luglio 26th, 2018

 

SENZA  ESCLAMATIVI

 

Com’è alto il dolore.

L’amore, com’è bestia.

Vuoto delle parole

che scavano nel vuoto vuoti

monumenti di vuoto. Vuoto

del grano che raggiunse

(nel sole) l’altezza del cuore.

 

 

GIORGIO  CAPRONI  (dalla silloge IL MURO DELLA TERRA, 1975)

 

 

luglio 22nd, 2018

 

Note letterarie

 

 

Il Premio Strega che nella sua LXXII edizione ha visto vincitore quest’anno il romanzo di Helena Janeczek “La ragazza con la Leica”, ha riproposto alla nostra attenzione il tema delle trasformazioni di questo genere letterario nel tempo, riaprendo uno dei dibattiti più accesi tra scrittori, critici e pubblico: la questione della lingua.

 

“Mi sembra che il problema del linguaggio del romanzo sia esistito dal momento in cui è esistito il romanzo, il racconto ” dice in merito lo scrittore francese Pierre Gamarra, che aggiunge: “…si capisce che il narratore ha una certa attitudine creatrice, attiva. Egli inventa per il nostro piacere o per la nostra emozione. Inventa scene, visi, ma anche accoppiamenti di parole, urti di parole, sussurri o brontolii di frasi…lavora alla creazione della lingua, non solo per il piacere di creare ma per l’uso dell’avvenire. Egli crea l’avvenire e l’avvenire della creazione.” Credo si possa condividere il concetto secondo cui “non ci sarebbero più parole se non ci fossero più narratori “. Le parole, dunque, sono creatrici e narrare non è informare, “dire le cose”, ma esprimere con chiarezza le proprie “visioni”, le proprie “percezioni”. Spesso ci si chiede se il romanzo, essendo un genere letterario, possa essere portatore di poesia. Io penso, come molti lettori, che il narratore sia anche un poeta, mentre il poeta non è sempre, anche narratore. E vorrei concludere, richiamandomi al Premio Strega, con la citazione di un passo -tratto dal numero 474 di “Europe” (1968)- dello scrittore francese Alexandre Arnoux relativo ai problemi del romanzo contemporaneo: “un giorno genere di modeste aspirazioni, di semplice divertimento, ha invaso tutto, e oggi rappresenta una parte enorme, smisurata perfino della produzione letteraria: esso ha assorbito totalmente l’epopea, ha insolentemente gustato le memorie e le confessioni, il saggio, la storia, la dissertazione politica ed anche economica, la filosofia, l’introspezione. E’ un bene o un male? Non saprei dirlo con sicurezza…”

 

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

 

giugno 29th, 2018

 

In occasione del genetliaco di Giacomo Leopardi (29 giugno 1798), ecco qui di seguito il mio conciso scritto dedicato al grande Recanatese:

 

DALLA CONTEMPLAZIONE DELL’INFINITO ALLA IMMERSIONE COSMICA DELLA GINESTRA NEI CANTI DI GIACOMO LEOPARDI

 

Nonostante il trascorrere dei decenni che ci separano, circa l’opera del grande Recanatese, dalla fondamentale svolta critica del 1947 per merito dello studioso Walter Binni (La nuova poetica leopardiana) e del filosofo Cesare Luporini (Leopardi progressivo) -essenziale rivalutazione, tale svolta, dell’ultimo Leopardi- inveterata risulta tuttora in tanti lettori una visione riduttivamente “idillica” del poeta più importante della nostra modernità. Ora, non si dovrà negare l’esistenza di una evidente frattura, nei CANTI leopardiani, fra IL SABATO DEL VILLAGGIO (XXV) e IL PENSIERO DOMINANTE (XXVI); nel senso, però, che oggi non è più pensabile farsi condizionare ancora dalla critica di matrice crociana bollando come non poesia i versi leopardiani successivi, nei CANTI, al citato SABATO. Nei fatti Leopardi, “lo spettatore alla finestra”, aveva per sempre abbandonato Recanati, il “natio borgo selvaggio” nel 1830, accettando l’invito “degli amici di Toscana” a stabilirsi a Firenze generosamente sovvenzionato da essi. La vita a questo punto, la calda vita, irrompe nelle tetre giornate del poeta; in quanto a Firenze Leopardi inizierà nel novembre di quello stesso 1830 il suo sodalizio con l’esule napoletano Antonio Ranieri; per non dire dell’incontro con Fanny Targioni Tozzetti della quale il Recanatese si innamorerà perdutamente, non ricambiato. Né si dovrà dimenticare l’assidua frequentazione da parte di Leopardi della cerchia di Giampietro Vieusseux, volendo alludere alle polemiche acri sorte con gli spiritualisti e liberali fiorentini capeggiati da Gino Capponi e Niccolò Tommaseo. Ecco. Se è vero, in chiave di esegesi letteraria, che il cosiddetto metodo biografico non ci porterà mai di per se stesso a un fondato e intrinseco giudizio di valore intorno ad una determinata poetica, è altrettanto vero che il suindicato metodo risulterà utilissimo per sentir vibrare una ragione umana -prima ancora che stilistica- del brusco passaggio di pronuncia poetica sussistente, nei CANTI, fra i versi del SABATO (“Garzoncello scherzoso,/ cotesta età fiorita…”) e quelli del PENSIERO DOMINANTE, dal folgorante incipit (“Dolcissimo, possente/ dominator di mia profonda mente”). Un Leopardi, quello del PENSIERO, non più petrarchesco; bensì scabro, dantesco (com’è stato giustamente riconosciuto non soltanto da Binni): un poeta di fatto incamminato verso l’approdo supremo della GINESTRA. Una breve parentesi andrà aperta a questo punto sulla nuova poetica leopardiana, citando qui alla lettera il titolo del famoso saggio binniano del 1947 (poi confluito più largamente nella Protesta di Leopardi, 1973). In sintesi, la parola poetica del grande Recanatese, a partire dallo snodo espressivo in oggetto, eccola farsi più asciutta, essenziale; denotativa più che connotativa; a conti fatti non più indefinita e vaga (secondo una lunga teorizzazione e sperimentazione di essa da parte dello stesso Leopardi) e del tutto refrattaria, pertanto, alle possibili interpretazioni di tipo spiritualistico. Se consideriamo inoltre il poderoso lavoro in prosa di Leopardi fiorito tra la composizione dell’ INFINITO (1819) e il definitivo congedo da Recanati del 1830 (riferendoci ovviamente allo ZIBALDONE e alle OPERETTE MORALI), finiremo per stupirci ancor meno della possente e compiuta maturazione, nell’ultimo Leopardi, del cosiddetto pensiero poetante (titolo di un fondamentale saggio del 1980 di Antonio Prete sullo ZIBALDONE); pensiero poetante già attivo e ben riconoscibile -questa la fondamentale lezione di Walter Binni- nei versi del suddetto PENSIERO DOMINANTE e davvero esplosivo, potentemente cosmico, nella scabra e materialistica GINESTRA. Così dicendo, ovviamente, nulla vogliamo togliere al valore alto del Leopardi “idillico”, che proprio nell’INFINITO raggiunge un’acme di ineffabilità; ma, appunto, una volta di più, sarà il caso di rammentare gli umani passi, oltre che poetico-ideologici, compiuti da Leopardi per evocare, infine, il “formidabil monte”, ossia il Vesuvio, all’altezza della GINESTRA: laddove il poeta risulta sprezzatore del suo tempo, portatore di un duro ma elevato materialismo nonché caldamente propositivo; auspicante un vincolo solidaristico fra gli uomini, da opporre alla Natura “matrigna” distruttiva e indifferente alla nostra sorte. Non più la poeticissima “siepe” dell’ INFINITO, dunque, in quella vera e propria musica sinfonica che è LA GINESTRA; piuttosto il qui e ora; in chiave anti-idillica e frutto d’una immersione cosmica da parte di un poeta maturo e sommo prossimo alla morte. Un poeta quasi all’atto di scagliare una parola poetica incandescente e, ripetiamo, netta: “corpo dell’idea” (Zib., pag.aut.1657); non consolante ma stimolante al massimo grado. Soprattutto lontana anni luce da quella effusività servile e cortigiana storicamente connotata nei secoli come pezzo forte dei troppi epigoni al ribasso di Petrarca. No, il Leopardi della GINESTRA, nell’annunciare come ha sottolineato Binni la sua “scomoda novella” (“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”) in epigrafe al canto (ricreazione negativa del vangelo giovanneo), ci ricorda nella prima strofe di esso i “giardini e palagi,/ agli ozi de’potenti/ gradito ospizio”, ora ridotti in “ceneri infeconde” dal “formidabil monte/sterminator Vesevo”. E non sarà superfluo, in ultimo, ricordare -come faceva spesso Walter Binni- il passo dello ZIBALDONE (agosto del 1823) laddove il grande Recanatese osserva che la poesia “ci dee sommamente muovere ed agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma”. Osservazione, vediamo bene, espressa dal cantore dei “sovrumani silenzi”: quasi un monito per noi a non sentire riduttivamente la grande poesia leopardiana al netto di un pensiero acuto da subito e negli ultimi anni totalmente in atto, dal punto di vista artistico, fino al culmine della GINESTRA.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

P.s. il suddetto scritto sarà leggibile nel numero 36 (luglio 2018) della rivista Kenavò, diretta da Fausta Genziane Le Piane.

 

 

 

giugno 25th, 2018

 

Il Laboratorio Leopardi ricorda con stima e simpatia Carlo Bernardini, docente di fisica teorica alla Sapienza fino al 2004, scomparso venerdì scorso, 22 giugno.

Insigne scienziato, sempre impegnato nella difesa dei valori civili, nel 2014 testimoniò con passione il suo interesse per Giacomo Leopardi partecipando alla Maratona Zibaldone con la sua lettura e l’acutissimo commento di un passo.

 

La Redazione del Laboratorio Leopardi

 

 

 

giugno 20th, 2018

 

In ricordo di Sauro

 

” La mia piccola

briciola di mondo

tu sei, attecchita

nel mio inconscio,

penetrata

nella mia provvidenza…”

 

Se mai il silenzio

scenderà tra di noi

e un’ombra offuscherà

le nostre menti,

non ci lasceremo

flagellare dal freddo

gelido dell’indifferenza

L’amore non si cura

dell’uragano

 

“…Tu resterai sempre

il mio piccolo

diamante che brilla

come lucciola

nella notte.”

 

poesia di Fiorella D’Ambrosio

 


 

Toccante perché fattosi canto spezzato e interiorizzato questo dialogo in versi della poetessa con l’amico scomparso, nell’alveo della più significativa poesia memoriale della nostra tradizione…(a/m)

 

 

 

giugno 15th, 2018

 

Il prato dove gira la tempesta

 

 

Al vento degli anni

non perdono la fretta

la lucidita’ del ricordo

le lune e i soli irripetibili

le finestre rotte.

Quanti di questi anni invecchiati

ho davanti

di che colore sono gli scalini

non lo posso sapere

ma ho tutto a portata di mano

paura e stupore

Il prato dove gira la tempesta

e si accavalla l’erica

le scarpe lasciate

davanti alla porta

il tumulto della primavera

e subito dopo gli alberi

trascinati dai sogni.

Ora alla loro ombra allungata

mi sovrappongo, meridiana

con tutto il mio sempre.

 

 

poesia di Tiziana Marini, 2017

 


 

Dal titolo ossimorico nel dichiarare la sua natura tutt’altro che pastorale, questa poesia di Tiziana Marini si offre alla lettura con innegabile bellezza. Ritmo incalzante delle immagini in essa, riferite agli astri e ai ricordi, laddove tutto è “a portata di mano” in virtù di un flusso poetico potentemente connotato in chiave personale. In effetti solo la conquista d’una musica interiore rende veramente degno di tale nome il verso libero, e questo è il caso, non da oggi, della Marini. Sicché i versi centrali della lirica “Il prato dove gira la tempesta/ e si accavalla l’erica/ le scarpe lasciate/ davanti alla porta…” risultano esemplari in merito, con il fluido nonché rigoroso accavallarsi di essi. Sotteso al ductus, un uso efficace della enumeratio, a dischiudere piani visibili e non della percezione; al punto di dover parlare, qui, d’una poesia di grande forza endogena, a maglie strette. Una folla innumerevole di poeti ha preso troppo alla lettera l’esortazione di Montale ad andare verso la prosa (schivandola però scrivendo versi, chiosava il grande Genovese). Ebbene, la poetica di Tiziana Marini appare felicemente lontana da tale trappola, animata com’è da tensione autentica (la lirica in oggetto costituendone robusto documento). Siccome poi la buona poesia possiede valenza d’ipertesto, ecco che proprio il Montale della “bufera che sgronda sulle foglie” mi è venuto in mente leggendo Il prato della Marini, soprattutto per l’uso della suddetta enumeratio e conseguente dinamismo d’immagini. Il che naturalmente nulla toglie alla singolarità della voce di una poetessa solo in apparenza semplice e fruibile.

 

Andrea Mariotti

 

P.s. in foto, il dipinto “Il vestito stellato”, 2010, della stessa Tiziana Marini

 

 

 

giugno 13th, 2018

   (“cliccare” per ingrandire)

Leopardi

occulto gotico irrazionale

sabato 16 giugno 2018

University of Birmingham, Muirhead Tower, room 118, h. 9,30-18

 

 

La Redazione del Laboratorio Leopardi

 

 

 

giugno 10th, 2018

 

INVITO

 

13 giugno 2018, ore 17

 

OMAGGIO A COLOMBA ANTONIETTI

NEL 169° ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE

 

 

Roma, Passeggiata del Gianicolo

Busto dell’eroina

 

 

Anche quest’anno si terrà a Roma, sul Gianicolo, l’ormai tradizionale Omaggio a Colomba Antonietti presso il busto marmoreo eseguito nel 1911 dallo scultore palermitano Giovanni Nicolini.

 

  1. 17.00 Breve introduzione della giornalista e scrittrice Annalisa Venditti.

 

  1. 17.10 Saluti di Paola Sarcina, ideatore e direttore artistico di Cerealia, il festival ispirato ai riti delle Vestali e ai Ludi di Cerere ed esteso a tutti i paesi del bacino del Mediterraneo. L’Omaggio a Colomba (figlia di un fornaio) è infatti inserito nel programma di Cerealia 2018.

 

  1. 17.20 “Una vita senza Colomba”, a cura di Cinzia Dal Maso.

La giornalista romana, autrice del libro Colomba Antonietti. La vera storia di un’eroina (Edilazio 2011), illustrerà brevemente le peripezie di Luigi Porzi, marito dell’eroina, che dopo la morte della sua amata fu costretto a emigrare in America Latina, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni, anche se – come diceva – sarebbe stato pronto a dare tutto il suo sangue per la sua “bella Italia”.

 

  1. 17.35 Annalisa Venditti: lettura di un brano della missiva inviata il 15 ottobre 1886 da Luigi Porzi a Claudio Sforza, generale medico e nipote di Colomba, da Estacion Isla Cabello (Uruguay).

A tutti i presenti sarà distribuita una copia della lettera originale.

 

Un particolare ringraziamento alla nota stilista romana Vanessa Foglia, creatrice del marchio Abitart, che anche quest’anno ha realizzato dei preziosi omaggi per le vincitrici del Premio Colomba Antonietti.

 

  1. 18,00 Deposizione di un mazzo di rose ai piedi del busto di Colomba.

 

 

 

Una storia da ricordare

 

Il 13 giugno del 1849 la Repubblica Romana aveva i giorni contati. Fin dalle prime ore del mattino l’artiglieria francese del generale Oudinot aveva iniziato un incessante bombardamento delle mura gianicolensi, per aprirvi delle brecce. Il punto più bersagliato era il sesto Bastione, quello che si vede ancora oggi in largo Giovanni Berchet. Proprio qui, intorno alle sei del pomeriggio, una palla di cannone rimbalzava sul muro e feriva orribilmente un giovane soldato che spirava di lì a poco, per un’emorragia inarrestabile. Un ufficiale, il conte Luigi Porzi, si gettava su quel corpo in preda alla più profonda disperazione: il soldato era sua moglie, Colomba Antonietti, che nonostante i suoi 22 anni da tempo combatteva insieme al marito in abiti virili. Una vicenda di vero patriottismo, ma anche una struggente storia d’amore tra la figlia di un fornaio e un nobile cadetto pontificio, che si erano sposati andando contro le convenzioni sociali dell’epoca.

 

 

 

Info: Ufficio stampa Praxilla   328.7690756    328.9110434

 

 

                                                  

 

 

giugno 8th, 2018

 

Anche la Bellezza tende i suoi agguati, per nostra immensa fortuna. Mi riferisco a quanto mi è accaduto nel pomeriggio, allorché con la testardaggine di un asino, ho voluto riascoltare l’ultima sonata di Beethoven Op.111 in Do minore del 1822 (e quindi da ascrivere a pieno titolo alla cosiddetta “terza maniera” del Maestro). Ho detto riascoltare, in quanto in questi ultimi giorni tante e tante volte mi sono confrontato con essa, capolavoro d’altezza sublime (raccontata nel Doktor Faustus di Thomas Mann tanto per capirci). Godevo nei giorni scorsi della trascendentale natura dell’Arietta all’inizio del secondo movimento, della sua trasformazione in una trama ben più elaborata per poi riproporsi nella quieta veste delle battute iniziali. Però mi sfuggiva in qualche modo il disegno d’insieme del genio di Bonn, ossia il senso più profondo d’una ispirazione lirica e misteriosamente unitaria pur nella selva apparentemente oscura di tante variazioni tipiche del tardo periodo beethoveniano. Stasera all’improvviso l’emozione al calor bianco, laddove una potente ventata di jazz ante litteram ha fatto irruzione nel bel mezzo della suddetta trama fittamente elaborata dall’ immenso compositore. Serenità’ in sostanza dell’Arietta, per poi procedere da un punto di vista elevatissimo ad un vero e proprio smantellamento della forma-sonata! storica l’importanza di tale partitura, di difficile esecuzione; con la vetta sicuramente raggiunta al riguardo da Arturo Benedetti Michelangeli. Sicché, in conclusione, io, sfortunato figlio della mia epoca che proprio non amo, ho dovuto cercare a conti fatti un grande, ostinato silenzio interiore per predispormi all’ascolto più adeguato d’una musica inaudita. Detto silenzio pretende Beethoven oggi più che mai, credo, in questo nostro tempo accelerato e non più a misura d’uomo…fermatevi, voglio scendere!

 

 

Andrea Mariotti

 

giugno 4th, 2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

 

 

DONNE PERSE(PHONE)

 

di

Annalisa Venditti

dei Merangoli

 

 

prefazione del prof. Willy Pasini

 

 

 

Un libro per raccontare la violenza di genere e il femminicidio attraverso un mito antico, quello della dea greca Demetra e di sua figlia Persefone. La dei Merangoli presenta un testo teatrale che è già diventato uno spettacolo, portato in scena da donne socialmente impegnate contro la violenza sulle donne.

 

 

DONNE PERSE(PHONE) è un dramma moderno che trae spunto dalle cronache dei nostri giorni, dalle storie vere di ragazze e donne uccise o abusate da un marito, un fidanzato o un compagno violento. Vite perdute e spezzate per mano di uomini aggressivi e quindi inadeguati a gestire un rapporto di coppia. Gli antichi greci ricorrevano al mito di Demetra, dea delle messi, e di sua figlia Persefone, rapita da Ade, per spiegare l’alternarsi delle stagioni.

Il volume, impreziosito dalla prefazione del prof. Willy Pasini, sessuologo e scrittore, è una tragedia che dà voce alle vittime. Le figlie ritornano e lo fanno per raccontare alla madre gli ultimi momenti della loro vita e per ricucire quello strappo che – nonostante tutto – non potrà mai recidere un legame tanto forte e profondo.

A differenza del mito antico, dove Demetra ottiene di poter riavere da Ade per sei mesi l’anno la figlia, nella nostra tragica contemporaneità questo non può accadere.

Il testo di Annalisa Venditti rappresenta un dialogo intimo tra madre e figlia, tra vita e morte, tra amore e violenza. Attraverso quest’opera teatrale l’Autrice riscrive il mito in chiave contemporanea per dare voce (phone, dal greco “suono”) a tutte le donne vittime di violenza di genere e alle madri che mai si rassegnano e invocano giustizia.

Il linguaggio segreto e arcaico del mito si confonde con le atmosfere metropolitane evocate e con le parole della cronaca nera, in una parabola di emozioni che si infrange contro il fatale enigma dell’esistenza. Il volume documenta anche l’attività del laboratorio teatrale svolto dalla regista Paola Sarcina con un gruppo di donne che ha voluto, e che ancora porta in scena, questo testo di forte impatto emotivo.

 

ANNALISA VENDITTI è giornalista professionista, scrittrice e autore televisivo. E’ laureata in archeologia e storia dell’arte greca e romana. Si occupa da anni di cronaca nera, giudiziaria e di omicidi irrisolti. Attualmente lavora nel programma di Rai 3 “Chi l’ha visto?”

 

 

 

 

DONNE PERSE(PHONE)

di Annalisa Venditti

dei Merangoli

collana Giardini

112 pagine

Euro 12.00

www.deimerangoli.it