singspiel da parte di Mozart sul finire del Settecento in area austro-tedesca. Ma sarà ora necessario precisare ciò che non mi è piaciuto della messa in scena londinese. Vale a dire l’enfatizzazione del comico, ripetendo Papageno nel bel mezzo del secondo atto la sua celebre aria introduttiva all’inizio del primo. Tale ripetizione -va ribadito- non è prevista nella partitura del genio di Salisburgo, giacché Mozart è per definizione emblema di armonia ed equilibrio, compresenza (non coincidenza!) degli opposti guardati da un’altezza angelica e a noi offerta nei termini d’una misteriosa semplicità. Strizzare l’occhio allo spettatore insomma, nel caso di Mozart e del Flauto Magico in particolare, comporta a conti fatti l’essersi fatti sfuggire la superiore qualità di una musica che da sempre sconfigge la noia poiché storicamente, proprio al teatro mozartiano si deve l’irresistibile superamento in ambito europeo della staticità di quello preesistente. Questi i nostri tempi, divulgare l’universale Mozart proprio non si dovrebbe, significa banalizzarlo, essendo a priori la sua trascendentale ispirazione anche merce popolare in un unicum di ambiguità perenne.

 

Andrea Mariotti

 

P.S. questo breve testo è apparso sul numero 31 (Novembre 2017) della rivista bimestrale KENAVO’,  fondata e diretta da Fausta Genziana Le Piane (a/m)

 

 

novembre 2nd, 2017

 

2 novembre 1975 – 2 novembre 2017

 

Non invecchio. La mia pelle di primula,

la mia voce di brezza dolce d’umido,

i miei occhi modesti, non consumo.

Dentro il mio cuore c’è un resto eterno

di fanciullezza (e non è il mistero

del Mondo che pur rischia d’esser vero?)

Cibo delle primule e del mio cuore,

fa ogni cielo diverso, ogni alito

d’aria il primo, ogni battito d’ali

annuncio di creazione. E’ troppo libero

il cuore! In me lo credo, e altrove vive.

 

PIER PAOLO PASOLINI, strofe conclusiva della poesia Le primule, in L’Usignolo della Chiesa Cattolica (1943-49)

 

 

ottobre 30th, 2017

 

Note letterarie

 

La lingua e la Letteratura dell’Islanda costituiscono la base su cui poggia l’intera evoluzione della sua civiltà e della sua cultura nell’area di quella nord- europea. Si sa con certezza che la lingua islandese appartiene al ramo nordico o scandinavo delle lingue germaniche nel quale, insieme al norvegese, forma il cosiddetto “gruppo occidentale”. Poche sono le parole straniere introdotte nel vocabolario islandese e pressoché invariata la grammatica rispetto a quella antica.  Per quanto riguarda la Letteratura, interessante è’ la produzione medioevale che si raggruppa in tre nuclei principali: canti epico- mitologici dell’ Edda (leggende degli dei e degli eroi) ; poesia degli Scaldi (canti di battaglie, amori infelici); narrazioni in prosa o saghe (fatti realmente accaduti, vicende storiche). L’attività’ letteraria nella quieta terra dei ghiacci non si spense nei secoli successivi, neppure dopo la perdita dell’indipendenza e l’annessione prima alla Norvegia, poi alla Danimarca (trattato Di Colmar 1397). Non mancarono nei secoli XIV, XV e XVI poeti religiosi e profani. La letteratura nei secoli XVII e XVIII fu caratterizzata dal fervore per gli studi eruditi : vanno ricordati  Eggert Olafsson (1726-1768 ) autore di un pregiato dizionario islandese-latino e il poeta Hallgrimur Peturson, autore dei “Passiusalmar” (salmi della passione) fra i libri di ogni famiglia islandese. Nell’Ottocento, gli scrittori islandesi  si accostarono alle grandi correnti europee:  Romanticismo, Naturalismo, Realismo Decadentismo. Poeti romantici furono Bjarni Thorarensen e Jonas Hallgrimsson. Narratori di spicco nel  movimento realista, furono Gestur Palsson e Ejnar Hjorleifsson Kvarah. Fra i più recenti ricordiamo il drammaturgo Gudmundur Kamban e, vicini ormai alla seconda metà del Novecento, non possiamo non menzionare  lo scrittore islandese Halldor Laxness, insignito del premio Nobel  nel 1955 “per la sua opera epica che ha rinnovato l’arte e la letteratura islandese”. Una letteratura quella islandese che, quantunque  poco nota, da secoli illumina di splendori culturali l’estremo nord d’Europa e desta ammirazione sempre più viva da parte di tutti i paesi che hanno tradizioni di pensiero, di poesia e di arte.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

 

ottobre 21st, 2017

 

F come forma. Da Botero a Baumann, passando per la cellula, il viaggio della forma tra colori, funzioni ed identità

 

Lavorare in un Liceo Artistico ha come effetto collaterale positivo lo sviluppo di una nuova percezione visiva. L’occhio impara a nutrirsi di nuove ed inaspettate prelibatezze cucinate con gli ingredienti base di forme, spazi e colori. Acquisendo una nuova ottica, lo sguardo penetra nell’immagine, sviscerandone significati e contenuti o semplicemente beandosi in essa, come in una piscina cromatica. In ogni immagine che percepiamo, sia un’ opera d’arte, sia una realtà fisica, la forma non solo ne determina la natura ma ne diventa anche chiave di interpretazione. Nascono così varie considerazioni e voli pindarici sul concetto e sulla percezione delle forme in ambiti che spaziano dall’arte alla biologia, dalla poesia alla sociologia, riconoscendone l’importanza fondamentale.

L’apoteosi della forma nella pienezza di Botero

Ho avuto il piacere di gustare qualche mese fa la mostra di Botero a Roma, in compagnia di una amica. Durante questo piacevole momento, ho iniziato a riflettere sul concetto di forma, iniziando un percorso mentale che in seguito si è rivelato generoso in nuove ed inaspettate diramazioni. Si può tranquillamente affermare che Botero sia un maestro della forma. L’attrazione verso le forme rotonde è infatti la sua carta d’identità, la sua caratteristica distintiva. Richiamato inesorabilmente dalle rotondità, è riuscito a plasmare con esse ogni tipo di realtà del suo vissuto artistico. “Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo. Prima adotto una posizione per istinto, e solo in un secondo tempo cerco di razionalizzarla o anche di giustificarla.” Botero

Le forme scelte da Botero sono un vero e proprio linguaggio, un alfabeto artistico con il quale riesce a comunicare qualsiasi tema. Si arriva in questo modo all’ esaltazione di tutte le forme tramite l’iperbole della fisicità. Tra le tele della mostra ho incontrato femmine vere, sensuali nella piena apoteosi della loro maternità. Donne “burrose”, sinuose, gioconde e feconde, ma non solo. Ci troviamo davanti ad un vero e proprio canale comunicativo iconico che riesce a tradurre qualsiasi realtà, dall’arte (Monna Lisa), alla religione (ci basti pensare ai ritratti del clero), dai politici ai ritratti di scene di vita familiare e conviviale, dalla sua descrizione di avvenimenti drammatici, come la morte di Escobar, ai famosi soggetti circensi. Ricordiamo anche il Gesù di Botero: un Cristo in croce che ci riporta in pieno al “Cristo ha voluto prendere forma umana” e che forma, aggiungerei. Un Cristo veramente umano, in tutto, anche nella fisicità. Insomma un tripudio di forme.

Le forme di Botero racchiudono generosamente materia e sopratutto colore, che risuona grazie all’effetto “grancassa” di ogni linea curva e morbida. Persino le nature morte di Botero invitano alla generosità delle forme. Una vera e propria apoteosi e godimento alla vista. Sfidando le norme della prospettiva, rende ancor più munifica la generosità intrinseca della natura. Questa sorta di “Teologia rotonda” di Botero ci mette a nostro pieno agio, suscita sentimenti di simpatia e invita tutti noi, magrolini, rotondi e “normodotati” a riflettere sulle nostre forme e a riconciliarci con esse. Dobbiamo avere la consapevolezza che la forma che assume il nostro corpo durante gli anni non solo è legata all’espletamento di tutte le nostre funzioni vitali ma è anche (e sopratutto) lo specchio del nostro vissuto interiore.

Malattie, depressione, disturbi alimentari, attività fisica, massaggi influenzano la nostra forma e fanno di noi, agli occhi più sensibili ed attenti, un libro aperto dove è possible leggere gli avvenimenti salienti della nostra vita. In altre parole, la forma del nostro fisico può diventare la parte visibile del nostro invisibile. Se coltiviamo il desiderio di cambiare “forma”, dobbiamo riflettere sul fatto che sarebbe meglio prima cambiare e sanare il contenuto. Insomma prendendo spunto da Aristotele, non possiamo cambiare forma alla candela senza agire sulla cera.

” Tra corpo e anima vige un rapporto materia forma, come se l’anima fosse la vera forma del corpo.Chiedersi se corpo e anima siano la stessa cosa è una domanda priva di senso: è come domandarsi se sono la stessa cosa la cera e la forma della candela” Aristotele 

 

Compenetrazione tra arte e forma: una sola Arte in più forme

La forma non è solo data da linee e colori, ma può essere definita da parole, come pennellate in un quadro. Leonardo da Vinci paragona non solo la pittura ad una “poesia che si vede e non si sente ” , ma anche la poesia ad una “pittura che si sente e non si vede” associando ineluttabilmente queste due forme artistiche. La ricerca della forma perfetta nella poesia è stato il motore della poesia Parnassiana del 19esimo secolo. Ricordiamo brevemente a tal proposito Theophile Gautier, per il quale la parola va cesellata, scolpita, plasmata, proprio come un gioiello. Per il poeta parnassiano, bisogna dare forma alla parola proprio come ad una scultura, riecheggiando così Michelangelo. Ritornando alla metafora di Leonardo da Vinci, ricordiamo che nella storia abbiamo innumerevoli esempi di connubio tra pittori-poeti e pittura – poesia.

Pensiamo per esempio all’amicizia profonda, quasi sfociata nel sodalizio tra il poeta Beaudelaire e il pittore Delacroix. Ricordiamo che Beaudelaire scrisse diversi saggi ed articoli su Delacroix in occasione dei Salons, esposizioni Parigine nel 1845 – 1846 ed in occasione della morte del pittore. Per i francofili propongo il seguente testo:

“ Je crois, monsieur, que l’important ici est simplement de chercher la qualité caractéristique du génie de Delacroix et d’essayer de la définir; de chercher en quoi il diffère de ses plus illustres devanciers, tout en les égalant; de montrer enfin, autant que la parole écrite le permet, l’art magique grâce auquel il a pu traduire la parole par des images plastiques plus vives et plus appropriées que celles d’aucun créateur de même profession, – en un mot, de quelle spécialité la Providence avait chargé Eugène Delacroix dans le développement historique de la Peinture.”

Baudelaire ci parla in sintesi di “un’arte magica” che permette la traduzione della “parola” in “immagini plastiche”. Rimbaud farà di più, nella sua celebre poesia Voyelles associando prima vocali a colori e in seguito accostando ognuno di questi binomi ad una vera e propria visione. Un continuo transitare di sinestesie, un flusso ininterrotto tra forme cromatiche e alfabetiche in una coreografia vitale dalla quale prendono forma le visioni del poeta “voyant” come si definiva Rimbaud.

Nella sua raccolta di “Illuminations”, la sua poesia va oltre il colore, giungendo alla consistenza di vere e proprie visioni di luce e colore.

 

Le forme in natura: Form is function

Durante i miei anni di Università, rimasi letteralmente folgorata dalla presa di consapevolezza dello stretto legame tra forma e funzione. Sembra banale, scontato, lapalissiano. D’altronde anche un bimbo si rende conto che una forchetta ed un coltello hanno forma diversa perché servono a fare cose diverse. Se ne è reso conto l’architetto L.H. Sullivan, definito come il primo architetto moderno Americano, che non poteva esprimere meglio questo concetto :

«Tutte le cose in natura hanno un aspetto, cioè, una forma, una sembianza esterna, che ci spiega che cosa sono, che le distingue da noi stessi e dalle altre cose. Senza dubbio in natura queste forme esprimono la vita interiore dei sistemi naturali, la qualità originaria, di animali, alberi, uccelli, pesci […]. Nella traiettoria del volo dell’aquila, nell’ apertura del fiore di melo, nella fatica del lavoro duro del cavallo, nello scivolare gaio del cigno, nella ramificazione della quercia che si aggroviglia intorno alla base nel movimento delle nubi e sopra tutto nel movimento del sole, la forma segue sempre la funzione, e questa è la legge. Dove la funzione non cambia, la forma non cambia […]. È la legge che pervade tutte le cose organiche e inorganiche, tutte le cose fisiche e metafisiche, tutte le cose umane e sovraumane di tutte le manifestazioni concrete della testa, del cuore, dell’anima, che la vita è riconoscibile nella sua espressione, che la forma segue sempre la funzione. Questa è la legge» (1)

Di esempi in tal senso in natura ne abbiamo veramente a migliaia. Riflettiamo per esempio sulla grande varietà di forme di foglie e radici adattate all’ambiente: la forma fa la differenza tra vita e morte. Negli ambienti estremi e desertici, ci imbattiamo in forme tenaci, caparbie, resistenti alle intemperie. Forme perfette, efficaci, forme che sfruttano ogni minimo spazio, ogni possibilità infinitesimale, ogni strategia possibile per slanciarsi alla vita.

Ragionando sul concetto di forma e funzione a livello più profondo, non possiamo far altro che spalancare il cuore e la mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Se consideriamo che ogni organismo deriva da un’unica cellula secondo il celeberrimo motto che Omnis cellula e cellula, non possiamo fare altro che stupirci dalla varietà di forme e funzioni cellulari.

Consideriamo per esempio astrociti e globuli rossi. Parafrasando un celebre film, sono “così vicini” uniti dalla loro origine cellulare primordiale, e “così lontani”, differenziati nella loro funzione pienamente contraddistinti nella loro forma.

Ragionare in modo approfondito su questo legame intrinseco spalanca cuore e mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Come non affascinarsi sulla perfezione di una cellula? Come non perdersi nella vastità del mare dendritico di una cellula di Purkinje nella perfezione delle sue ramificazioni?

Come non commuoversi nella contemplazione di micro-organuli presenti nella cellula? La culla della vita è questa, tra forme rotondeggianti e perfette che danzano nello spazio della membrana cellulare. Letteralmente estasiata nella contemplazione della perfezione della biologia cellulare ebbi nel corso dei miei primi anni universitari una sorta di rinnovata conversione nella quale presi profondamente consapevolezza dell’unione inscindibile tra scienza, fede e bellezza. Le forme biologiche sono talmente armoniche, affascinanti e oserei dire “ipnotizzanti” che hanno persino ispirato collezioni di gioielli.

 

La forma della forma: spirali e motivi matematici ricorrenti

Ma la forma non solo è intrinsecamente legata alla funzione ma alla natura della forma stessa. Andando in profondità, osserviamo che la natura usa una sorta di paradigma creativo che declina sia microcosmo sia macrocosmo. Già in epoca antica, dalle prime civiltà agli antichi Egizi, in seguito con Fibonacci nel Rinascimento, fino ai nostri giorni, con lo studio della bio-matematica e dei frattali, la sezione aurea sembra costituire il modulo della tassellatura dell’Universo. Osserviamo così un unico motivo matematico che si ripete nella sua identità nelle galassie, nel corpo umano, nella corolla di un girasole e nell’ embriogenesi di un gasteropode. Gli studi di Leonardo Fibonacci e in seguito quelli del frate francescano Luca Pacioli che ha pubblicato proprio sulla sezione aurea il trattato Divina Proportione, illustrato dallo stesso Leonardo, hanno dato via ad una nuova consapevolezza, una nuova visione del concetto di armonia nell’ arte . Sono numerosissimi i capolavori soprattutto di Leonardo, in cui ritroviamo l’intelaiatura della spirale, del triangolo o del quadrato aureo.

La forma così diventa pura armonia e bellezza. Inevitabilmente la visione di tali forme armoniche e così perfette non può fare altro che suscitare percezioni sensoriali di piacere, rilassamento, di appagamento, che tutti noi abbiamo provato davanti ad un’opera d’arte.

 

Forma e società

In questo percorso in cui abbiamo contemplato la perfezione delle forme, possiamo anche fare il ragionamento inverso. Abbiamo visto che nella forma può risiedere armonia, pienezza, unità. Ma quando manca una forma? Quando la compattezza e l’identità di un’unità fisica, biologica o anche sociale vengono meno? Posso avere vari effetti. Un effetto che chiamerei “ameboide” nel quale come in un’ameba senza forma definita, la realtà perde le proprie connotazioni e caratteristiche. La realtà cambia così continuamente forma in base al substrato solido. Corpi viscidi e mutevoli fanno pensare ad identità cangianti. Dallo stato gelatinoso in questa metafora biologica a quello liquido, in una metafora sociologica il passo è breve . Ci viene incontro Zygmunt Bauman che può essere definito a tutti gli effetti il profeta della “liquidità”, e la liquidità è assenza di forma. Nei suoi saggi, con acume e finezza, il sociologo Polacco ha analizzato le cause del disagio dell’Uomo post-moderno in crisi di identità in relazione al passaggio da una “modernità solida” alla post-modernità liquida dei nostri tempi. Il problema attuale della nostra società sembra essere proprio questo: la perdita di forma. La nostra società non solo è “tagliuzzata” ma manca di coordinazione tra gli elementi diversi. Neanche le nostre vite si salvano, ridotte ad un accumulo di momenti che mancano di armonia, ritmo e coesione. In una parola: Vite senza forma globale o coerente ma frammentata. Personalmente ho la percezione di vivere in una fase di disgregazione di tutto ciò che abbiamo vissuto. In un’epoca di rinnegamento di qualsiasi nostra forma (leggasi radice) storica, religiosa, culturale, familiare e biologica. Non esiste più identità, non esiste più forma, non esiste più ruolo. Ci basti pensare alla globalizzazione in cui sempre più le identità nazionali non sono ben nette e definite. Il concetto di fratellanza e condivisione dei popoli di cultura diversa viene così male interpretato producendo una condizione identitaria scialba ed opaca, Pensiamo all’appiattimento dei ruoli e dei sessi che rende sempre più informe e vago il concetto di famiglia. Ragioniamo sulla perdita della netta definizione dei compiti e funzioni che viviamo in ogni ambito, per esempio familiare e lavorativo. Chi lavora nel mondo della scuola conosce bene questa realtà. La perdita di forma e di “solidità sociale” ha provocato conseguenze pesanti sulla nostra emotività e la nostra psiche. Ansia, depressione, attacchi di panico, frustrazione, sfiducia, scoraggiamento. Tutte realtà che stanno sempre più prendendo piede nella nostra “Società liquida”. Concludiamo così il nostro viaggio attraverso la forma. Magari adesso guarderemo un dipinto o ascolteremo una poesia con una nuova chiave, più consapevole. Magari acquisteremo una nuova visione, più penetrante. Magari svilupperemo una nuova coscienza per la quale la forma è tutto, tutto è nella forma, tutto è forma.

 

Hayat Francesca Palumbo

 

Note

(1) da L. H. Sullivan, The tall office building: artistically considered, in «Lippincott’s Magazine», 57, marzo 1896. Testo di CARLA LANGELLA L’EVOLUZIONE DEL PROGETTO BIO‐ISPIRATO

Per approfondimenti sulla sezione aurea e gli elementi di biomatematica, consiglio i seguenti siti:

http://www.festascienzafilosofia.it/2014/04/sezione-aurea-la-base-di-tutto/ http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1

https://paideiaoggi.wordpress.com/2015/12/12/la-sezione-aurea-espressione-aritmetica-della-bellezza/ http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1


Hayat Francesca Palumbo è docente di sostegno presso un liceo artistico Romano. Laureata in Biologia, ha sentito l’esigenza di completare la sua formazione in campo umanistico proseguendo i suoi studi presso la facoltà di lingue e letterature orientali, con uno sguardo privilegiato alla filosofia e alla poesia.  Alla ricerca costante di nuove chiavi per leggere la realtà ha realizzato un blog ed una pagina facebook Chiavidivita.

 

ottobre 20th, 2017

 

Andrea Barbato: “Chissà se un giorno vivremo in una società che non si vergogni dei suoi rari poeti.”

“Cartolina” di Andrea Barbato, trasmessa da RAI 3, 24 gennaio 1990, ore 20,25. Il testo della “cartolina” è stato inviato da Barbato a Walter Binni l’8 aprile 1991 con un biglietto di accompagnamento: “Gentile professor Binni, Le invio il testo di quella remota ‘cartolina’ che trasmisi in omaggio a Caproni (e un po’ di sdegno al Potere). La ringrazio per la Sua attenzione. Con molta stima, Andrea Barbato”. La cartolina era indirizzata al sacerdote che aveva officiato il rito funebre.

Caro don China,
ieri, nella sua parrocchia romana del quartiere Montesacro, Santa Maria madre della Provvidenza, ci sono stati i funerali di un poeta, Giorgio Caproni. Era un grande poeta, fra i maggiori del Novecento italiano. Così grande, che lei, don Pietro, ha pensato e temuto per un po’ che la sua chiesa fosse troppo piccola per accogliere l’omaggio della prevedibile folla. Intorno alla bara di Caproni, c’erano Binni e Petroni, Accrocca e Ombres, Frabotta e Magrelli. Poeti e letterati come lui. C’era il sindaco di Roma Signorello. C’erano i familiari, naturalmente, qualche amico, qualche ex scolaro. Già, perché Caproni è sempre stato un maestro elementare, oltre che un poeta. Solo poche file di banchi si sono riempite, la parrocchia della Provvidenza è rimasta quasi vuota. Caproni aveva un carattere schivo, viveva appartato, e non si sarebbe rammaricato di quella solitudine. Un rito rapido, un amaro commento del professor Walter Binni sulle assenze del mondo ufficiale, poi tutto è finito. O meglio, tutto comincia ora. Perché un poeta vero – e Caproni lo era – malgrado le assenze oltraggiose, sopravvive. Il fatto che quella chiesa di Montesacro fosse semivuota è solo una minuscola notizia, in una giornata affollata di fatti, di votazioni, di polemiche, di riunioni politiche. La cronaca rimane indifferente.
Eppure, l’assenza di tutti è scandalosa. Dovrebbe far riflettere sul groviglio, sulla confusione di valori che abbiamo creato intorno a noi. Se non c’è lo spettacolo, ha detto Binni, si viene emarginati. La cultura seria non ha cittadinanza, non ha nemmeno onoranze funebri. Non si sa riconoscere neppure dopo la morte chi ha veramente onorato la sua terra. “La poesia di Caproni ha dato un senso alla nostra vita”, aveva scritto Geno Pampaloni. Giusto: ma chi se ne è reso conto? Che l’Italia sia immemore e ingrata con i suoi poeti, lo studiamo nelle storie del liceo. Ed è anche vero che “carmina non dant panem” e che “chi vive di penna vive di pena”. Certo, per un poeta appassionato, ironico, raziocinante come Caproni, è già stato difficile vivere. Ma, a quanto pare, è anche difficile morire.
Ho sotto gli occhi la cerimonia del funerale di Mariano Rumor. Lo stato italiano, praticamente al completo, era inginocchiato nel duomo di Vicenza. Corone, stendardi, corazzieri in alta uniforme. Il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il presidente del Senato, quasi tutti i ministri, le massime autorità dello Stato. Un omaggio funebre certamente dovuto all’uomo che è stato per cinque volte alla guida di un governo. Ma quelle solennissime immagini della diretta televisiva da Vicenza, facevano pensare ancor di più, con un’associazione forse impropria, alla sua chiesetta vuota di Montesacro, don Pietro. La morte, lo sapevamo, non è uguale per tutti.
Possibile, insomma, che non si sia trovato un sottosegretario, un viceprefetto, un funzionario della Camera o del Senato, che rappresentasse lo Stato nell’addio funebre a Giorgio Caproni? Eppure, i versi di questo poeta livornese saranno ancora letti, amati, studiati, stampati, quando il potere attuale sarà ridotto in polvere, e dimenticati gli uomini che lo detengono. Possibile che, al di fuori di quella pattuglia di amici e poeti, la grande schiera degli intellettuali italiani, quelli che si affollano a discutere sul nome del Pci ma anche sulla lana caprina, la gente delle giurie e dei premi, la mondanità culturale dei salotti e dei ninfei… possibile che nessuno abbia sentito l’obbligo di salutare Giorgio Caproni? Davvero conta solo il potere, la macchina spettacolare della politica, il modello del successo?
Era già accaduto. Ricordiamo, come unico esempio fra tanti, lo scandalo di quel funerale dell’87 a Montecarlo di Lucca, quando dietro al feretro di Carlo Cassola (che aveva arricchito con i suoi scritti editori e produttori cinematografici), c’era solo Mario Capanna. Caproni ha vissuto una vita senza potere, senza aneddoti. Aveva suonato il violino, fatto la Resistenza in Val Trebbia, insegnato ai bambini delle elementari. La sua poesia è stata definita un controcanto ironico, una straordinaria prova stilistica, la testimonianza di un laico appassionato. L’estate scorsa era venuto qui in uno studio della Rai, a ricordare il ventennio della Luna, che gli aveva ispirato dei versi. Certamente, non avrebbe voluto alcuna cerimonia solenne: ma la vergogna dello Stato assente non è meno bruciante per questo. “Sono giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento”, scriveva Caproni. Chissà se un giorno vivremo in una società che non si vergogni dei suoi rari poeti. Un saluto da Andrea Barbato.

 

P.s. da tale “cartolina” (in cui sussiste il refuso “Montesacro” anziché “Monteverde“) ho preso le mosse questa mattina per la mia riflessione sulla poetica di Giorgio Caproni presso il liceo E. Majorana come annunciato in precedenza. Un testo da rileggere senz’altro quello in oggetto, credo, per acutezza e forza d’attualità nonché la consapevolezza del valore dei versi lasciati del grande Livornese (a/m).

 

ottobre 17th, 2017

L’ULTIMA ESECUZIONE

Piccolo dramma dei nostri tempi in versione comica

In scena dal 18 a domenica 22 ottobre al Teatro San Genesio

 

di Manuela Minelli

 

 

Sul pianerottolo di un palazzo della periferia romana si deve eseguire uno sfratto. All’appuntamento sono presenti un ufficiale giudiziario e il rappresentante di una banca milanese, nuova proprietaria dell’immobile. La destinataria dello sfratto sembra non essere in casa, ma da dietro la porta si sente il pianto e la voce di un bambino. Sopraggiunge anche un giovane medico che, per legge, deve presiedere allo sfratto come ausiliario. Incuriositi, sul pianerottolo si aggiungono altri inquilini dello stabile, tutti prossimi destinatari degli sfratti programmati dalla nuova proprietà.

La circostanza accende gli animi dei presenti, catalizzando l’ostilità verso il rappresentante della proprietà intervenuto all’esecuzione.

Uno scombinato professore di filosofia (Valentino Pucciarelli) approfitta di quell’assembramento sul suo pianerottolo per sciorinare un’orazione sovversiva. La porta si aprirà, ma le sorprese non mancheranno.

“L’ultima esecuzione” è una piccola vicenda moderna, presentata in chiave comica, per raccontare le asperità di questi tempi in cui non c’è più nessuna attenzione verso chi non riesce ad evadere dai debiti e dal bisogno.

La commedia inedita e scritta da Fabio Salvati, ha la regia di Daniela Coppola e sarà in scena al Teatro San Genesio da questa sera a domenica 22 ottobre.

Un piccolo quadretto di una vicenda urbana per raccontare questi tempi in cui lo smantellamento di ogni valore o categoria umana, per mano del Mercato, è avvenuto senza nessun ostacolo – sintetizza l’autore Fabio Salvati.

Ne “L’ultima esecuzione” il tema dell’arroganza del potere viene affrontato in tutte le sue componenti. Il pretesto narrativo è lo sfratto di un appartamento occupato da una giovane madre che, nello sfinimento di un mutuo non più sostenibile, ha perso il passo dei suoi debiti e in definitiva della stessa realtà. Gli spalti affollati, e tutto sommato ancora solidali, non restano impassibili, ma approntano un’empirica resistenza, insorgendo ognuno con i propri strumenti.

 

Con, in ordine di apparizione: Vincenzo Marano, Luciano Ciamillo, Annarita Mannozzi, Alessandro Bevilacqua, Elena Salvati, Valentino Pucciarelli, Alessandro Bonì.

La regia è di Daniela Coppola ed è coadiuvata da Veronica Matrisciano (assistente alla regia, fotografia e grafica), Sonia Gallo (assistente di scena), Riccardo Polimeni (scenografia) e Andrea Catalini (luci e audio).

 

Teatro San Genesio – via Podgora 1 (rione Prati-Delle Vittorie)

dal 18 al 21 ottobre ore 21.00 – domenica 22 ottobre ore 18.00

 

info e prenotazioni: tel 329.7812476 – 06.3223432

infolalberodellaneve@gmail.com –

www.lalberodellaneve.it