dicembre 11th, 2017

 

SCRIVERE TEATRO. MORAVIA DRAMMATURGO

Casa Moravia / Lungotevere della Vittoria, 1 – Roma

 

14 dicembre ore 19 Letture di Vittorio Viviani, attore

Introduzione e analisi di Eugenio Murrali, giornalista

 

Scrivere teatro. Moravia drammaturgo, un incontro-performance, un appuntamento speciale a Casa Moravia, prima della pausa natalizia. Letture da Dialogo tra Amleto e il principe di Danimarca (1928); Il teatro comico (1934); La tragedia (1935); Dialogo tra Gertrude e la Signora Stein (1984).

 

[…] “Fin da ragazzo ho avuto l’ambizione di scrivere teatro, e non romanzi. Le mie letture preferite, a 13- 14 anni, erano Shakespeare, Molière, Goldoni. Naturalmente divoravo anche i greci, i massimi teatranti esistiti. Lo penso ancora adesso. Drammi come l’Antigone o come l’Edipo re sono insuperabili. Però, a un certo punto scelsi il romanzo: mi piaceva raccontare. Anzi, mi venne l’idea di fondere la tecnica del romanzo con la tecnica teatrale, e da qui è nato “Gli indifferenti”. Tutti ne hanno parlato come di una critica alla borghesia. Non è vero. Non pensavo alla borghesia. Lavoravo col materiale disponibile. Le mie idee erano letterarie, non sociologiche”. Questa chiave teatrale ha influito anche in seguito? “Sì, assolutamente. Se si analizza meglio, i miei circa quindici romanzi poggiano su uno schema teatrale. Mi spiego: non esiste quello che si può definire il romanzo “proliferante” con annessi, connessi, cognati, agnati, parenti, società, eccetera. Finiscono sempre per restare quattro o cinque personaggi. Sono drammi mascherati da romanzi. E l’impianto rispetta le regole classiche, le unità aristoteliche. Tutto dipende da una mia convinzione: il teatro è luogo religioso per eccellenza dove si parla dei problemi del mondo. Invece il romanzo, l’ho detto e lo ripeto, è nato nelle stalle: racconta i fattacci, i fattarelli, la vita quotidiana, gli intrighi, le cose intime. Il teatro ha una dignità ben altrimenti alta, al punto che, se morisse, certe cose non si potrebbero più dire. E purtroppo temo che il teatro non sopravviverà”. […]

da un’intervista di Rodolfo Di Giammarco, La Repubblica 20 novembre 1984 [Ingresso libero fino a esaurimento posti]

 

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Ufficio Stampa

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dicembre 10th, 2017

 

Note letterarie

 

Ricerca “anti-lirica” e ritorno alla “narrativita” poetica nell’opera letteraria di Attilio Bertolucci. La revisione critica dell’Ermetismo, l’adozione di uno stile poetico meno rarefatto, piu’concreto, trovano le prime significative espressioni nell’opera di Eugenio Montale e precisamente nelle sue ultime raccolte, tra cui “Satura” (1971) dove il poeta ligure al tradizionale discorso lirico-soggettivo sostituisce uno stile prosastico, colloquiale. Ma e’ in Attilio Bertolucci, come in Sandro Penna e in Giorgio Caproni che si evidenzia con maggiore chiarezza il rinnovamento post-ermetico: il superamento del soggettivismo lirico, il ritorno alla “narrativita’”poetica e alla migliore tradizione italiana, in virtu’ della scelta anti -novecentista di una poetica che si distanzia dall’epigramma “fulmineo ed evocativo” dell’Ermetismo e tende ad una adesione concreta alle cose e ad un più solidale colloquio con gli uomini. Da tale consapevole scelta hanno origine mirabili prove poetiche di A. Bertolucci, quali” La capanna indiana”(1951): elegia autobiografica raccolta intorno agli affetti familiari e ai luoghi dell’infanzia; “Viaggio d’inverno” (1971): monologo interiore con momenti di dialogo tra l’io e la natura; “La camera da letto” (1984): poema o romanzo in versi, come lo stesso autore definisce l’opera che si snoda tra realtà e fantasia.  Suggestivo l’incipit di “Fantasticando sulla migrazione dei maremmani”….Dalle maremme con cavalli, giorno/e notte, li accompagnavano nuvole/ da quando partirono lasciando si/dietro una pianura / e dietro la pianura il mare e l’orizzonte/ in un fermo pallore d’alba estiva…”

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

dicembre 9th, 2017

Con vivo piacere e gratitudine pubblico “l’affettuosa lettura” di Tiziana Marini relativa alla mia silloge Scolpire questa pace.  Si tratta in effetti di un generoso e critico abbraccio da parte della poetessa nei riguardi della suddetta silloge, fino a coglierne, credo di poter dire, le ragioni profonde che l’hanno portata alla luce…a/m:

 

‘’Scolpire questa pace’’ di Andrea Mariotti, (Ed. Tracce, 2013) nell’affettuosa lettura di Tiziana Marini

 

 

 

Un titolo particolarmente significativo questo della silloge ‘’Scolpire questa pace’’di Andrea Mariotti (Ed. Tracce, 2013) autore di una poesia priva di retorica, antilirica, realistica e civile in cui confluiscono gli aspetti più problematici dei nostri tempi e i sentimenti più autentici, legati alla famiglia e all’amicizia in un mix emblematico e policromo, come a voler significare che la personalità di un poeta ha mille sfaccettature, mille voci e che gli opposti non si escludono ma al contrario si intersecano, coincidendo alla fine in una sinergia potentissima. ‘’Scolpire’’ sottolinea come la pace, effettuale o ideale, sociale o individuale sia qualcosa di non scontato, qualcosa da modellare a colpi di scalpello come il marmo o forgiare appunto come un metallo, con impegno e  lavoro,  anche con le parole della poesia e, nella fattispecie, con uno sguardo acuto ed ironico  tendente a dissacrare con disincanto, gli errori-orrori dei nostri tempi cogliendone gli aspetti più problematici, contraddittori, paradossali e talvolta grotteschi e ben sapendo che nulla può essere ricostruito senza demolire ciò che tentenna, ciò che non ha solide fondamenta. La poesia, sia nel suo essere civile e morale ma anche nella sua dimensione piu’ introspettiva, può raggiungere  questo scopo raccontando  la storia, la società, lo spirito dei tempi e l’anima individuale con arguzia, sincerità e onestà intellettuale, come tutti i più grandi autori, del resto,  da sempre hanno saputo fare. Così il nostro autore.

 

 

Le poesie della silloge sono suddivise in brevi sezioni: “Dissidenze”, “Introspezioni”, “Poppe e sismi”, “Mutatio Animi”, “Caro endecasillabo”…, “Dolenti note”, “Sta come torre ferma”. In esse l’Autore esprime con forza le sue ‘’dissidenze’’ e i malumori nei confronti di un mondo apocalittico, tecnologico,  di una società videodipendente, Truman show dell’anima, una selva oscura come ci dice Mariotti nella poesia ‘’La speranza dell’altezza’’, ‘’ Ci ritroviamo per una selva oscura, / ha detto il New York Times;/ e d’immondizia a Napoli e’ spuntato / un Vesuvio bis, alla cui vista/ riscopriamo la potestà del ratto…’’,  in cui si muovono ‘’tecnoarpie’’, ‘’gorgoni’’, ‘’grandi esteti’’, ‘’tetragoni commercialisti’’, ‘’grandi fratelli’’. ‘’tecnoparadisi’’, contro i quali l’Autore auspica ironicamente il ritorno del Pelide Achille, magari contattando direttamente Omero via posta elettronica ‘’…A questo punto non sarebbe male / far muovere il Pelide contro di essa / in tempo reale; rispondimi, ti prego,/ mandami una mail!’’. Tutto questo mentre ci giungono echi di guerre lontane ma non troppo, perché ogni guerra ci riguarda da vicino, e terremoti invece vicinissimi.

Pungente ironia dunque ma anche di tanto in tanto il bisogno di pause in cui rimirare la natura o ascoltare l’amato Beethoven, antidoti  necessari affinché scenda una vera pace nell’anima. Con rapidi e bellissimi versi e pennellate intense, Mariotti riposiziona lo sguardo, volto prima verso un mondo frenetico e banale e guarda una natura accarezzata dalle note dell’amatissimo Beethoven. Ecco i cari luoghi ai confini dell’Umbria, ‘’Placido galleggia il Soratte / sulla valle del Tevere….Beethoven, può scolpire questa/ pace sofferta  e non in vendita’’. Ecco le cime del Gran Sasso in ‘’Quella notte d’Aprile ‘’…zanne / d’un elefante acceso d’ira / per l’umana miopia’’. Ecco la consolazione che offre la bellezza dell’arte, quella di una Madonna del Latte per esempio che accompagna e dipinge  i  fremiti dell’anima in autunno o una Vergine di Misericordia ‘’alta più di duemila metri…’’ in Val di Landro. Ecco le foreste del Casentino ‘’…tu mi plachi, o foresta fitta e cupa / ma misericordiosa di Camaldoli!’’. Ed ecco il mondo degli affetti pronto a salvarci. In ‘’Primo giorno d’estate’’, poesia dedicata al matrimonio di due cari amici, l’amore è visto come il bene più prezioso, la speranza ‘’…Ma il vostro amore / dice, Alessandra e Giovanni, che noi, / gli umani, non finiremo di incontrarci’’. In ‘’Tiziana’’, la poesia dedicata alla nipotina lontana di tre anni, c’è tutta la dolcezza della nostalgia che si esprime attraverso il ricordo e si consolida con il conforto del tempo a venire ’’…il mio piccolo giardino per l’inverno, sei’’. In ‘’Melodia’’ si leva il canto per una fanciulla, simbolo di speranza e giovinezza, ‘’ebbra d’amore per la vita’’, sottolineato dalle note di Beethoven che ne esaltano ‘’…La freschezza del suo cuore / non incantato dalle tenebre…’’In ‘’Cabaletta’’, una gita in bici e il ‘’lento e antico’’ Tevere, placano l’animo del poeta ‘’…Ivi, tornando con la mente / a mie pene, eccolo a placarmi, il fiume, / col suo correre lento, antico e saggio ’’ mentre  in ’’Tramontana di San Lorenzo’’, si avverte il peso di un’amara serenità e di una solitudine accettata, mitigata solo dalla bellezza ‘’…Morte saggia, serena, quella/ almeno mi spetta; e di bellezza / nel frattempo vivrò, / di quella / pace che avverto dentro di me’’. Una serenità sofferta dunque ma grazie alla quale Mariotti riesce perfino a distaccarsi dalle incongruenze e dagli affanni legati al vivere quotidiano ritagliandosi, nel tessuto aggrovigliato del vivere, spazi di libertà. In ‘’Open space’’ ci dice infatti ‘’…In pausa-pranzo, in breve / raggiungo il dilettoso monte. / Dal viale di Trastevere, eccomi / infatti prendere di petto / la scalea Ugo Bassi per mirare / i tetti e le cupole di Roma; / e i monti del Lazio, all’orizzonte’’. E se un bellissimo panorama può liberarci da un vivere che ci va stretto, così anche un semplice, unico albero, nella fattispecie una quercia, può esserci d’esempio per imparare a resistere alle intemperie del nostro tempo e alle tempeste interiori, come appare chiaro nei bellissimi  versi di ‘’Alla quercia di P. da Palestrina ‘’…sicché t’abbraccio socchiudendo gli occhi…/ o roverella invisa alle bufere, / insegnami a resistere alla pena / di vivere insabbiato!…’’.

 

 

Viene da lontano la poesia di Mariotti, da una tradizione che affonda le sue radici nella poesia  greca e latina, in Petrarca e Leopardi, nel sonetto, ma lo fa in modo del tutto originale e spontaneo benché il verso sia cesellato in ogni dettaglio,  sapientemente costruito con raffinata eleganza di forma e contenuto anche laddove quest’ultimo sembrerebbe di difficile trattazione in poesia. Un’ispirazione profonda caratterizzata da un’amarezza, da un dolore di base spesso mitigato, sdrammatizzato ma per paradosso  reso più acuto e quasi  amplificato da una sincerità volutamente leggera,  ecco quello che,  tra i tanti altri aspetti, ci colpisce di questa silloge preziosa ed intensa di allegorie, metafore, visioni, tese tutte a costruire finalmente  la pace  dell’anima.

 

Tiziana Marini

 

 

dicembre 8th, 2017

 

Con piacere propongo alla lettura la seguente poesia di Mauro Corona, la cui prima strofe in particolare è qualificata da un ritmo incalzante generato da enumeratio (coi verbi in posizione forte negli a-capo dei versi a mettere sempre più a fuoco la veduta, dimodoché d’una poesia dipinta da Canaletto si potrebbe quasi parlare per l’effetto di pacata esattezza trasmesso al lettore). Ma ecco la lirica in oggetto…(a/m):

 

 

Duttile il sole

si disegna ambiguo nei mattini

si riappropria di ciò che ha perso con il buio

asciuga quel che la notte materna ha bagnato

cancella l’incanto delle lampade accese per le vie

fa emergere le forme dal nulla

contorna d’ombra i pieni

scava fiordi di luce tra le case

i pini accende del suo muto fulgore

 

Vanno trionfanti d’ignoto i corpi

prima trepidi, delicati e spenti

in quell’inondare in cui non si annega

ma si aumenta in percezione

 

Nei giardini le foglie dell’estate

si allineano nella stessa direzione

verso la luce che splende indifferente

 

Oltre sono i vicoli e i portoni

e poi le soglie, le scale, i muri

oasi d’ombre, spiriti domestici antichi

raccolti spazi abituali e veri

in cui il visibile nuovamente si dissolve

ed ogni cosa trova un giusto posto

 

Inavvertito sale e si frantuma il tempo

si scolla piano ciò che non può essere diviso

frana sulle parole dare e avere

 

Fuori, nel cielo occiduo, le chiome dei pini

sono dei neri cuori

 

 

(08/07/2017)

 

Mauro Corona

 

P.S.  foto dell’autore

 

 

dicembre 7th, 2017

 

CROCE BINATA

 

(a Nina il 28 novembre, quando

tutta Roma aveva il Santo Spirito

in Sassia: fulgore e croce binata…)

 

28 novembre

 

Mattinata cruciale: Lei s’è fatta le treccine:

sei – sinuose graziose, e bipartite in sorriso…

come per una festa egualmente della vita

e dei suoi doni. Bella, dimagrita, fiorisce

una patina d’ansia, sposa un’ombra di dolore

che si fa doratura. Un’elegante borsa media

di cuoio raccoglie le sue cose, indumenti e

quaderni, matite, medicine: una vita in

pillole e parole, per ogni viaggio dell’anima.

Ordine, ostinazione, gentilezza… Ma qui

il corpo è vampiro, la vita lo ha ammalato.

Lo curerà la vita, e il suo destino dolce e

inesorabile – l’Amore. Doratura dell’ombra.

 

 

29 novembre

 

Oggi il cielo resta grigio, vietato, umiliato

il celeste. Ma vari angeli sono scesi quaggiù,

e mi confortano! Hanno ali un po’ dolenti,

che non si vedono… Nomi in salmodia

d’amicizia: Anna/sorriso, Gian Piero/dialogo,

Patrizia/rito-pensiero… La pioggia è un lieve

pianto cittadino che accarezza, fa la doccia

ai gabbiani. Ogni anima è in volo, una virgola

bianca che si sposta, rasserena lo sguardo…

E cura, cuce in cuore quello strappo d’azzurro.

 

 

30 novembre

 

Lassù, qualcuno la ama? Oh, quaggiù

senz’altro… Ora Nina è una stella emaciata

che dorme, con l’agocannula al braccio…

La morfina le consente, amico le concilia

il dolore, e forse l’incubo s’è addormentato

in un sogno tutto bianco… Fasciature come

paramenti, seni in martirio e ferite/arabeschi

Una madonnina cinquantenne eternamente

giovane, crocifissa al suo letto. Nell’Ospedale

Dio s’annida ovunque, ma bussa più forte

per entrarci in cuore: e salvarci Cuori.

 

 

1 dicembre

 

S.Spirito, terzo piano, chirurgia donne,

stanza verde… “Ma come sta Ninetta?”,

“Auguro ogni bene e pronta vittoria”,

i messaggi si susseguono: “È tornata a casa?

Si deve combattere”. “Coraggio! Si risolverà”…

Dirlo a ciascuno e a tutti – ripeterlo come una

notizia che non lo è, ma lo diventa: e privata

diventa pubblica: Nina sta meglio ma il linfonodo

era preso, hanno scavato l’ascella per analizzare

gli altri. Dovrà fare la chemio, combattere ancora

 

1 dicembre

 

Croce binata, non significa solo curiosità

araldica, o storiografico enigma liturgico

(Croce di Santo Spirito, lunga, a doppia

traversa, le estremità biforcate, d’argento)…

Croce binata oggi per me potenzia… addirittura

il dono, il sacrificio della croce divina –

sommata però all’umile, semplicissima pena

umana… Due croci sono in fondo l’essenza

stessa dell’Uomo: quella sacra, oh da pregare!,

e l’altra invece tutta da vivere, dolorosamente

umana. Perché oggi si trasfigurano insieme?

 

 

2 dicembre

 

Esco dall’edificio come riattraversando tutti

i secoli della Storia da cui veniamo, e che a noi

tornano – ma come giunge un angelo stanco

del quotidiano e della sua custodia… Il Duecento

che lo decise, il Quattrocento che l’ampliò (e in cui

bruciò, come per una caparbia eresia riformista: ma

anche poi lo rifece, l’onorò di un alto, immenso

Ottagono, simulacro forse d’ogni virtù sublime…

Ultime migliorìe, attorno al 2000, quando anche

la Croce Binata più non reggeva il suo stesso peso…

“Vi sono vicino con il cuore”… “Con l’affetto e la

trepidazione di chi conosce ‘la porta stretta’…”. Cancello

messaggini cari, e ne entrano altri… Quello di Nina

il più bello: “Ti lascio insieme all’Angelo delle ragazze

in gamba (anche i ragazzi, direi). Tanto amore a Te“…

 

3 dicembre

 

Il paradiso può attendere… “E l’inferno è

certo”… Così si mischiano, s’abbracciano

anche i titoli: cinema romanzo e poesia… Eliot sì,

che lo sapeva: “l’umanità / non sa reggere un eccesso

di realtà”. Helène, che è vera amica, mi conferma

l’originale: “human kind / Cannot bear very much

reality.”… Talvolta, se non stacchiamo, impazziamo

da sani. Talvolta, duole ogni verso, e non lenisce

il dolore – nostro, ma ancor meno l’altrui… E mai

si stacca in cuore, finché esso pulsa vita: vive anzi,

l’Amore, del nostro amore – riamato… Nina Gradiva

che ora cammina lenta in corridoio, tre drenaggi

in mano – ampolle di plastica, come rito alchemico,

goccia a goccia, il sangue anemico che si risana.

 

 

4 dicembre

 

Esco a via dei Penitenzieri, percorro crocicchi

e traverse, misuro passo a passo, sfiorandoli,

palazzi e vestigia di secoli… Il nobile selciato

di Borgo: impiantato, martellato sulla stessa

terra e cenere del terribile incendio che Raffaello

affrescò… Via della Conciliazione poi demolì

e sgombrò i millenni – come spesso fa la Storia –

tutto ciò che affollava e chiudeva, tarpava…

l’effetto scenografico, l’apertura dello sguardo

verso la cupola e il suo massimo tempio, lucore

di Fede… Ma la Croce binata mi resta dentro,

effigie e missione che anche ai laici assegna,

impartisce un dovere: un credo. Dorare l’ombra!

 

 

5 dicembre

 

Sovrapporre, assommare il Divino all’Umano,

due orizzonti raddoppiati in verticale. E torna

il vento, a schiaffeggiarci creature, questo freddo

sano, a istigarci calore. Amore doratura dell’ombra.

Ogni anima è un volo, passeggia se riposa le ali…

E le ali sono proprio le braccia, arti umani per

ambire al cielo… Le tue, oggi, sono ancora bucate

d’aghi, un po’ gonfie per èdemi o sogni di rinascita.

“E ti dirò / di non temere / il nero che non scontorna /

la sua certezza”… Ninetta, fuori è luna piena, candore

d’iperuranio che le infermiere non sospettano, ora

che annunciano la terapia, e cacciano amabilmente

i parenti in visita, gli amici ciacoloni, estroversi

 

 

6 dicembre

 

Croce binata: da accettare e ripensare oltre i canoni.

Un po’ di febbre t’arrossa il viso… O è l’amore che

si stupisce d’essere ancora identico, come quando

iniziò, seminò il cielo… Tutta la notte ha ora per

sognarsi da sveglio, poi addormentarsi assieme

ai templari e ai mostriciattoli della saga gloriosa

d’ogni malattia. Passeranno i chirurghi!, domattina –

i paladini cioè d’una Crociata che nessuno cantò, ma

puoi rivivere. Mastectomia totale, la tua battaglia:

ma si vince la vita, la fede che risana… Il miracolo

è questo, piccolo e bianco: come fascia che chiude

una ferita, la conforta. Croce binata: cicatrice di cielo.

 

 

                                                      Plinio Perilli

 

 

dicembre 5th, 2017

 

Come l’inverno addolcisce rapido

quest’anno non è ancora finito

gennaio eppure la luce s’attarda

sulle tenere cime delle case

ad augurarci presto un tempo

di Crepuscoli raggianti… Oh cuore, quando

sarà quel tempo (Attilio Bertolucci)

 

All’Aleph in trastevere Giovedì 07 dicembre 2017 alle ore 17,30

                    un Ricordo di Attilio Bertolucci 

 

con i critici 

Paolo Lagazzi e Gabriella Palli Baroni

 

Curatori delle Opere nel Meridiano Mondadori a Lui dedicato  (Milano – 1997)

e degli Inediti ora pubblicati nel volume

 

IFUOCO E LA CENERE

Versi e prose dal tempo perduto

( Edizione Diabasis – Parma – 2014)

 

Leggerà Giulia Perroni

 

La Vostra Presenza è particolarmente Gradita

 

Luigi Celi Giulia Perroni

 

 

 

 

Associazione Aleph

Vicolo del Bologna, 72

00153 Roma

www.associazionealeph.it

 

dicembre 4th, 2017

 

Sulla attualità della poesia di Giorgio Caproni

 

 

ARPEGGIO

 

Cristo ogni tanto torna,

se ne va, chi l’ascolta…

Il cuore della città

è morto, la folla passa

e schiaccia – è buia massa

compatta, è cecità

 

 

…su tale poesia inclusa nel Muro della terra (1975) ho insistito di recente nel mio intervento critico presso il Liceo Scientifico E. Majorana di Roma riguardo all’opera in versi di Giorgio Caproni (prendendo naturalmente le mosse dai Versicoli quasi ecologici della scorsa Maturità). Avendo infatti affrontato nel 2015 (sempre al Majorana) la poetica di P.P. Pasolini con particolare e doverosa attenzione alle Ceneri di Gramsci, non è stato difficile giorni addietro mostrare agli studenti la marcia in più e di bruciante attualità del poeta Caproni rispetto a Pasolini. Avvalendomi di un felice enunciato di Geno Pampaloni circa l’assenza di “bacilli sociologici” nella poesia del grande Livornese, ho insomma cercato di far comprendere bene come questo poeta non abbia mai dismesso la lira, anche nel caso della polemica condivisa con l’amico Pasolini in merito ai processi di alienazione delle coscienze connessi al consumismo. Senza intervenire a gamba tesa sulla scena letteraria al pari di Pasolini -forte quest’ultimo d’una “poesia della ideologia” nelle citate Ceneri– Caproni nella sua fiera riservatezza ha coltivato per tutta la vita “il baco della letteratura” (per usare le sue stesse parole a proposito della prima giovinezza) distante dalle mode (anche dalla terzina dantesco-pascoliana ricreata da Pasolini proprio nelle Ceneri); crescendo quindi per forza endogena nel tempo. Davvero la mirabile rima “passa/massa” del poeticissimo Arpeggio del 1965 qui riportato è farina tutta caproniana, di un poeta-musicista (rammentiamo il diploma conseguito in gioventù a Genova in violino e composizione) che nella sua suprema maniera metafisica della tarda maturità e vecchiaia ha dato conto -e a quali altezze espressive!- del Nulla, anzi del Poco, ripensando ad una acuta osservazione di Italo Calvino. Poeta arioso, esatto, geometricamente elegante, “cerimonioso” e amaramente ironico è stato l’ultimo, memorabile Caproni; e oggi tutto ciò appare sempre più chiaro a lettori di diverso palato, ben al di là dei confini nazionali.

 

Andrea Mariotti  (ottobre 2017)

 

P.s. il breve scritto in oggetto è apparso su numero extra di dicembre della Rivista Kenavò, fondata e diretta da Fausta Genziana Le Piane

 

 

 

novembre 26th, 2017

 

EMOTICON

 

Più non mi parla occulto in libreria

il dizionario di greco, di me

si vergogna per essermi piegato

alle faccine ovvero all’afasia

rispondendo ai messaggi su whatsapp.

Sbrigativa sintassi oggi vantiamo

giacché il tempo è tiranno; questo l’alibi

degli australopitechi in noi latenti.

Arcadia e Crusca un brutto sogno udite,

o lirici dei social in crescendo!

allergici poi siam tutti al telefono

fisso, patetico rudere di ieri:

d’uopo i messaggi, le chat e le mail…

dove stai andando, umanità perduta?

negli autobus li vedi i nuovi oranti,

le teste curve sui sacrali schermi

in viaggio verso l’idiozia, o noi

dal gregarismo ludico guidati!

 

 

Andrea Mariotti, poesia inedita, novembre 2017

 

 

 

novembre 25th, 2017

(“cliccare” per ingrandire”)

 

IL PRIMO FONTE DELLA FELICITA’ UMANA NELLE STORIE DI PINELLA GAMBINO

 

Un nuovo tuffo nella fantasia è senz’altro questa storia di Pinella Gambino successiva a quella di Martino (il cavalluccio marino che credeva di essere un bambino). Una soffusa poeticità intride infatti la vicenda di Rotolina, staccata dalla “madre” per “piccole fratture”, “erosioni del vento e della neve” in montagna e precipitata in un fondovalle focalizzato sulla vita scolastica di ragazzi avvelenati dal bullismo. Come dire un freudiano scontro (dominato dalla scrittrice siciliana) fra il principio di piacere – “nell’ascoltare racconti…poiché porgendo l’orecchio a cose gustose svaporano gli affanni” (dal Racconto dei racconti di Giambattista Basile)- e il principio di realtà, in quanto agli occhi della piccola roccia consapevole si dischiude un mondo fatto di soprusi, incomprensioni e finanche angosce degli umani. La presente prefazione non intende negare al lettore il piacere di scoprire nei particolari l’intreccio della storia di Rotolina; più importante mi sembra chiedersi se il testo in oggetto, da ascrivere alla “letteratura per ragazzi” – testo nel quale Pinella Gambino trasfonde davvero il suo talento antico, in qualche modo prelogico– non vada bene anche per gli adulti. Ebbene, la risposta non potrà che essere positiva; nel senso che, in chiave antropologica, nelle storie della Gambino l’odierna e arrogante cultura delle immagini che ci tiranneggia -così efficacemente analizzata da Vittorino Andreoli in suo profetico saggio del 2007 dal titolo La vita digitale– viene felicemente contrastata dal flusso potente dell’immaginazione. Ascoltiamo in merito Giacomo Leopardi: “L’immaginazione come ho detto è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice. Lo vediamo nei fanciulli…” (Zibaldone, 168; luglio 1820). Nella storia di Rotolina quasi irresistibile si rivela -a partire dalla minuscola pietra, frutto d’intuizione creaturale della Gambino- la forza di personificazione capace di far parlare torrenti, aquile, castori e gufi; in quell’ambiente di montagna governato da un principio d’armonia e improvvisamente inquieto per le vicissitudini cui è andata incontro la piccola, pietrosa sorellina. Chi scrive è stato particolarmente colpìto da quanto succede nel capitolo settimo all’aquila Grisilde una volta che si è alzata in volo in soccorso di Rotolina: “ Iniziò a volare a bassa quota, seguendo le curve del torrente. Perbaccolina alata -si disse- quante meraviglie possiede la terra! E si abbassò fin quasi a sfiorare le cime degli alberi, mentre la panoramica si allargava sugli animali al pascolo. E quei colori…quel verde, giallo e marrone che sfumando si mischiavano, davano origine ad un tappeto di velluto, dove nessun colore primeggiava, ma tutti insieme allargavano il cuore. Era il respiro della vita…e per un attimo Grisilde si scordò di cosa era venuta a fare, e del compito che le era stato appena affidato”. Ecco, nell’improvviso “vuoto di memoria” di Grisilde, aquila leggermente svampita, si può forse cogliere l’acme di quella soffusa poeticità vibrante nelle pagine della Gambino; senza superficiale approccio circa la vicenda di Tino (il ragazzo vittima di bullismo): vicenda debitamente integrata in un testo di fantasia comunque orientato a far riflettere sul mondo reale. Non è difficile in conclusione prevedere sviluppi sempre più interessanti dell’arte narrativa di Pinella Gambino, che ringraziamo per questo suo dono frutto di autentica ispirazione.

 

 

Andrea Mariotti (2016)

 

 

 

novembre 23rd, 2017

 

IL CASO PIRANDELLO

MOSTRA PER I 150 ANNI DALLA NASCITA

TEATRO DI VILLA TORLONIA

CASA MUSEO DI PIRANDELLO IN VIA BOSIO

23 Novembre 2017 – 14 gennaio 2018

giovedì, venerdì, sabato: 10.00-13.00 e 15.00-18.00

domenica: 10.00-16.00

Ingresso libero

Con il sostegno del Mibact

“Il caso Pirandello” celebra a Roma, nella Casa museo del drammaturgo di via Bosio e nel vicino Teatro di Villa Torlonia, i 150 della nascita di uno degli artisti italiani più conosciuti al mondo e che ha profondamente influenzato la cultura del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1934. La mostra – che si sviluppa fra due poli espositivi, il Teatro di Villa Torlonia e la vicina Casa Museo di Pirandello – propone all’attenzione del pubblico un insolito percorso biografico, artistico e personale, con immagini spesso inedite, oggetti e momenti di vita quotidiana, che, insieme alle opere dell’artista e alla sua voce, abitano nei suoi luoghi e ce lo raccontano. Si possono così o così ascoltare le parole di Pirandello in una delle poche registrazioni rimaste, o vederlo in alcuni filmati rarissimi, come quello della premiazione del Nobel a Stoccolma nel 1934. Si possono scoprire faccende di famiglia e passioni private e intanto seguire la sua attività di scrittore, attraverso preziosi documenti autografi, e quella di autore teatrale, soffermandoci sulla importante stagione delle riletture moderne della Compagnia dei Giovani, di cui si espongono i costumi di scena. Tra le particolarità della mostra, ecco Luigi Pirandello pittore, con dodici suoi dipinti originali, rarissimi da vedere, e altre opere grafiche, fra il Teatro di Villa Torlonia e la Casa museo. Qui si incontrano l’artista e l’uomo, attraverso lettere, manoscritti, la biblioteca privata, il diploma del Nobel, gli abiti e gli arredi. Fino alla coinvolgente installazione virtuale, creata per l’occasione, che animerà lo studio di Pirandello: spazio suggestivo, popolato ancora dai suoi personaggi.

Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo – Studio di Luigi Pirandello
Via Antonio Bosio 13b – 00161 Roma. Tel. 06.44291853
www.studiodiluigipirandello.it  posta@studiodiluigipirandello.it