Giugno 23rd, 2019

 

Intorno alle SUITES DI FINE ANNO di Roberto Maggi, Florestano Edizioni, 2018 (con introduzione di Sabino Caronia)

 

 

Del libro di Roberto Maggi in oggetto mi è piaciuto particolarmente il suo Primo movimento: Allemanda (Andante) per le ragioni che adesso dirò. La lettura attenta di esso ci permette infatti di osservare la coerente e incalzante trasformazione dell’attrito statico in attrito dinamico, riferendomi al ritmo narrativo dell’autore. Il quale fin dalle prime battute, parlando in prima persona, si mostra lucido e consapevole nel raccontarci l’asettica fine di un amore, il suo, in termini persuasivi e stilisticamente interessanti: “Mi siedo a tavola con un piccolo tonfo, il corpo sprofonda sulla sedia. E’ il 30 sera e l’anno sta per finire nel peggiore dei modi. La mia ragazza è passata per Roma, una visita lampo, un caffè in un bar spoglio e malandato, attraversato da derelitti dallo sguardo svuotato, per dirmi che non mi ama più. Così. E’ passata e se n’è andata. Dopo dieci anni in cui ci siamo meravigliosamente amati. Dopo dieci anni di andirivieni per colmare la distanza che ci separava. Adiòs”. A ben guardare già nel passo appena riportato è pienamente attiva la figura retorica dell’anticlimax, proprio nel senso di un ordine decrescente di forza, di intensità cui soggiace quel “corpo” che “sprofonda sulla sedia”. La depressione è alle porte, anzi è già in atto, tant’è che dopo una pessima e frugale cena ecco spezzarsi un dente a chi parla, evidente correlativo oggettivo che risale dal flusso della narrazione a sensificare i processi mentali del protagonista: “Perfetto, ci mancava pure la ciliegina finale. E’ il 30 sera di un mese di schifo di un anno di schifo, ho lo stato d’animo sotto i tacchi e un dente rotto. Tiro giù tutti i santi del calendario, ma la terapia da rosario ha scarso effetto. Stramazzo sul divano, esanime, con l’idea orribile di un dentista da trovare”. Del tutto naturale ripensare a questo punto al freudiano “disagio della civiltà”, in quanto l’interpretazione psicoanalitica dei sogni decodifica la caduta dei denti come paura della perdita di energia e potenza; come dire che, nel caso di Roberto Maggi, l’io narrante delle sue Suites è a tutti gli effetti e nel contempo un io narrato-in relazione col mondo, tutt’altro che solipsistico e asfittico. C’è modo e modo di dire “io”, in una narrazione dei nostri tempi; e il nostro autore, apprezzabilmente, gioca da subito a carte scoperte, facendo coincidere il ritmo in crescendo del suo raccontare -da questo primo movimento a quelli successivi del libro- con lo spirito in fondo saggio di resistenza del protagonista al disagio esistenziale, accettando la compromissione con la mondanità festaiola di fine anno. Ché anzi, proprio tale mondanità sarà l’occasione per articolare un convincente e inclusivo monologo interiore nello sviluppo del libro, monologo non privo d’ironia e autoironia, interessante e aperto nonché multiforme, come lo è sempre del resto il mondo reale con il quale ci confrontiamo e nel quale siamo immersi. Il ritmo sempre più vertiginoso del volume di Roberto Maggi, in conclusione, obbliga il lettore a una lettura attenta e mai annoiata: si sente per essere ancora più espliciti in questa prova narrativa l’adozione funzionale della paratassi per istinto musicale; una paratassi più che giustificata, avvalorata da uno sguardo critico non avulso dalle cose.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

Giugno 22nd, 2019

 

…Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre

di strappar dalle braccia

all’amico l’amico,

al fratello il fratello,

la prole al genitore,

all’amante l’amore: e l’uno estinto,

l’altro in vita serbar? Come potesti

far necessario in noi

tanto dolor, che sopravviva amando

al mortale il mortal? Ma da natura

altro negli atti suoi

che nostro male o nostro ben si cura.

 

GIACOMO LEOPARDI, Sopra un basso rilievo antico sepolcrale (98-109)

 

 

Giugno 16th, 2019

“cliccare” per ingrandire

 

Con piacere si dà notizia dell’evento previsto presso la Biblioteca Guglielmo Marconi di Roma in data 18 giugno ore 16, 30 (su Giorgio Caproni).

 

 

Giugno 6th, 2019

 

CHIUDO GLI OCCHI AGLI OCCHI

 

Ai rami che accarezzano

i prati

ai fiori che crescono

in fretta la notte

all’odore d’estate

in inverno

al muro trasparente

che separa le anime

oltre il quale vivono

i gesti

e alla luce di un lampo

sento di appartenere

pure sono ospite ovunque

di questa vita e quell’altra

e non c’è posto che mi somigli

 

Chiudo gli occhi agli occhi

a un volto di nuvola

che passa

alla mia traiettoria di nave

o di stella.

 

(poesia di Tiziana Marini dalla raccolta La Farfalla di Rembrandt, cura di Plinio Perilli, Edizioni Ensemble 2019)

 

 

 

 

…questi versi di Tiziana Marini in tutta evidenza non si prestano a una lettura fuorviante. Sono versi delicati ma in fondo fermi, non smielati. Di valenza paradigmatica all’interno della sua ultima silloge, essi ci raccontano in effetti più di qualcosa sulla poetessa, sul suo stare al mondo con gli oggetti “doppi”, riferendoci qui al celebre passo dello Zibaldone di Giacomo Leopardi (4418; 30/11/1828) laddove il Recanatese riflette su quanto accade “all’uomo sensibile e immaginoso”. “Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono”. Ebbene la Marini, rispetto a “questa vita e quell’altra” -bellissimo nella sua ispirata semplicità il settenario pavimentale “sento di appartenere” – riconosce la sua condizione di apolide, l’impossibilità di immedesimarsi sia con il regno empirico sia con quello dell’invisibile; (e qui si può cogliere naturalmente il periglio ineludibile di un viaggio nelle plaghe dell’interiorita’, ossia l’ubi consistam della silloge in oggetto). “Chiudo gli occhi agli occhi”, continua la poetessa: si tratta di stanchezza?  di una sosta provvidenziale prima di ripartire? chiusi gli occhi carnali a quelli della mente, alla nuvola antropomorfica di passaggio, ad una “traiettoria di nave/ o di stella” si continuerà comunque a viaggiare, giacché “al sussurro” Tiziana Marini preferisce “il rumore regolare di chi impara”, così come in effetti riconoscerà con umiltà direi sapienziale in una poesia quasi in conclusione della raccolta. Una raccolta da leggere con partecipazione paziente, anche per godere della sua versificazione libera ma non arbitraria, aderente alla delicata fermezza di una sensibilità in cammino.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

Giugno 3rd, 2019

 

Comunicato stampa

 

Presentazione del libro

La Repubblica dei romani

di Cinzia Dal Maso

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

(largo di Porta San Pancrazio)

mercoledì 5 giugno alle ore 17.30

 

Mercoledì 5 giugno 2019 il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina ospita la presentazione del libro di Cinzia Dal Maso La Repubblica dei romani, a cura dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”.

L’iniziativa è promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali,

 

Relatori:

Dott.ssa Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina.

Prof. Franco Tamassia, presidente dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”.

Interverrà l’autrice.

La breve ma straordinaria esperienza della Repubblica Romana rappresentò uno dei momenti più significativi del nostro Risorgimento, trionfo della democrazia e dell’amore per la libertà.

Dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi, ministro dell’Interno del governo pontificio, il 24 novembre del 1848 Pio IX era fuggito da Roma per raggiungere la fortezza napoletana di Gaeta.

Il 21 e 22 gennaio 1849 si tennero le elezioni per la Costituente romana, con un afflusso alle urne straordinario.

Il 9 febbraio, in Campidoglio, fu proclamata la Repubblica Romana. Su sollecitazione del Papa, le nazioni cattoliche – Francia, Austria, Regno delle Due Sicilie e Spagna – si scagliarono contro la neonata Repubblica per conservare  “integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa”.

Il 24 aprile il corpo di spedizione francese, composto da 7 mila uomini al comando del generale Oudinot, sbarcava a Civitavecchia.

Ma chi erano i romani che tra il 30 aprile e il 30 giugno del 1849  furono costretti a difendere la Repubblica, anche a costo della vita, dall’assalto dei francesi?

Se significativo fu l’apporto dei volontari accorsi da ogni parte d’Italia, il grosso delle forze degli assediati era costituito dai cittadini di Roma e dagli appartenenti allo Stato della Chiesa: una realtà troppo spesso disconosciuta.

La Repubblica dei romani di Cinzia Dal Maso (Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”, Dunp edizioni) non è solo una raccolta di biografie, ma anche una guida insolita della città eterna, che conduce il lettore alla scoperta dei luoghi che ancora ricordano i romani che hanno combattuto sul Gianicolo, a ponte Milvio, sui monti Parioli, a Velletri e Palestrina.

Alcuni sono personaggi noti, come l’oste e capopopolo  Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, o i fratelli Alessandro e Ludovico Calandrelli. Altri devono la loro fama ad attività non collegabili alle vicende risorgimentali: Alessandro e Augusto Castellani, orafi e antiquari, il baritono Antonio Cotogni, la più bella voce dell’Ottocento, il pittore Nino Costa, lo scultore Filippo Ferrari, il drammaturgo Pietro Cossa, lo scrittore David Silvagni. Altri ancora sono stati quasi dimenticati, come Cesare Lucatelli, combattente del Battaglione Universitario, che finì i suoi giorni sul patibolo, nel 1861, per un delitto che non aveva commesso. Ci sono intere famiglie di patrioti, prima tra tutte quella dei Narducci, con Paolo, considerato il primo caduto per Roma repubblicana, suo fratello Pietro, suo padre Francesco, suo cugino Enrico, sua madre Teresa.

Poiché il Risorgimento ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione femminile, non potevano mancare le donne, molte delle quali impegnate nel soccorso dei feriti o nel disinnesco delle bombe, ma anche combattenti.

Cinzia Dal Maso è una giornalista e scrittrice romana, membro del comitato scientifico dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”. È direttore responsabile della rivista culturale on-line www.specchioromano.it e collabora a giornali e riviste.

È autrice dei libri Colomba Antonietti. La vera storia di un’eroina, Roma, Edilazio, 2011 e La Repubblica dei romani, Roma, Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”, edizioni Dunp.

Tra i saggi pubblicati nei Quaderni Storiografici dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”:

Paolo Narducci,  anche in estratto; Il busto di Giacomo Pagliari sul Gianicolo, vittima dell’ignoranza; Gli allievi volontari di Menotti Garibaldi (1881) (monografia); Girolamo Malloni, il lupo di fiume garibaldino.

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina – Largo di Porta San Pancrazio Info 060608

Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

www.museodellarepubblicaromana.it

 

 

Giugno 2nd, 2019

Siamo lieti di annunciare che

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Lunedì 3 giugno 2019, ore 18.00

a

Trieste

Caffè degli Specchi – Piazza Unità d’Italia

si terrà

Duecento anni da “L’infinito”:

un evento dedicato a Leopardi

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con la partecipazione di

Novella Bellucci

Sapienza Università di Roma  

Laboratorio Leopardi

 

e

 

Franco D’Intino

Sapienza Università di Roma

Laboratorio Leopardi

 

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modera

Giuseppe Mussardo

SISSA Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

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L’evento è organizzato dalla SISSA Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

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La Redazione del Laboratorio Leopardi

 

Maggio 31st, 2019

 

 

SUL SOGNO INSONNE DI MARZIA SPINELLI

 

C’è una poesia di Marzia Spinelli inclusa nella silloge Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Edizioni, prefazione di Plinio Perilli) di recente pubblicazione che mi ha particolarmente colpito. Di essa, intitolata Tornando da Arezzo, ometterò i primi versi per focalizzare subito la mia attenzione su un decisivo passaggio:

 

 

Più veloce del treno va il mondo

nuovo; batte le dita questa landa

di anime adoranti news

come oracoli. Nessuno è lontano

se la distanza è sillabata,

mentre vanno in corsa le case,

fulminea sintesi di colore

come d’una bellezza piena,

incurante del Tempo, superba

macchia che torna dei tuoi affreschi,

Piero –il pallido incarnato di donna,

la croce leggenda…

pianissimo sussurreranno,

quando sarò scesa da questo sogno

insonne, strattonata e assetata

nella fila d’ombre, qua nella folla

irrequieta diranno

ancora la quiete dei tetti e le vesti,

della battaglia il frastuono

 

dei loro venti la memoria

galleggia ancora

nella città in vicinanza: qui si combatte

da giorno a notte tra le rovine,

sui ponteggi, nei condomini,

di stanza in stanza, di tra le sedie

e le scrivanie, per ogni via

 

e non c’è pace laggiù oltre il mare

il nostro mare prossimo…

 

 

c’è qui, nel cuore di questa poesia, una ricchezza di vibrazioni davvero notevole amplificata dallo stile lapidario. Al gregarismo delle “anime adoranti news” si allude chiaramente all’inizio, nonché alle distanze geografiche e non solo tali scongiurate in apparenza dalle nostre chat (sconsolato riferimento alla odierna ipertrofia comunicativa carente di comunione umana). Ma ecco il subitaneo introflettersi dei versi, con la visione dal treno delle case scomposte in pennellate di fulminea, astratta gestualità; a far riaffiorare più che alla mente al cuore della poetessa gli affreschi di Piero -“superba/ macchia” di bellezza poche ore prima goduta – che “pianissimo sussurreranno”, quando si sarà scesi “da questo sogno/ insonne”. Qui siamo veramente nel mezzo di un territorio sensibilissimo, quello dell’anima; e qui cogliamo nel contempo l’espressione con valenza corale di straziata nostalgia verso il sublime dell’arte per lampi riafferrato. Merito di questa poesia di Marzia Spinelli è il ripensare allora alla riflessione essenziale di Walter Benjamin sulla perdita dell’aura (come prezzo della civiltà massificata e atomizzata nelle odierne sottoculture con le quali facciamo i conti, consapevoli o meno). E la “fila d’ombre” evocata subito dopo dalla poesia, ombre in mezzo alle quali si è come alienati -con enumeratio di lessico “basso” (“ponteggi”, “condomini” e “scrivanie”)-  può ricondurci forse per suggestione ad un nobile exemplum, ossia alle case de’ morti di boccacciana memoria con tanto di liquidatorio motto di Guido Cavalcanti “a certi cavalier fiorentini” (Decameron, VI, 9). Gli strati culturali del discorso in effetti affiorano moltiplicandosi, dai versi in oggetto; che nel loro fare a meno dei nessi sintattici più ordinari si mostrano potentemente espressivi per contrazione lirica. Ferita è a ben vedere la sintassi poetica della Spinelli, ma così asciutta e in ogni caso pacata da offrirsi infine come pungente e maturo canto civile, dalla “croce leggenda” ai “condomini”; in virtù di un polisemico e combattivo sogno/insonne che significa rinuncia al privilegio lirico, al pari degli incipitari versi di Pasolini relativi agli affreschi di Piero a Arezzo nella silloge La religione del mio tempo (1961).

 

 

Andrea Mariotti

 

 

 

 

 

Maggio 28th, 2019

 

Per ricordare da vicino il giorno in cui fu comunicata a Salvatore Quasimodo la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura (28 maggio 1959), nel pomeriggio si è svolto a Roma un interessante nonché emozionante incontro con il figlio Alessandro (presso l’Associazione Culturale Aleph in Trastevere). Del grande poeta di cui quest’oggi è stato possibile percepire tutta la sua umanità, si ripropongono qui versi incisi nella memoria di tutti…a/m:

 

 

ALLE FRONDE DEI SALICI

 

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

 

Poesia di SALVATORE QUASIMODO, dalla raccolta GIORNO DOPO GIORNO, 1947

 

 

Maggio 26th, 2019

(“cliccare” per ingrandire)

Con piacere si dà notizia della presentazione della silloge di Marzia Spinelli Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Editore) prevista a Roma per giovedì 30 maggio alle ore 17 presso la FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori) Lungotevere dei Mellini, 33/A; relatori Plinio Perilli e Francesco Lioce.

 

Maggio 23rd, 2019

 

Più che mai mi sento di “volare basso” ricordando il sacrificio di Giovanni Falcone, della moglie e della sua scorta a ventisette anni dalla strage di Capaci. Sì, perché non riesco a togliermi dalla testa l’intervista di sabato scorso su LA7 del procuratore Antonino Di Matteo rilasciata ad Andrea Purgatori. Intanto, dalle parole del procuratore, è emersa la necessità di indagare tuttora a fondo sulla dinamica della strage del 23 maggio 1992, troppo “perfetta” per vedere in essa l’esclusiva firma della mafia; poi, e non secondariamente, quanto Falcone aveva scoperto o stava scoprendo a Roma; in apparenza lontano dai “giochi”, ma in realtà più che mai in procinto di venire a capo dei rapporti tra la mafia e servizi segreti, Gladio inclusa. Infine, e questo è fondamentale, il senso della lunghissima, inspiegabile e inquietante latitanza di Matteo Messina Denaro, pezzo da novanta della mafia che forse (ma qui Di Matteo è stato abbastanza esplicito) risulta tuttora “coperto” per via degli impronunciabili segreti dei quali è custode. In soldoni, stiamo parlando di uno Stato di diritto (il nostro) pesantemente ricattato da uno storico delinquente in grande stile. Per questo tutto l’apparato commemorativo che oggi si dispiegherà (navi della legalità con tanto di gioventù in bella mostra) lascia più che mai perplessi. Ricordare in questo modo Giovanni Falcone e chi è morto con lui senza avere catturato il boss latitante non è il massimo, davvero. Meno retorica e più fatti, ovviamente. Ma una volta di più, come per Aldo Moro, queste sono le storiche ferite di uno Stato (il nostro) tutt’altro che libero e specchiato (e impeccabile nel celebrare i suoi eroi solitari).

 

Andrea Mariotti