Luglio 15th, 2019

 

A Bruno Nacci, valente francesista e scrittore, si deve questo bellissimo ricordo dell’amico Lucio Felici apparso su Paragone…a/m:

 

In ricordo di Lucio Felici

 

 

Da pochi mesi è uscita la monumentale e meritoria edizione critica dei 2.279 sonetti del Belli: I Sonetti (Einaudi / I Millenni 2018, 4 voll.), a cui, insieme a Pietro Gibellini ed Edoardo Ripari, ha messo mano negli ultimi anni della sua vita Lucio Felici (1935-2017), eccezionale figura di studioso e dirigente editoriale. Allievo di Giuseppe Ungaretti e Giacomo Debenedetti, esordì svolgendo ricerche sei-settecen- tesche sotto la guida di Walter Binni, diventando membro dell’Arcadia e dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, nonché del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli e in seguito del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di cui fu a lungo presidente del Comitato scientifico. All’attività di studioso, mai dismessa, affiancò una intensa carriera editoriale durata quarant’anni e coronata dalla direzione delle Redazioni Garzanti prima, in seguito come direttore editoriale della Giunti e della Newton&Compton. Collaborò ad alcune delle maggiori imprese editoriali del dopoguerra, per citarne due tra le molte: l’Enciclopedia Europea Garzanti e la Storia della letteratura italiana di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno. Dette inoltre impulso e diresse con fermezza e competenza le Opere di Gadda, a cura di Dante Isella e la prima edizione critica dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi a cura di Giuseppe Pacella. Sua la fortunata edizione Newton&Compton, in collaborazione con Emanuele Trevi, di Tutte le poesie e tutte le prose di Leopardi (1997), mentre nei Meridiani della Mondadori curò con Claudio Costa Tutte le poesie di Trilussa (2004). I suoi saggi leopardiani sono raccolti nei volumi L’Olimpo abbandonato. Leopardi tra ‘favole antiche’ e ‘disperati affetti’ (Marsilio 2005), La luna nel cortile. Capitoli leopardiani (Rubbettino 2006) e L’italianità di Leopardi e altre pagine leopardiane (Maria Pacini Fazzi Editore 2015, con una presentazione di Luigi Blasucci), che gli valsero il Premio La Ginestra (2009) e il Premio Giacomo Leopardi (2012).

 

 

 

Lucio Felici fu un intellettuale a tutto tondo impegnato nel mondo dell’editoria, anche se, con ironia e vantando con modestia le sue doti organizzative, amava definirsi semplicemente ‘un uomo d’ufficio’. Di carattere determinato, si batté costantemente all’interno dell’industria editoriale, ora per realizzare un’impresa che riteneva della massima importanza, come l’edizione nella collana I Libri della Spiga dello Zibaldone a cura di Pacella o l’avvedutezza con cui mise in salvo autografi gaddiani destinati alla dispersione nei vecchi uffici garzantiani o, più tardi, imponendo una fortunata collana di classici alla Giunti, in una sorta di ideale prosecuzione dei Grandi Libri Garzanti, ora per assicurarsi collaboratori validi, spesso ai massimi livelli di competenza, garantendo loro autonomia e dignitose condizioni economiche. Non fu mai uno Yes Man, prono al volere o ai capricci della proprietà e dei suoi più duttili funzionari. Sostenne scontri durissimi, con ragionevolezza e caparbietà, tutte le volte che vedeva o sospettava un intrigo, o anche l’ombra di un interesse personale o di parte al posto dell’idea comune di un progetto da avviare o portare a termine. Pagò per questo. Ma ciò che faceva di lui un punto di riferimento costante per scrittori e studiosi, non era solo la sua capacità di trattare con loro alla pari, nella sua veste di critico e storico letterario stimato e autorevole, ma anche la fiducia che in lui riponevano di non venire sacrificati a ragioni diverse da quelle in cui li aveva coinvolti. E si tenne sempre in secondo piano, senza rivendicare, anche quando avrebbe potuto, ruoli maggiori o almeno il nome in copertina, come accadde per i Grandi Libri, che non recarono mai la sua firma editoriale pur dipendendo in tutto e per tutto dalla sua cura, sia nella scelta dei collaboratori, sia in quella dei temi, sia nella più modesta revisione delle bozze, a cui non si sottraeva nelle lunghe e operose giornate. Studioso, sì, ma anche tecnico competente, e quando compilò il famoso Manuale di stile (Giunti), vera Bibbia per chi vuole conoscere e rispettare le norme redazionali che presiedono all’uniformazione, lo mise a disposizione di tutti, senza reclamare diritti d’autore. Modesto lo fu sempre, anche nell’accettare sistemazioni che altri avrebbero respinto indignati (la mania di tutti i dirigenti di avere una collocazione logistica adeguata al rango), come l’ufficetto angusto e perennemente odorante di pipa che si affacciava sulla Via della Spiga a Milano, e questo in apparente contrasto con il carattere, a tratti irascibile, che al contrario di tanti piccoli despoti preda dei loro scatti d’umore, non ne diminuiva la stima agli occhi dei suoi collaboratori come dei più celebrati accademici. Perché le sue sfuriate, per altro di breve durata, avevano sempre come oggetto la sciatteria, l’imprecisione, l’ignoranza di chi non aveva fatto o non sapeva proprio fare il suo lavoro, ma erano al tempo stesso una lezione su come ravvedersi e migliorarsi. Non fu mai ingiusto, né prese di mira i più deboli, ebbe sempre un rispetto sommo per il lavoro altrui, dal più umile al più titolato, e l’interesse con cui si informava presso ciascuno delle vicende famigliari, la partecipazione sincera alle piccole e grandi gioie o dolori lo rendevano un amico sincero.

 

Romano di nascita, anzi ‘testaccino’, altra definizione che dava volentieri di se stesso, con il vezzo di una nobiltà popolare che rivendicava, mentre taceva dell’altra, quella genealogica, ignota ai più, che certo non divulgava e di cui un poco credo si vergognasse, il carattere spontaneo e gioviale ne faceva un commensale alla mano, prodigo di aneddoti, battute pungenti, riflessioni ironiche, ammiratore della bellezza femminile, ammirazione che esprimeva con il garbo e la finezza di chi diceva di sé di avere un solo difetto, una fortunata monogamia. E attorno, come baluardo di una vita non solo operosissima, ma anche movimentata, aveva una famiglia a cui era legato in modo sollecito e affettuoso, largamente ricambiato, anche durante le non brevi assenze per motivi di lavoro nella sua vita di pendolare delle lettere. Era dotato di una memoria straordinaria, e poteva citare indifferentemente lunghissime poesie in italiano, in dialetto o in latino, nomi, circostanze, fatti avvenuti nel passato, lemmi dai dizionari, luoghi, date e dettagli. Melomane appassionato e competente, negli ultimi anni gli studi di una nipote violoncellista lo rendevano visibilmente orgoglioso e non si perdeva una prova, una esibizione, un esame.

 

 

 

Chi non ha avuto occasione di leggere i suoi finissimi commenti alle poesie di Leopardi (quelli ad esempio della sua edizione dei Canti, 1974) o la brillante introduzione al Trilussa e l’esemplare saggio biografico, ora riediti in plaquette (Vita breve di Trilussa 2018), o i saggi leopardiani, può farsi un’idea del suo stile elegante, nutrito di sagacia interpretativa e di una erudizione che lasciava appena trasparire lontano da ogni birignao pseudo accademico e dalla stucchevole terminologia delle teorie letterarie, leggendo i commenti ai sonetti del Belli nella presente edizione einaudiana magistralmente curata da Pietro Gibellini. Inizialmente avrebbe dovuto occuparsi di metà dei sonetti, dividendosi il lavoro con l’amico Gibellini, ma traversie varie e non ultime le condizioni di salute che resero improbo il lavoro, si limitò a curarne 416 (1039-1455), profondendo in loro e nella più complessiva organizzazione del lavoro la sua vasta cultura e la sua esperienza editoriale. Da essi traspaiono i caratteri fondamentali del suo stile: la puntigliosa attenzione filologica e il gusto, non antiquario o pedante, ma narrativo, per la ricostruzione storica di vicende e personaggi, da ultimo l’eleganza di una scrittura tersa ed essenziale, che tutti gli riconoscevano come dono affinato in decenni di studi e attività saggistica.

 

Si veda, a mo’ di esempio, proprio il primo dei sonetti commentati da Felici (Er grann’accaduto successo a Pperuggia), dove il commentatore risale all’episodio di cronaca nera che sta all’origine del sonetto, per ricostruirlo sulla base delle fonti giudiziarie (qui come altrove, Felici s’imbarcava in ricerche minuziose e di prima mano, sotto l’impulso di una genuina curiosità che si traduceva in sapido racconto) e infine colloca la prospettiva belliana all’interno di un più vasto orizzonte culturale europeo (i Goncourt e Zola). Poteva capitare che un personaggio citato dal poeta, Maria Malibran (La musica de Libberti, La Ronza), eccitasse la sua passione musicale ma anche quella del segugio, e lo spingesse a ricerche sulla scomparsa dal ridotto della Scala di Milano del busto della famosa cantante… ricerche che la disciplina dello studioso – e dell’uomo d’ufficio – sconsigliavano poi di riprodurre sulla pagina! In molti casi Felici si avventura in gustosi fuori pista: La morte der Zenatore o Li croscifissi der Venardì-ssanto, vero saggio storico di tre fitte pagine, che tra cronache dell’epoca e aneddoti illumina il lettore sul contesto del sonetto; Li fochetti, in cui il recupero di un’antica tradizione serve al commentatore per mettere in risalto il particolare modo di procedere del Belli, che scompagina i piani temporali o meglio se ne serve liberamente, con l’aiuto dell’editore principe del poeta romano, Giorgio Vigolo, di cui Felici è stato valente studioso. Ma per saggiare la sottigliezza interpretativa e la dottrina che regge questi commenti, basta leggere quello che Felici scrive a proposito di uno dei sonetti più alti e tragici del Belli, Li du’ ggener’umani, in cui l’asse ermeneutico raccorda il più lontano passato medioevale alle più recenti disposizioni ecclesiastiche, costruendo un microsaggio di assoluta levatura. L’acribia documentaria si sposa facilmente con la ricerca erudita come nel caso del commento a La Compaggnia de Santi-petti, o in quello a Santa Filomena, la santa apocrifa, che dal ritratto ilare del Belli rimbalza in quello non meno divertito e divertente di Felici. Miniere di racconti, i suoi commenti spaziano dagli archivi giudiziari, come in La Causa Scesarini, alla narrazione di personaggi come il Michele di Braganza di Don Micchele de la Cantera, la principessa Zinaida Aleksandrovna Belosel’skaja di 3 Gennaio 1835, o l’ambigua figura di un arrivista di nome Lorenzo Mencacci dileggiato in L’anima der Curzoretto apostolico. Si tratta di autentici cammei biografici che attingono sia alle fonti note al Belli, sia ad altre in grado di dare profondità di prospettiva alle maschere messe in scena dal grande poeta romano.

La strada scelta da Felici permette al lettore di muoversi dal testo poetico al commento e viceversa, non solo per esigenze di stretta comprensione e di puntualizzazione linguistica, ma per assaporare, nel più puro spirito letterario della contaminazione, pagine godibili per la verve narrativa, che, come in tante di Benedetto Croce, sanno essere fedeli al referto storico conservando al tempo stesso la felice libertà del racconto. Non è cosa da poco, far rivivere l’oscuro palinsesto a cui attinse il poeta e permetterci di accostarlo con maggiore consapevolezza, senza per questo intimorire con il peso di apparati indigesti. Un’occasione dunque, leggendo Belli in una delle poche grandi imprese editoriali di questi tempi, per leggere le ultime pagine di uno dei petits maîtres che hanno fatto e fanno onore alla cultura italiana.

 

 

 

Bruno Nacci

 

 

Luglio 14th, 2019

 

In foto il Forte ” Tre Sassi” nei pressi del passo di Valparola, non distante da quello più famoso del Falzarego. Tale Forte fu costruito dagli Austriaci negli ultimi anni dell’ Ottocento in previsione di una possibile invasione italiana. Nel 1915 venne cannoneggiato dalle postazioni italiane, ragion per cui fu abbandonato dalla guarnigione austriaca che lo occupava. Ma l’ esercito autro- ungarico non disdegnò lo stratagemma di illuminarlo di notte per far sprecare al nemico italiano munizioni su munizioni. Dal 2003, nel Forte è allestito un suggestivo Museo della Grande Guerra. In particolare sono rimasto toccato dalla lettura del “testamento spirituale” del sottotenente Mario Fusetti di Milano medaglia d’oro al valore militare, caduto sul Sasso di Stria (sopra il passo Falzarego) il 18 ottobre del 1915, e cioè due giorni dopo averlo scritto. Il giovane, di soli 22 anni, presentendo la sua fine, eccolo a scrivere una pagina intrisa di un amor di Patria tutt’altro che retorico, ispirata da profonda spiritualità davvero inaudita per la sua età. Due giorni dopo, come detto, Mario Fusetti periva per una pallottola in fronte dopo aver conquistato la vetta del Sasso di Stria con un manipolo di quindici uomini, in attesa dei rinforzi che non sopraggiunsero. Le sue spoglie disperse sono custodite dalla montagna, come rammenta una targa sul passo Falzarego. Le Dolomiti, a parte la loro grande bellezza, sono in effetti anche e non secondariamente questo, un viaggio nella nostra storia, l’occasione per riflettere sugli ideali e i valori dell’uomo nella tragica gravità di quel momento.

 

Andrea Mariotti

 

 

Giugno 29th, 2019

 

In occasione del genetliaco di Giacomo Leopardi (29 giugno 1798) nonché del bicentenario dell’ Infinito che si celebra quest’anno, ecco la seguente nota dello Zibaldone a raffreddare in qualche modo spiritualistici abbandoni estranei alla gnoseologia materialistica del grande Recanatese…a/m:

 

Non solo la facoltà conoscitiva, o quella di amare, ma neanche l’immaginativa è capace dell’infinito, o di concepire infinitamente, ma solo dell’indefinito, e di concepire indefinitamente. La qual cosa ci diletta perché l’anima non vedendo i confini, riceve l’impressione di una specie d’infinità, e confonde l’indefinito coll’infinito; non però comprende né concepisce effettivamente nessuna infinità. Anzi nelle immaginazioni le più vaghe e indefinite, e quindi le più sublimi e dilettevoli, l’anima sente espressamente una certa angustia, una certa difficoltà, un certo desiderio insufficiente, un’impotenza decisa di abbracciar tutta la misura di quella sua immaginazione, o concezione o idea. La quale perciò, sebbene la riempia e diletti e soddisfaccia più di qualunque altra cosa possibile in questa terra, non però la riempie effettivamente, né la soddisfa, e nel partire non la lascia mai contenta, perché l’anima sente e conosce o le pare, di non averla concepita e veduta tutta intiera, o che creda di non aver potuto, o di non aver saputo, e si persuada che sarebbe stato in suo potere di farlo, e quindi provi un certo pentimento, nel che ha torto in realtà, non essendo colpevole (472-3; 4 gennaio 1821).

 

GIACOMO LEOPARDI

 

 

Giugno 23rd, 2019

 

Intorno alle SUITES DI FINE ANNO di Roberto Maggi, Florestano Edizioni, 2018 (con introduzione di Sabino Caronia)

 

 

Del libro di Roberto Maggi in oggetto mi è piaciuto particolarmente il suo Primo movimento: Allemanda (Andante) per le ragioni che adesso dirò. La lettura attenta di esso ci permette infatti di osservare la coerente e incalzante trasformazione dell’attrito statico in attrito dinamico, riferendomi al ritmo narrativo dell’autore. Il quale fin dalle prime battute, parlando in prima persona, si mostra lucido e consapevole nel raccontarci l’asettica fine di un amore, il suo, in termini persuasivi e stilisticamente interessanti: “Mi siedo a tavola con un piccolo tonfo, il corpo sprofonda sulla sedia. E’ il 30 sera e l’anno sta per finire nel peggiore dei modi. La mia ragazza è passata per Roma, una visita lampo, un caffè in un bar spoglio e malandato, attraversato da derelitti dallo sguardo svuotato, per dirmi che non mi ama più. Così. E’ passata e se n’è andata. Dopo dieci anni in cui ci siamo meravigliosamente amati. Dopo dieci anni di andirivieni per colmare la distanza che ci separava. Adiòs”. A ben guardare già nel passo appena riportato è pienamente attiva la figura retorica dell’anticlimax, proprio nel senso di un ordine decrescente di forza, di intensità cui soggiace quel “corpo” che “sprofonda sulla sedia”. La depressione è alle porte, anzi è già in atto, tant’è che dopo una pessima e frugale cena ecco spezzarsi un dente a chi parla, evidente correlativo oggettivo che risale dal flusso della narrazione a sensificare i processi mentali del protagonista: “Perfetto, ci mancava pure la ciliegina finale. E’ il 30 sera di un mese di schifo di un anno di schifo, ho lo stato d’animo sotto i tacchi e un dente rotto. Tiro giù tutti i santi del calendario, ma la terapia da rosario ha scarso effetto. Stramazzo sul divano, esanime, con l’idea orribile di un dentista da trovare”. Del tutto naturale ripensare a questo punto al freudiano “disagio della civiltà”, in quanto l’interpretazione psicoanalitica dei sogni decodifica la caduta dei denti come paura della perdita di energia e potenza; come dire che, nel caso di Roberto Maggi, l’io narrante delle sue Suites è a tutti gli effetti e nel contempo un io narrato-in relazione col mondo, tutt’altro che solipsistico e asfittico. C’è modo e modo di dire “io”, in una narrazione dei nostri tempi; e il nostro autore, apprezzabilmente, gioca da subito a carte scoperte, facendo coincidere il ritmo in crescendo del suo raccontare -da questo primo movimento a quelli successivi del libro- con lo spirito in fondo saggio di resistenza del protagonista al disagio esistenziale, accettando la compromissione con la mondanità festaiola di fine anno. Ché anzi, proprio tale mondanità sarà l’occasione per articolare un convincente e inclusivo monologo interiore nello sviluppo del libro, monologo non privo d’ironia e autoironia, interessante e aperto nonché multiforme, come lo è sempre del resto il mondo reale con il quale ci confrontiamo e nel quale siamo immersi. Il ritmo sempre più vertiginoso del volume di Roberto Maggi, in conclusione, obbliga il lettore a una lettura attenta e mai annoiata: si sente per essere ancora più espliciti in questa prova narrativa l’adozione funzionale della paratassi per istinto musicale; una paratassi più che giustificata, avvalorata da uno sguardo critico non avulso dalle cose.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

Giugno 22nd, 2019

 

…Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre

di strappar dalle braccia

all’amico l’amico,

al fratello il fratello,

la prole al genitore,

all’amante l’amore: e l’uno estinto,

l’altro in vita serbar? Come potesti

far necessario in noi

tanto dolor, che sopravviva amando

al mortale il mortal? Ma da natura

altro negli atti suoi

che nostro male o nostro ben si cura.

 

GIACOMO LEOPARDI, Sopra un basso rilievo antico sepolcrale (98-109)

 

 

Giugno 16th, 2019

“cliccare” per ingrandire

 

Con piacere si dà notizia dell’evento previsto presso la Biblioteca Guglielmo Marconi di Roma in data 18 giugno ore 16, 30 (su Giorgio Caproni).

 

 

Giugno 6th, 2019

 

CHIUDO GLI OCCHI AGLI OCCHI

 

Ai rami che accarezzano

i prati

ai fiori che crescono

in fretta la notte

all’odore d’estate

in inverno

al muro trasparente

che separa le anime

oltre il quale vivono

i gesti

e alla luce di un lampo

sento di appartenere

pure sono ospite ovunque

di questa vita e quell’altra

e non c’è posto che mi somigli

 

Chiudo gli occhi agli occhi

a un volto di nuvola

che passa

alla mia traiettoria di nave

o di stella.

 

(poesia di Tiziana Marini dalla raccolta La Farfalla di Rembrandt, cura di Plinio Perilli, Edizioni Ensemble 2019)

 

 

 

 

…questi versi di Tiziana Marini in tutta evidenza non si prestano a una lettura fuorviante. Sono versi delicati ma in fondo fermi, non smielati. Di valenza paradigmatica all’interno della sua ultima silloge, essi ci raccontano in effetti più di qualcosa sulla poetessa, sul suo stare al mondo con gli oggetti “doppi”, riferendoci qui al celebre passo dello Zibaldone di Giacomo Leopardi (4418; 30/11/1828) laddove il Recanatese riflette su quanto accade “all’uomo sensibile e immaginoso”. “Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono”. Ebbene la Marini, rispetto a “questa vita e quell’altra” -bellissimo nella sua ispirata semplicità il settenario pavimentale “sento di appartenere” – riconosce la sua condizione di apolide, l’impossibilità di immedesimarsi sia con il regno empirico sia con quello dell’invisibile; (e qui si può cogliere naturalmente il periglio ineludibile di un viaggio nelle plaghe dell’interiorita’, ossia l’ubi consistam della silloge in oggetto). “Chiudo gli occhi agli occhi”, continua la poetessa: si tratta di stanchezza?  di una sosta provvidenziale prima di ripartire? chiusi gli occhi carnali a quelli della mente, alla nuvola antropomorfica di passaggio, ad una “traiettoria di nave/ o di stella” si continuerà comunque a viaggiare, giacché “al sussurro” Tiziana Marini preferisce “il rumore regolare di chi impara”, così come in effetti riconoscerà con umiltà direi sapienziale in una poesia quasi in conclusione della raccolta. Una raccolta da leggere con partecipazione paziente, anche per godere della sua versificazione libera ma non arbitraria, aderente alla delicata fermezza di una sensibilità in cammino.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

Giugno 3rd, 2019

 

Comunicato stampa

 

Presentazione del libro

La Repubblica dei romani

di Cinzia Dal Maso

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

(largo di Porta San Pancrazio)

mercoledì 5 giugno alle ore 17.30

 

Mercoledì 5 giugno 2019 il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina ospita la presentazione del libro di Cinzia Dal Maso La Repubblica dei romani, a cura dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”.

L’iniziativa è promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali,

 

Relatori:

Dott.ssa Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina.

Prof. Franco Tamassia, presidente dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”.

Interverrà l’autrice.

La breve ma straordinaria esperienza della Repubblica Romana rappresentò uno dei momenti più significativi del nostro Risorgimento, trionfo della democrazia e dell’amore per la libertà.

Dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi, ministro dell’Interno del governo pontificio, il 24 novembre del 1848 Pio IX era fuggito da Roma per raggiungere la fortezza napoletana di Gaeta.

Il 21 e 22 gennaio 1849 si tennero le elezioni per la Costituente romana, con un afflusso alle urne straordinario.

Il 9 febbraio, in Campidoglio, fu proclamata la Repubblica Romana. Su sollecitazione del Papa, le nazioni cattoliche – Francia, Austria, Regno delle Due Sicilie e Spagna – si scagliarono contro la neonata Repubblica per conservare  “integro il patrimonio della Chiesa e la sovranità che vi è annessa”.

Il 24 aprile il corpo di spedizione francese, composto da 7 mila uomini al comando del generale Oudinot, sbarcava a Civitavecchia.

Ma chi erano i romani che tra il 30 aprile e il 30 giugno del 1849  furono costretti a difendere la Repubblica, anche a costo della vita, dall’assalto dei francesi?

Se significativo fu l’apporto dei volontari accorsi da ogni parte d’Italia, il grosso delle forze degli assediati era costituito dai cittadini di Roma e dagli appartenenti allo Stato della Chiesa: una realtà troppo spesso disconosciuta.

La Repubblica dei romani di Cinzia Dal Maso (Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”, Dunp edizioni) non è solo una raccolta di biografie, ma anche una guida insolita della città eterna, che conduce il lettore alla scoperta dei luoghi che ancora ricordano i romani che hanno combattuto sul Gianicolo, a ponte Milvio, sui monti Parioli, a Velletri e Palestrina.

Alcuni sono personaggi noti, come l’oste e capopopolo  Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, o i fratelli Alessandro e Ludovico Calandrelli. Altri devono la loro fama ad attività non collegabili alle vicende risorgimentali: Alessandro e Augusto Castellani, orafi e antiquari, il baritono Antonio Cotogni, la più bella voce dell’Ottocento, il pittore Nino Costa, lo scultore Filippo Ferrari, il drammaturgo Pietro Cossa, lo scrittore David Silvagni. Altri ancora sono stati quasi dimenticati, come Cesare Lucatelli, combattente del Battaglione Universitario, che finì i suoi giorni sul patibolo, nel 1861, per un delitto che non aveva commesso. Ci sono intere famiglie di patrioti, prima tra tutte quella dei Narducci, con Paolo, considerato il primo caduto per Roma repubblicana, suo fratello Pietro, suo padre Francesco, suo cugino Enrico, sua madre Teresa.

Poiché il Risorgimento ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione femminile, non potevano mancare le donne, molte delle quali impegnate nel soccorso dei feriti o nel disinnesco delle bombe, ma anche combattenti.

Cinzia Dal Maso è una giornalista e scrittrice romana, membro del comitato scientifico dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”. È direttore responsabile della rivista culturale on-line www.specchioromano.it e collabora a giornali e riviste.

È autrice dei libri Colomba Antonietti. La vera storia di un’eroina, Roma, Edilazio, 2011 e La Repubblica dei romani, Roma, Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”, edizioni Dunp.

Tra i saggi pubblicati nei Quaderni Storiografici dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”:

Paolo Narducci,  anche in estratto; Il busto di Giacomo Pagliari sul Gianicolo, vittima dell’ignoranza; Gli allievi volontari di Menotti Garibaldi (1881) (monografia); Girolamo Malloni, il lupo di fiume garibaldino.

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina – Largo di Porta San Pancrazio Info 060608

Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

www.museodellarepubblicaromana.it

 

 

Giugno 2nd, 2019

Siamo lieti di annunciare che

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Lunedì 3 giugno 2019, ore 18.00

a

Trieste

Caffè degli Specchi – Piazza Unità d’Italia

si terrà

Duecento anni da “L’infinito”:

un evento dedicato a Leopardi

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con la partecipazione di

Novella Bellucci

Sapienza Università di Roma  

Laboratorio Leopardi

 

e

 

Franco D’Intino

Sapienza Università di Roma

Laboratorio Leopardi

 

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modera

Giuseppe Mussardo

SISSA Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

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L’evento è organizzato dalla SISSA Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

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La Redazione del Laboratorio Leopardi

 

Maggio 31st, 2019

 

 

SUL SOGNO INSONNE DI MARZIA SPINELLI

 

C’è una poesia di Marzia Spinelli inclusa nella silloge Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Edizioni, prefazione di Plinio Perilli) di recente pubblicazione che mi ha particolarmente colpito. Di essa, intitolata Tornando da Arezzo, ometterò i primi versi per focalizzare subito la mia attenzione su un decisivo passaggio:

 

 

Più veloce del treno va il mondo

nuovo; batte le dita questa landa

di anime adoranti news

come oracoli. Nessuno è lontano

se la distanza è sillabata,

mentre vanno in corsa le case,

fulminea sintesi di colore

come d’una bellezza piena,

incurante del Tempo, superba

macchia che torna dei tuoi affreschi,

Piero –il pallido incarnato di donna,

la croce leggenda…

pianissimo sussurreranno,

quando sarò scesa da questo sogno

insonne, strattonata e assetata

nella fila d’ombre, qua nella folla

irrequieta diranno

ancora la quiete dei tetti e le vesti,

della battaglia il frastuono

 

dei loro venti la memoria

galleggia ancora

nella città in vicinanza: qui si combatte

da giorno a notte tra le rovine,

sui ponteggi, nei condomini,

di stanza in stanza, di tra le sedie

e le scrivanie, per ogni via

 

e non c’è pace laggiù oltre il mare

il nostro mare prossimo…

 

 

c’è qui, nel cuore di questa poesia, una ricchezza di vibrazioni davvero notevole amplificata dallo stile lapidario. Al gregarismo delle “anime adoranti news” si allude chiaramente all’inizio, nonché alle distanze geografiche e non solo tali scongiurate in apparenza dalle nostre chat (sconsolato riferimento alla odierna ipertrofia comunicativa carente di comunione umana). Ma ecco il subitaneo introflettersi dei versi, con la visione dal treno delle case scomposte in pennellate di fulminea, astratta gestualità; a far riaffiorare più che alla mente al cuore della poetessa gli affreschi di Piero -“superba/ macchia” di bellezza poche ore prima goduta – che “pianissimo sussurreranno”, quando si sarà scesi “da questo sogno/ insonne”. Qui siamo veramente nel mezzo di un territorio sensibilissimo, quello dell’anima; e qui cogliamo nel contempo l’espressione con valenza corale di straziata nostalgia verso il sublime dell’arte per lampi riafferrato. Merito di questa poesia di Marzia Spinelli è il ripensare allora alla riflessione essenziale di Walter Benjamin sulla perdita dell’aura (come prezzo della civiltà massificata e atomizzata nelle odierne sottoculture con le quali facciamo i conti, consapevoli o meno). E la “fila d’ombre” evocata subito dopo dalla poesia, ombre in mezzo alle quali si è come alienati -con enumeratio di lessico “basso” (“ponteggi”, “condomini” e “scrivanie”)-  può ricondurci forse per suggestione ad un nobile exemplum, ossia alle case de’ morti di boccacciana memoria con tanto di liquidatorio motto di Guido Cavalcanti “a certi cavalier fiorentini” (Decameron, VI, 9). Gli strati culturali del discorso in effetti affiorano moltiplicandosi, dai versi in oggetto; che nel loro fare a meno dei nessi sintattici più ordinari si mostrano potentemente espressivi per contrazione lirica. Ferita è a ben vedere la sintassi poetica della Spinelli, ma così asciutta e in ogni caso pacata da offrirsi infine come pungente e maturo canto civile, dalla “croce leggenda” ai “condomini”; in virtù di un polisemico e combattivo sogno/insonne che significa rinuncia al privilegio lirico, al pari degli incipitari versi di Pasolini relativi agli affreschi di Piero a Arezzo nella silloge La religione del mio tempo (1961).

 

 

Andrea Mariotti