novembre 23rd, 2017

 

IL CASO PIRANDELLO

MOSTRA PER I 150 ANNI DALLA NASCITA

TEATRO DI VILLA TORLONIA

CASA MUSEO DI PIRANDELLO IN VIA BOSIO

23 Novembre 2017 – 14 gennaio 2018

giovedì, venerdì, sabato: 10.00-13.00 e 15.00-18.00

domenica: 10.00-16.00

Ingresso libero

Con il sostegno del Mibact

“Il caso Pirandello” celebra a Roma, nella Casa museo del drammaturgo di via Bosio e nel vicino Teatro di Villa Torlonia, i 150 della nascita di uno degli artisti italiani più conosciuti al mondo e che ha profondamente influenzato la cultura del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1934. La mostra – che si sviluppa fra due poli espositivi, il Teatro di Villa Torlonia e la vicina Casa Museo di Pirandello – propone all’attenzione del pubblico un insolito percorso biografico, artistico e personale, con immagini spesso inedite, oggetti e momenti di vita quotidiana, che, insieme alle opere dell’artista e alla sua voce, abitano nei suoi luoghi e ce lo raccontano. Si possono così o così ascoltare le parole di Pirandello in una delle poche registrazioni rimaste, o vederlo in alcuni filmati rarissimi, come quello della premiazione del Nobel a Stoccolma nel 1934. Si possono scoprire faccende di famiglia e passioni private e intanto seguire la sua attività di scrittore, attraverso preziosi documenti autografi, e quella di autore teatrale, soffermandoci sulla importante stagione delle riletture moderne della Compagnia dei Giovani, di cui si espongono i costumi di scena. Tra le particolarità della mostra, ecco Luigi Pirandello pittore, con dodici suoi dipinti originali, rarissimi da vedere, e altre opere grafiche, fra il Teatro di Villa Torlonia e la Casa museo. Qui si incontrano l’artista e l’uomo, attraverso lettere, manoscritti, la biblioteca privata, il diploma del Nobel, gli abiti e gli arredi. Fino alla coinvolgente installazione virtuale, creata per l’occasione, che animerà lo studio di Pirandello: spazio suggestivo, popolato ancora dai suoi personaggi.

Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo – Studio di Luigi Pirandello
Via Antonio Bosio 13b – 00161 Roma. Tel. 06.44291853
www.studiodiluigipirandello.it  posta@studiodiluigipirandello.it

 

 

novembre 21st, 2017

 

POETICANDO

 

49

 

Diario di un laboratorio poetico

 

Perché Bobby Fischer di Cristina Sparagana è un grandissimo libro? (se vogliamo anche un capolavoro – ma non diciamolo, non amplifichiamolo così, perché suonerebbe retorico: invece qui il risultato è davvero magistrale, ispirato e felice)… Ma perché la nostra amica Cricrì, trafelata e fedele al nostro laboratorio, finalmente liberatasi di stile e stilemi, archetipi e richiami della foresta (cioè della psiche), si è totalmente calata in una vita non sua per farla propria, in un inaudito, anche goffo e buffo dramma esistenziale ma per rifulgerne il buio…

Robert James Fischer detto Bobby (Chicago, 1943 – Reykjavík, 2008), il celebre scacchista statunitense già campione del mondo, unico nativo del suo Paese ad aver vinto il titolo, conquistò la corona degli scacchi il 1º settembre 1972, battendo il sovietico Boris Spasskij; e la perse per essersi rifiutato di difenderla il 3 aprile 1975. Mito che sopravvive a se stesso, non c’entra insomma niente con la vita (serena o inquieta che sia) della Sparagana; ma lei ha perfettamente rivissuto, incarnato Fischer (in tare e pregi, genialità e complessi o enigmi): sì che non meno di Flaubert con la Madame Bovary, può ora veramente dire, giurare il suo veridico paradosso: “Fischer, c’est moi!”…

“… Io, / R.J. Fischer, dimoravo piano nella / casa-su-casa su radici fon- / damenta e pilastri su doccioni / e piedistalli già stallati , avevo / la mia torre di pietra sulla testa come / un berretto bisunto una visiera”…

Cristina è sempre stata capace d’immergersi o anche rinnegare la sua stessa identità – forse come invitava a fare Eliot col “correlativo oggettivo”… Ma mai come in questo libro ci ha dato il sentore, la concreta sensazione insomma della dislocazione storico-emotiva-temporale… Siamo ancora dentro quel mitico 1972 in cui il bizzarro scacchista di Chicago, partita dopo partita, con estro e pazienza, batté il quotatissimo campione russo, Boris Spasskij. Risultato davvero epocale, e che in qualche modo mimava (sovvertiva?) anche certi inopinati (metafisici?!) equilibri planetari… La supremazia scacchistico-mentale della Russia non era insomma il sempre pericolante equilibrio missilistico (diktat da terrore atomico), ma egualmente funzionava da deterrente, caustico/simbolico.

L’Occidente filo-americano parteggiava smaccatamente per Fischer (che sembrava uscito da un romanzo del chicaghese Saul Bellow, magari da Le avventure di Augie March, suo vero capolavoro), mentre le gesta di Spasskij, diligente, burocratico orsetto russo, non riuscivano ad essere clamorosamente vincenti come quelle dei primi astronauti: Gagarin, per intenderci.

Spasskij tra pareggi, sconfitte molte e (poche) vittorie, sembrava essersi perso per sempre nello spazio, come un film avveniristico, però old style, rétro… Fischer trionfava diventando filosofo, uomo immagine, trasformando la scacchiera, come Wittgenstein, in un Tractatus logicus-philosophicus… Dopo Il giovane Holden, o gli eterni ragazzi kerouacchiani Sulla strada, venne insomma lui. Uscito, si direbbe, da un film di Kubrick (ovviamente mai girato, come tanti dei suoi progetti).

Bizzarro, anarchico, eslege, sopra le linee, Fischer era, fu insieme cavallo e alfiere, torre e pedone, pigliava insomma tutte le diagonali dell’Immaginario, le saltava poi a L come a un olimpionico concorso ippico; mangiava, rosicchiava pedina su pedina, ma non solo per essere mangiato, pezzo con pezzo, sacrificio su sacrificio, di pedone in pedone, fino ai Re e alle Regine – così come fa la Storia, con le sue gloriose o perfide rivoluzioni. Quella rivoluzione non fu né francese né americana, ma islandese – avvenne a Reykjavík, luogo e paese freddo che invece infiammò gli animi, trasformò quell’incontro in un’eterna e inestinguibile aurora boreale… La Cronaca scattò a poesia, ad arcano inestinguibile, archetipo 8×8: la scacchiera che Borges amò, come l’amò Bontempelli, e tutti gli scrittori del c.d. realismo magico, fino al caro, indimenticabile Giuseppe Pontiggia (il suo capolavoro del ’78, fu Il giocatore invisibile).

Cristina Sparagana ha poetato Fischer come un genietto della lampada, bizzarro e sadico: l’inconscio materializzato, infibrato e poi rivelato. Discepolo, o meglio filosofo, d’una nuova religio, laica e sacrale assieme. Cricrì, scrivendo, adempie quel credo e quella funzione, e libera in flusso di coscienza mezzo ’900 da cui veniamo, dalla Guerra Fredda, diciamo, alla caduta del Muro, e oltre.

“… io / R.J. Fischer, madre divorziata, originario di Chicago di / un ospedale senza scollature / d’infermiere educate, come come / un cinema sudicio gremito / troppo gremito dove il proiettore / s’inceppa sempre in pieno atto di sfida e  lo schermo è un lenzuolo d’obitorio”…

Dirvi ora che fine ha fatto Fischer è insieme struggente e incredibile. Drammatico come il nucleo, il fulcro di questo libro, che è tanto più esplosivo lì dove sembra rasserenarsi in una siesta da Far West americano, un po’ cinematografico (ma col veleno narrativo del miglior Truman Capote, sempre a metà, a cavallo tra Colazione da Tiffany e A sangue freddo).

   Bobby trascorse gli ultimi anni di vita naturalizzato come cittadino islandese, dopo numerose controversie con il suo Paese d’origine e la perdita della cittadinanza statunitense…

Beh, anche Fischer veniva in fondo da Altre voci, altre stanze. E ad esse tornò ma per riseppellirvisi… Il mito è una cosa bella, gioiosa per gli altri – ma dolorosa, e spesso ingestibile per se stessi. Un po’ come la poesia: pensate all’ebbrezza senziente di Dylan Thomas… Cristina Sparagana incede da visionaria (forse diurna sonnambula) come cleptomane di sogni e versi: “per non farti soffrire al primo tratto / do la morte indolore, scacco / matto.”

Resta questo libro prezioso, strano, fumigante e petroso, pietra dura che nemmeno gli artigiani di Firenze riuscirebbero bene a lavorare, incastonare nella fantasia scheggiata d’un monile. Ma la buona poesia ci riesce sempre, e noi conserviamo questo gioiello come un arcano dono di famiglia: ereditato e perciò incedibile.

 

 

Plinio Perilli

 

 

novembre 20th, 2017

 

Con piacere propongo questi intensi versi di Marzia Spinelli, per gentile concessione della poetessa (a/m):

 

Trincea del quotidiano

 

Ogni giorno vesto l’armatura,

porto anche l’arco, le frecce, lo scudo,

indosso il casco come l’elmo di Scipio,

e qualunque copricapo, variabile come il tempo,

a proteggere la testa, così instabile

 

riecheggia e suona ogni dì una musica nuova

scompigliata e dilatata melodia d’accadimenti,

ordinata cabaletta di ricordi, stanzetta di memoria,

sempre a passo lieve e piè veloce in un dove presente

ma lontano, umido e vischioso, dove perdo

ad ogni semaforo dell’armatura un tratto

 

e mi chiedo dove sto andando, dove vanno

tutti gli elementi, tutte le particelle della vestitura,

granelli che frantumano sotto i ponti lungo fiume

o fondigli a disciogliersi in mare,

a sfaldarsi in una risacca solo mia

 

ma è di tutti la stessa domanda

 

se qualcosa si salva di noi dalla dimenticanza,

se in quel dopo a disperdersi a terra

c’è pace.

 

Marzia Spinelli  (inedito)

 

 

P.s. in foto Il GUERRIERO DI CAPESTRANO, Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo, Chieti

 

 

 

novembre 15th, 2017

IL DON CHISCIOTTE DI LAURENT HILAIRE DA MIKHAIL BARYSHNIKOV APRE LA STAGIONE AL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

In prima mondiale questa sera

 

di Manuela Minelli

 

Questa sera il Don Chisciotte di Laurent Hilaire inaugura in prima mondiale la stagione 2017-18 del Teatro dell’Opera di Roma.

Il balletto Don Chisciotte, con la coreografia di Laurent Hilaire, ispirata alla versione originale di Mikhail Baryshnikov per l’American Ballet Theatre, da Marius Petipa e Alexander Gorsky, su musica di Ludwig Minkus, nel nuovo allestimento della Fondazione lirico-sinfonica della Capitale. Lo spettacolo è in scena al Teatro Costanzi da questa sera e fino a giovedì 23 novembre 2017.

Si tratta di un evento unico ed eccezionale, all’insegna del quale prende avvio anche la terza stagione di balletto sotto la direzione di Eleonora Abbagnato, che è enfatizzato dalla presenza di due grandi protagonisti della storia mondiale della danza, Laurent Hilaire, già étoile e Maître de Ballet associé à la Direction de la Danse dell’Opéra di Parigi e attuale Direttore Artistico del Balletto dello Stanislavsky and Nemirovich-Danchenko Moscow Music Theatre, e Mikhail Baryshnikov, un mito vivente, considerato tra i più grandi ballerini del nostro tempo.

Il Sovrintendente Carlo Fuortes, durante la conferenza stampa, ha dichiarato: “Il balletto Don Chisciotte è il primo spettacolo della nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma, inauguriamo dunque con la danza per la prima volta. Stiamo dando un segno importante. Mettere in scena un balletto ispirato alla versione di Baryshnikov è un sogno, farlo con Laurent Hilaire è un piacere immenso. Così come la presenza di due artisti di fama internazionale, Vladimir Radunsky e A.J. Weissbard, per costumi, scene e luci di speciale meraviglia. Un nuovo allestimento veramente unico che speriamo entri nel nostro repertorio”.

La Direttrice del Corpo di Ballo Eleonora Abbagnato ha dichiarato: “Il mio primo incontro con Baryshnikov è avvenuto all’Opéra di Parigi ed è stato emozionante.

Qui a Roma, insieme a Silvia Cassini, che ringrazio tantissimo per il lavoro che facciamo insieme, lo ho incontrato di nuovo e sono riuscita a convincerlo a portare la sua versione qui al Teatro Costanzi, con il suo staff fantastico composto da Yuri Vasilkov, Vladimir Radunsky, A.J. Weissbard e Laurent Hilaire, étoile straordinario cresciuto nel segno di Rudolf Nureyev, oggi in veste di coreografo. Il Don Chisciotte di Baryshnikov ha appassionato tutti ed è arrivato al cuore del grande pubblico. Spero che sarà lo stesso per la versione di Laurent Hilaire con i guest internazionali Iana Salenko, Isaac Hernández, Angelo Greco, e con i nostri ballerini, l’étoile Rebecca Bianchi, i primi ballerini Claudio Cocino e Manuel Paruccini e i solisti Susanna Salvi, Alessio Rezza, Michele Satriano. Un vero regalo per il nostro Teatro e il nostro pubblico”.

Il balletto Don Chisciotte è tratto dal romanzo di Miguel de Cervantes Don Chisciotte della Mancia. L’adattamento più celebre è quello di Marius Petipa, su musiche di Ludwig Minkus, che debuttò il 26 dicembre 1869 al Teatro Bol’šoj di Mosca, a cui fa seguito una seconda produzione per i Balletti Imperiali di San Pietroburgo, con prima rappresentazione il 21 novembre 1871. Nel 1900 Alexander Gorsky ne ricava una sua versione, aggiungendo nuove danze.

Nel tempo molti coreografi si sono confrontati con questo grande classico della danza, da Nureyev a Balanchine. Storica è la versione che Mikhail Baryshnikov crea per l’American Ballet Theatre, in scena per la prima volta il 28 marzo 1978 al Kennedy Center Opera House di Washington, e successivamente danzata dalle maggiori compagnie internazionali, tra cui, nel 1993, il Royal Ballet di Londra.

Oggi questa importante tradizione ballettistica è tutta nelle mani di Laurent Hilaire, fortemente voluto dallo stesso Baryshnikov per riallestire il Don Chisciotte ispirato alla sua versione originale per l’American Ballet Theatre. “È la prima volta che mi misuro con l’arte della coreografia in qualità di coreografo – dichiara Hilaire – e per me è un onore farlo su proposta di Mikhail Baryshnikov. Sto affrontando un balletto classico narrativo con i suoi codici, e sento che il mio compito è quello di renderli accessibili, restando nella tradizione e nella storia e allo stesso tempo comprendendo la realtà del presente. Di Baryshnikov, insieme all’azione teatrale, ho mantenuto la struttura. Ho aggiunto poi delle danze, tra cui il Fandango e la Danza delle Gitane. Ciò che mi interessa è soprattutto mantenere in vita l’esprit di Baryshnikov, tanto nell’opera in generale, quanto in alcune variazioni, come quella famosissima che egli creò per se stesso. Baryshnikov si è fidato di me, lasciandomi completa libertà, ed è esattamente con spirito libero che io mi avvicino con rispetto a questa tradizione. Inoltre, essere qui al Teatro dell’Opera con un gruppo di ballerini desiderosi di danzare Don Chisciotte mi riempie di gioia e di entusiasmo”.

Di Baryshnikov è l’idea di immaginare questa nuova produzione quasi come una favola, una storia che conserva il divertimento e l’ingenua sincerità dei racconti per bambini. Le sottili sfumature della danza classica si fondono quindi, in maniera armoniosa, con un’interpretazione del tutto nuova delle scene e dei costumi firmati dal Maestro Vladimir Radunsky. Tra i più noti autori e illustratori di libri per ragazzi, Radunsky afferma di aver colto sin da subito nel libretto classico gli elementi a lui familiari dei racconti per i bambini. Concepisce allora la scena come un gigantesco giocattolo, un enorme libro pop-up, o se si vuole, uno di quei teatrini di carta, a grandezza naturale, animato al suo interno dalla presenza di ballerini in carne e ossa, vestiti con abiti grotteschi dall’accattivante sapore fumettistico. La scenografia è creata in collaborazione con A. J. Weissbard, acclamato lighting designer e scenografo teatrale, che per Don Chisciotte progetta un sofisticato sistema scenico e di luci, così che l’idea del grande libro-giocattolo prende le forme concrete di un’installazione originalissima e dal forte impatto visivo.

Tutta la briosità, il vigore, l’allegria e il romanticismo di questa nuova produzione sono affidati alla bravura e all’interpretazione di ospiti straordinari, quali la principal dancer dello Staatsballett di Berlino Iana Salenko, il lead principal dell’English National Ballet Isaac Hernández e il principal dancer del San Francisco Ballet Angelo Greco, e al talento dell’étoile Rebecca Bianchi, dei primi ballerini Claudio Cocino e Manuel Paruccini e dei solisti Susanna Salvi, Alessio Rezza e Michele Satriano, che danzano insieme al corpo di ballo capitolino. La partitura musicale di Ludwig Minkus è eseguita dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, diretta dal Maestro David Garforth.

 

Don Chisciotte

Musica di Ludwig Minkus

Balletto in tre atti

dal romanzo di Miguel de Cervantes

Don Chisciotte della Mancia

 

Direttore David Garforth

Coreografia Laurent Hilaire

Ispirata alla versione originale di Mikhail Baryshnikov per l’American Ballet Theatre

da Marius Petipa e Alexander Gorsky

Coreografo collaboratore Yuri Vasilkov

Scene Vladimir Radunsky e A.J. Weissbard

Costumi Vladimir Radunsky

Luci A.J. Weissbard

Assistenti coreografo Patricia Ruanne e Gillian Whittingham

 

Artisti Ospiti

Iana Salenko

Isaac Hernández

Angelo Greco

 

 

Interpreti principali

Kitri Iana Salenko 15 novembre (19.00), 16 novembre (20.00), 17 novembre (20.00) / Rebecca Bianchi 18 novembre (20.00), 19 novembre (16.30), 22 novembre (20.00) / Susanna Salvi 18 novembre (15.00), 21 novembre (20.00), 23 novembre (20.00)

Basilio Isaac Hernández 15 novembre (19.00), 16 novembre (20.00), 17 novembre (20.00) / Angelo Greco 18 novembre (20.00), 19 novembre (16.30), 22 novembre (20.00) / Alessio Rezza 18 novembre (15.00), 21 novembre (20.00), 23

 

 

novembre 14th, 2017

 

Ora è ufficiale. Cosa? ma il declino impietoso del Belpaese, certificato da Eupalla (la dèa del pallone secondo Gianni Brera) non più tardi di ieri sera presso lo stadio milanese di San Siro! incredibile dictu, siamo stati esclusi dai Mondiali in Russia del 2018. E pensare che ieri sera ce abbiamo messa tutta, noi italioti, fischiando l’inno svedese prima dell’inizio della partita (nel calcio tutto è concesso più che in amore, giusto?)…neppure Pangloss potrebbe a questo punto darcela a bere. Davvero tutto è perduto e sarà un piacere, per noi, mirare a breve gli scalpi dei colpevoli di cotanto scempio! addio alla terra (non quella battuta naturalmente, si intendeva il manto erboso degli stadi)!

 

P.s. lo scrivente, preso dal plurale maiestatis in conseguenza dello stato di grave sofferenza corale, reclama per sé la lingua (quella corporale) del giornalista Alessandro Antinelli: rèo di una insopportabile narrazione da bordo campo con la quale ha spacciato per capitani coraggiosi le squallide comparse che hanno spaccato il nostro sportivo cuore. Amen

 

Andrea Mariotti

 

 

novembre 13th, 2017

 

giovedì 16 novembre 2017, ore 17-19, aula Odeion

Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza

si terrà un seminario sulla parola

“Melanconia”

con la partecipazione di:

Alberto Folin

(Università S. Orsola Benincasa, Napoli)

 

Fabio Castriota

(Società Psicoanalitica Italiana)

 

Franco D’Intino

(Sapienza – Laboratorio Leopardi)

 

che dialogheranno sulle Memorie del primo amore di Giacomo Leopardi

L’incontro fa parte del ciclo di seminari su Letteratura e Psicoanalisi

“Parole dell’Io”

a cura di Tito Baldini e Laura Di Nicola

Questo seminario è organizzato in collaborazione con il Laboratorio Leopardi

 

 

 

 

novembre 8th, 2017

 

Note letterarie

 

Echi del Decadentismo e del Crepuscolarismo nella prima produzione poetica di Salvatore Quasimodo

 

Si sa che i giovani artisti nelle loro prime opere non sfuggono quasi mai ai richiami e alle sollecitazioni letterarie di poeti e scrittori già affermati. Nel caso specifico, Quasimodo risente in “Acque e terre” degli influssi pascoliani, dannunziani e dei crepuscolari. Come esempio iniziale, vorrei citare la prima terzina della lirica “I morti” (che figura nella pergamena del Premio Nobel ricevuto da Quasimodo nel 1958) e cioè: “Mi  parve s’aprissero voci / che labbra cercassero acque,/ che mani s’alzassero a cieli “; e’ innegabile una musicalità che ci riporta ai due grandi decadenti italiani ed in particolare al D’Annunzio del Poema Paradisiaco (“Le mani“). E così, nella poesia “Nessuno“, ritroviamo -accanto a qualche eco ungarettiana- tutta la poetica del Pascoli e le malinconie di Corazzini. Sicure parentele con Gozzano, si possono individuare inoltre nei seguenti versi della poesia “Ritorni ” di Quasimodo: “Sotto il capo incrociavo le mie mani / e ricordavo i ritorni: / odori di frutta che secca sui graticci,/ di violacciocca,di zenzero ,di spigo / quando pensavo di leggerti, ma piano ,(io e te, mamma, in un angolo in penombra)” …Riassumendo, vorrei dire che tutta l’esperienza familiare e siciliana di Salvatore Quasimodo irrompe negli schemi lirici di “Acque e terre“, dove – accanto ad una ricerca di espressione personale e classica, che ha fatto parlare di una grecità siciliana -ritroviamo evidenti richiami letterari che riaffioreranno, insieme ad altre nuove suggestioni culturali, anche nelle successive raccolte del poeta.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

 

novembre 6th, 2017

 

SUL FLAUTO  MAGICO  di W.A.Mozart

 

 

Lo scorso 20 settembre, per la stagione live 2017-18 dei cinema, dal Royal Opera House di Londra ho potuto seguire qui a Roma la messa in scena del Flauto Magico (direttore Julia Jones, regia di David Mc Vicar, prod. Covent Garden). Lo spettacolo mi è sembrato sostanzialmente apprezzabile, con buoni cantanti e una limpida direzione musicale della sublime partitura mozartiana. Sublime sappiamo bene perché, rappresentando il Flauto un esempio insuperato di sintesi di musica “bassa” e “alta”, fra motivi popolari e cori sacerdotali di matrice bachiana, tanto per capirci. Premesso questo, andrà ascritto a merito della Royal Opera House l’avere in qualche modo dato conto a noi spettatori della geniale elevazione del Singspiel da parte di Mozart sul finire del Settecento in area austro-tedesca. Ma sarà ora necessario precisare ciò che non mi è piaciuto della messa in scena londinese. Vale a dire l’enfatizzazione del comico, ripetendo Papageno nel bel mezzo del secondo atto la sua celebre aria introduttiva all’inizio del primo. Tale ripetizione -va ribadito- non è prevista nella partitura del genio di Salisburgo, giacché Mozart è per definizione emblema di armonia ed equilibrio, compresenza (non coincidenza!) degli opposti guardati da un’altezza angelica e a noi offerta nei termini d’una misteriosa semplicità. Strizzare l’occhio allo spettatore insomma, nel caso di Mozart e del Flauto Magico in particolare, comporta a conti fatti l’essersi fatti sfuggire la superiore qualità di una musica che da sempre sconfigge la noia poiché storicamente, proprio al teatro mozartiano si deve l’irresistibile superamento in ambito europeo della staticità di quello preesistente. Questi i nostri tempi, divulgare l’universale Mozart proprio non si dovrebbe, significa banalizzarlo, essendo a priori la sua trascendentale ispirazione anche merce popolare in un unicum di ambiguità perenne.

 

Andrea Mariotti

 

P.S. questo breve testo è apparso sul numero 31 (Novembre 2017) della rivista bimestrale KENAVO’,  fondata e diretta da Fausta Genziana Le Piane (a/m)

 

 

novembre 2nd, 2017

 

2 novembre 1975 – 2 novembre 2017

 

Non invecchio. La mia pelle di primula,

la mia voce di brezza dolce d’umido,

i miei occhi modesti, non consumo.

Dentro il mio cuore c’è un resto eterno

di fanciullezza (e non è il mistero

del Mondo che pur rischia d’esser vero?)

Cibo delle primule e del mio cuore,

fa ogni cielo diverso, ogni alito

d’aria il primo, ogni battito d’ali

annuncio di creazione. E’ troppo libero

il cuore! In me lo credo, e altrove vive.

 

PIER PAOLO PASOLINI, strofe conclusiva della poesia Le primule, in L’Usignolo della Chiesa Cattolica (1943-49)

 

 

ottobre 30th, 2017

 

Note letterarie

 

La lingua e la Letteratura dell’Islanda costituiscono la base su cui poggia l’intera evoluzione della sua civiltà e della sua cultura nell’area di quella nord- europea. Si sa con certezza che la lingua islandese appartiene al ramo nordico o scandinavo delle lingue germaniche nel quale, insieme al norvegese, forma il cosiddetto “gruppo occidentale”. Poche sono le parole straniere introdotte nel vocabolario islandese e pressoché invariata la grammatica rispetto a quella antica.  Per quanto riguarda la Letteratura, interessante è’ la produzione medioevale che si raggruppa in tre nuclei principali: canti epico- mitologici dell’ Edda (leggende degli dei e degli eroi) ; poesia degli Scaldi (canti di battaglie, amori infelici); narrazioni in prosa o saghe (fatti realmente accaduti, vicende storiche). L’attività’ letteraria nella quieta terra dei ghiacci non si spense nei secoli successivi, neppure dopo la perdita dell’indipendenza e l’annessione prima alla Norvegia, poi alla Danimarca (trattato Di Colmar 1397). Non mancarono nei secoli XIV, XV e XVI poeti religiosi e profani. La letteratura nei secoli XVII e XVIII fu caratterizzata dal fervore per gli studi eruditi : vanno ricordati  Eggert Olafsson (1726-1768 ) autore di un pregiato dizionario islandese-latino e il poeta Hallgrimur Peturson, autore dei “Passiusalmar” (salmi della passione) fra i libri di ogni famiglia islandese. Nell’Ottocento, gli scrittori islandesi  si accostarono alle grandi correnti europee:  Romanticismo, Naturalismo, Realismo Decadentismo. Poeti romantici furono Bjarni Thorarensen e Jonas Hallgrimsson. Narratori di spicco nel  movimento realista, furono Gestur Palsson e Ejnar Hjorleifsson Kvarah. Fra i più recenti ricordiamo il drammaturgo Gudmundur Kamban e, vicini ormai alla seconda metà del Novecento, non possiamo non menzionare  lo scrittore islandese Halldor Laxness, insignito del premio Nobel  nel 1955 “per la sua opera epica che ha rinnovato l’arte e la letteratura islandese”. Una letteratura quella islandese che, quantunque  poco nota, da secoli illumina di splendori culturali l’estremo nord d’Europa e desta ammirazione sempre più viva da parte di tutti i paesi che hanno tradizioni di pensiero, di poesia e di arte.

 

Fiorella D’Ambrosio